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Epicuro
Epicuro

                            

PITAGORISMO  MORALE

 

      Come già scritto  nella teologia, la morale sarà qui trattata come conseguenza logica della filosofia proveniente dalle conoscenze più antiche, ovvero dalle radici greche e magno-greche del quinto e quarto secolo a.C., oggi definite "pitagoriche", o anche, più genericamente, "presocratiche" (con Socrate dentro). Il pitagorismo finì in Magna Grecia quando finì la Magna Grecia stessa, a causa degli sconvolgimenti storici collaterali alla discesa di Annibale in Italia, risoltisi con la fine delle guerre puniche e con l'assorbimento delle colonie greche nel corpo della repubblica romana.

      Col termine "morale" si intende ciò che è già scritto in ogni dizionario etimologico, ovvero la trasformazione del termine greco "ethos" nel latino "mos" e da qui nell' italiano: costume, abitudine di comportamento inteso sia in senso collettivo e sociale, che individuale.

      Epicuro rimane, storicamente, il moralista da noi più seguito, in quanto mirante al riconoscimento della reale natura umana giustificata nella propria necessità di equilibrio di istinti e sentimenti.

 

   LA MORALE PITAGORICA INTESA COME CONSEGUENZA   

LOGICA DELLA SUA STESSA SCIENZA

 

      Se noi accettiamo che Dio esista, sia nella verità della sua emanazione materiale, che in quella della propria autocomprensione realizzata (sulla terra) attraverso l'intelligenza dell'essere umano,  allora dobbiamo ammettere che tutte le persone siano uguali in valore e in potenza, sebbene non ancora in grado di civiltà e conoscenza.
      Per tale motivo, in coerenza con il pensiero pitagorico, non può essere accettatata una morale di sottomissione, o di umiliazione, nè dagli altri verso di noi, nè da noi verso gli altri. Nè dagli individui verso la società, nè il contrario. Ne' del teorico verso il pratico, ne' l'opposto. 
      Ciò pone il nuovo pensiero pitagorico in coerenza con quello liberale nel desiderare la limitazione del gerarchismo sociale. Scuola come valorizzazione delle tendenze e quindi gerarchizzazione intesa, per ognuno,  allo interno della propria arte. Non oltre.
  
      Secondo la nuova morale pitagorica, pertanto, la politica deve essere intesa come "arte amministrativa del governo della società", non come "potere".  Ciò anche in coerenza con il pensiero liberale.
    
      La discordia interna in uno Stato non è indice di democrazia matura e presuppone, per essere superata, il miglioramento del liberalismo
      Il definito "equilibrio dei poteri" (giuridico, legislativo, esecutivo), che  oggi ha già sapore di vecchio, deve pertando tendere allo equilibrio di amministrazioni indipendenti finalizzate al miglioramento funzionale ed alla pacificazi9one interna in ogni Stato, e da qui alla pace del mondo.
      In caso di guerra (o di guerra interna), il liberalismo scompare, quale che sia il modello politico della costituzione della società.

 

 LA NOSTRA "VISIONE DEL MONDO" INTESA

COME CONSEGUENZA LOGICA

DELLA NOSTRA CULTURA,,

                                  

      La persona umana che acquistasse entro un tempo… diciamo, almeno allo interno del nostro secolo, familiarità con la nuova cultura pitagorica, e propensione per essa, potrebbe, grazie alla conoscenza della nuova cultura acquisita, formarsi  un carattere diverso, un nuovo modo di intendere il mondo.


      Egli potrebbe:


      Ritenere l'umanità intera e tutte le cose esistenti provenire  dalle composizioni di infiniti singoli  quanti di materia connessi a sterminate trasformazioni atomiche e molecolari.


      Potrebbe ritenere Dio una provenienza logica di ciò, e giustificarlo sia in senso materiale che spirituale.


      Potrebbe ritenere la vita stessa una grande avventura molto estesa nel tempo, non riducibile alla propria limitatissima personalità temporale.


      Potrebbe titenere la propria responsabilità individuale verso il  prossimo giustificata nel lungo periodo da un Dio non contraddittorio e veramente giusto.

In quanto la morte diverrebbe, nè uno scomparire (ovvero, un non dar senso a tutto il vissuto, di noi e degli altri – "Morto io, morti tutti"), nè un pericoloso enigma (come la penserà veramente il Dio giudice?), bensì, alla fine, un ragionevole arrivo garantito dalla logica di una emanazione comune. 

 


      Potrebbe cioè considerare la vita in modo diverso che se  dovesse morire in breve e ricevere, a causa di ciò, un giudizio.


      Potrebbe imparare a non avere timore di Dio; intendendo  ciò  in senso buono.


      Potrebbe realizzare che Dio agisce in modo sempre provabile, e con leggi ripetibili e matematizzabili, uguali per tutti


      Potrebbe apprendere che tutte le conseguenze  dei peccati commessi contro il prossimo si pagano sulla terra e sono, praticamente, commessi contro noi stessi.


      Potrebbe capire che nessuno, sulla terra, può sfuggire alle proprie responsabilità.


      Potrebbe imparare a considerare la libertà NON  una scelta pericolosa fra il bene e il male, ma  una esigenza logica della nostra natura  umana, che ne ha bisogno per costruirsi.

 

      Tutto ciò potrà contribuire a creare un tipo d'uomo nuovo, non solo adattabile a un mondo pacificabile, ma anche capace di costruirlo.
      Ciò ha valore per tutto il mondo.

 

                                                          SPICCIOLI

FELICITA'.
       L'essenziale noumeno, l' "essere in sè stessi" nella generazione universale viene raggiunto quando è doddisfatta da ogni creatura vivente (piante, animali, uomini) la realizzazione della propria volontà di vita.
Così diceva Arturo Schopenhauer, come si può leggere anche in questo sito.
      Nutrirsi, ad esempio, è una esigenza naturale obbligatoria che si trasforma in "volontà" inconscia che dev'essere soddisfatta da tutti. 
Nessun essere vivente, infatti, nasce libero, ma tutti sotto la costrizione di una determinata "volontà" fisiologica.
      Federico Nietzsche aggiunse che, oltre a  ciò, esistono soddisfacimenti inconsci più elevati che si risolvono in quella "volontà di potenza" che, nell'individuo umano può assumere aspetti svariatissimi a seconda dei caratteri e delle personalità individuali che lo rappresentano.
   
      Esiste pertanto una contraddizione naturale della felicità:
      Contrario alla felicità è – sempre –  il NON soddisfacimento delle volontà nocive: intendo, se uno non soddisfa una volontà nociva, è infelice, o alla meglio dovrà lottare.
      Come usualmente si dice: "tutto ciò che ci piace fa male". cosa che spesso è vera. Per cui può accadere che persone anche apparentemente equilibrate e felici vivano una loro sofferenza privata, quasi sempre nascosta. Sofferenza che a volte può condurli a commettere gravi errori. Ad esempio il drogarsi, o esporsi a un determinato vizio.

Amore ed eros sono piani inclinati scivolosi che non garantiscono il raggiungimento della felicità.
      L'eros, in specie, è difficilissimo da amministrare. I testi di criminologia raccontano spesso di  malattie morali provenienti da disordini erotici.

      L'educazione delle fanciulle è sempre stata molto severa riguardo all'amore, almeno sino a pochi anni fa.
      Il "libero amore" produce altrettanti danni, e forse di più.
      La "famiglia felice" è un gran risultato che un uomo e una donna devono sempre sinceramente vantarsi di aver raggiunto.
      Marito e moglie sono, l'una per l'altro, e viceversa, soldati validi contro la volontà nociva.

      In senso civile conduce alla felicità il "riconoscimento del sè" da parte degli altri, per cui la vita, per molti, si svolge entro una continua competizione verso  un traguardo desiderato. Nel migliore dei casi si avrà una felicità breve.
    
      La illusione e la credulità rendono felici e infelici a un tempo.
      Così l'ignoranza e l'intelligenza. Quest'ultima è amministrabile, ma abbisogna di un ambiente favorevole.
      La ricchezza improvvisa può recar danno. La conservazione  della ricchezza richiede giudizio.
      Cattiveria e insensibilità possono render felici, ma per poco.

      In senso classico, per ottenere un "riconoscimento del sè" positivo, occorre non suscitare invidia, nè averne per gli altri. (Epitteto). Secondo Leonida (e gli stoici in genere) si è felici quando ci si accontenta di ciò che si ha. Se per cena c'è pane, acqua e un'erba profumata, questa è una buona cena. Ciò va bene per la poesia; ma anche la filosofia, se portata con saggezza, aiuta a mantenere l'equilibrio,  con poca ricchezza. La miseria, comunque, non deve essere predicata.
     
      Naturalmente, nessuno può esser felice da solo, per cui sarà cura del saggio preoccuparsi dell'equilibrio morale della società.
      Però non attraverso obbligazioni ideologiche, ma mediante l'educazione alla libertà, che esige, al suo centro, l'equilibrio autonomo dei sentimenti.

      Esiste una  educazione alla felicità raggiungibile attraverso la sofferenza.
Un ammalato può essere effettivamente consolato se si pone, mentalmente, allo interno di una visione del mondo che considera la vita come un tutto, e la sua malattia come una inevitabile parte di esso.
      Anche in caso di innocenza ferita, credere in Dio consola molto.
      Altra cosa è mortificarsi per ottenerne una ricompensa in cielo.
Da qui si può facilmente arrivare  a fare indossare una cintura esplosiva a un bambino, o a predicare la felicità del martirio.

Esiste un momento, nella vita di ognuno di noi, nel quale sentiamo il bisogno di comunicare con Dio. Non importa chi siamo, come la pensiamo, e se  lo diciamo a nessuno.

      Il sentimento della necessità di comunicare stabilisce un contatto, e il vero Dio è quello che sentiamo esistere entro di noi.

      Un pazzo non violento, generalmente, è felice, salvo che non lo si curi con  scariche elettriche nel  cervello, come si usava un tempo. Che non lo si umili troppo, perchè i pazzi possiedono una intelligenza animale e capiscono le offese quando vengono rese a botte, spintoni, rifiuti.
      Un pazzo violento rende infelice chi ha a che fare con lui, e spesso non c'è che la morte naturale a risolvere la situazione.

      Colui che, per manifestare la sua "volontà di potenza" rende infelici gli altri, spesso è felice, ed è per questo motivo che la felicità individuale, per sè, può rivelarsi anche un traguardo ambiguo.  Un filosofo, o un amministratore saggio tendono sempre alla felicità collettiva di una società civile.

      Nel senso del nuovo  pitagorismo, essendo la INfelicità un portato della "volontà", cioè di uno stato naturale di necesità che ci proviene dall'esser vivi, si potrà parlare di un controllo costante e inconscio della felicità, che può provenire dal sapere che la vita è una grandissima avventura che ha solo Dio come punto di riferimento.
      La felicità può dipendere anche dalla fortuna, a seconda della parte che ci è stata assegnata nel theatrum vitae.

 

LIBERTA'
      La libertà ha una rispondenza intellettuale, ed una morale.
      La libertà intellettuale, non è una scelta. In senso pitagorico e liberale, è una necessità.
      Si è già scritto nella teologia pitagorica che la vita sul nostro pianeta è nata dalla natura selvaggia, dalla quale anche gli esseri umani provengono
.
      Si è già scritto che il metodo pitagorico di giudizio comprende due percorsi, i quali, entrambi, presuppongono Dio: uno materiale, un altro spirituale che accetta in sè l' analisi metafisica.  In nessun caso, però, Dio è un prodotto fantastico.
    
       Sino ad un certo punto della evoluzione la libertà non esiste, e ciò vale non solo per gli animali, ma anche per gli esseri umani.
      Dopo un certo stadio di evoluzione la libertà diventa una necessità inesauribile, per cui tutte le culture ideologiche, religioni in testa, nonostante siano storicamente giustificabili, hanno finito per bloccare il libero sviluppo intellettuale del genere umano.
     
      In senso pitagorico la libertà morale è una conseguenza logica del credere in Dio, ovvero del fatto che essendo noi tutti figli della stessa emanazione,   siamo noi stessi emanazione e quindi necessitati a conoscerci e a muoverci verso uno stesso traguardo.
    
      La libertà, alla fine, è il principale strumento di conoscenza a nostra disposizione.
La libertà pitagorica, pertanto, non si disgiunge dalla libertà morale. Non si accetta, perciò, la diversificazione fra una conoscenza "atea" ed una "spirituale" come oggi gran parte della cultura pretende ancora.

 

ODIO.
      In senso pitagorico l'odio è inammissinile, come è stato già scritto più volte e come risulta dalla conseguenza logica della  teologia.
      Siccome, però, siamo in guerra contro i terroristi, ne scriviamo.
      La guerra "per odio" è una contraddizione che, già oggi,  nessuna società civile può ufficialmente accettare. Anche se esso, ufficialmente esiste.
      La guerra "per necessità", purtroppo. al giorno d'oggi, è ancora possibile.
      La società pitagorica (a venire), però non sarà la società dell'oggi entro la quale l'odio ha ancora fin troppe ragioni culturali per allignare. Mi riferisco al mondo intero.

 

PERDONO.
      Il perdono può essere inteso in senso umano, o divino.
      Non sempre però è capito bene dalle persone.
      Secondo alcuni, il perdono umano potrebbe svolgersi, coerentemente, così:

      PERSONA:  –  Hai ammazzato mio figlio?
      ASSASSINO: –  Si, però ti chiedo perdono.
      PERSONA: – Concesso, andiamo a prendere un caffè insieme.
     
      I buoni, però, mai accetterebbero una simile conseguenza logica delle loro decisioni. Troverebbero  arzigogoli dialettici per difendere le loro affermazioni, e ciò perchè, secondo la nostra cultura, i buoni si aspettano sempre un premio individuale proveniente loro da Dio. Non importa se poi il cattivo ne ammazzerà altri cento.

      Il perdono divino, comunque esiste, e si realizza (non sempre), secondo natura, nel tempo.
      E' molto difficile che il perdono avvenga "per folgorazione", come accadde a San Paolo.

      Il "killer" di una organizzazione criminale può provare piacere a uccidere. E' lodato, pagato, si sente apprezzato e in carriera. Se si pente, lo fa per trarne qualche vantaggio pratico.  Esser temuto lo rende fiero di sè-
      Il perdono per lui può avvenire dopo molti anni di autentica sofferenza e soltanto se sarà dotato di sensibilità e della  capacità intellettuale di indagare su sè stesso.
      Può darsi che un giorno provi orrore di ciò che ha fatto. Nessuno, però, potrà perdonarlo "da fuori".

      Il recente perdono dato ad Olindo e Rosa da un membro della famiglia delle vittime è un fatto contro natura che può esser capito soltanto come conseguenza di uno sconvolgimento psichico, comprensibile ma non proponibile. Può darsi però che il nostro soggetto interpreti la propria incapacità d'odio come "perdono".
      In tutti i modi, dal punto di vista pitagorico, per  gravi fatti caratteriali il perdono umano è assolutamente improponibile.
      Decide solo il rapporto privato Dio – uomo.

 

Enrico Orlandini,
OSIMO, 17 dicembre  2009.

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