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Enrico Orlandini
Arte libraria carolingia: San Luca,
Treviri – Stadtbibliothek
 
O Zarathustra, sei più devoto di quanto tu non creda
con questa tua miscredenza.
Non è la tua stessa devozione
che non ti fa più credere in un Dio?
Nietzsche. Così parlò Zarathustra.  A riposo. 146-150.
 
Parla l'uomo più brutto:
Il dio che vedeva tutto, anche l'uomo: questo dio
doveva morire.
L'uomo non tollera che un simile testimone viva.
Nietzsche. Così parlò Zarathustra.  L'uomo più brutto. 163-165.
 
 
I dirigenti responsabili dei circoli atei (oggi con 4000 adesioni in Italia, e centri di élite a Genova e Pescara), nel giustificato intento di movimentare la loro azione, stanno suggerendo ai propri aderenti l'operazione dello "sbattezzo", ovvero la richiesta ai vescovi della cancellazione, dai registri delle parrocchie, della loro posizione di battezzati.
Sono vecchio, e sarò anche diventato impiccione, ma mi sembra che tale pratica comporterà  conseguenze sgradevoli e sacrifici per chi vorrà accettarla.
Forse quando si hanno trenta, quaranta o cinquant'anni non ci si pensa. Non si pensa che alla fine della vita saremo tutti, o quasi, in un letto d'ospedale, e che avvertiremo i problemi del mondo, e quelli di noi stessi, in un modo diverso.
Ammettiamo che lo sbattezzo si riferisca a me.
Io, che sono arrivato a ottant'anni, affetto da cinque anni da una malattia terminale lunga, che mi costringe ad entrare ed uscire dagli ospedali almeno due o tre volte l'anno, obbligato in casa a cure interminabili  a base di cortisone e insulina, essendo di religione cattolica, se fossi sbattezzato avrei ottenuto  l'annullamento di quella protezione che, sia pure a livello da me ritenuto fantastico, mi avrebbe salvato  dalle conseguenze del peccato originale. (v. art. 171 del Catechismo ed. 2005).
Perchè noi, già appena nati, siamo destinati (potenzialmente) all'inferno (inteso come separazione dal bene) e solo la Chiesa, con il battesimo pretende di tirarcene fuori.
Consideriamo che alla fine della vita ogni persona di sensibilità e spirito elevati (come ritengo siano gli atei, se non altro per la loro inclinazione a pensare) voglia continuare a conservarsi spiritualmente forte.
Consideriamo che costoro, proprio a causa dello "sbattezzo", potrebbero essere considerati indiavolati, non solo dai religiosi più o meno laici,  distributori di sacramenti (sempre presenti negli ambienti ospedalieri), ma anche dagli altri ammalati "normali", perchè chi si avvicina alla morte immagina l' "al di là" senza darsi troppo pensiero del razionale.
Il culto dei santi, ad esempio, costringe i malati ad aspettare passivamente il miracolo, nella credulità verso il quale le stesse cure ospedaliere diventano una contraddizione, cosa che alla fine comporta  un impoverimento spirituale estremo.
In queste situazioni chi crede in Dio (a qualsiasi Dio) se la cava meglio.
L'ateo, purtroppo, avrà nulla. Perchè bisogna morire con lo spirito forte.
Io, ad esempio, uscito da un coma diabetico nel marzo 2005, convinto di dover morire, avrei desiderato essere ammesso a una scuola che mi avesse consentito di capire come funziona veramente il mondo. C'è, comunque, chi si ritiene senza peccato e si aspetta di osservare l'umanità dall'alto. C'è chi, invece, consuetudinario bestemmiatore, chiede la comunione ogni giorno, fino a che, sentendosi perdonato, si ritiene anch'egli meritevole di qualche grazia benefica, salvo poi, recuperate le forze, tornare alle vecchie abitudini.
Perchè ognuno di noi, sino alla fine, si ripromette di grattare qualcosa.
Scrivo di persone reali che, come me, se la sono provvisoriamente cavata. Certo, occorre  non essere narcotizzati, nè sottoposti a forti dolori. Non so di chi è in grave colpa: assassini non ne ho mai incontrati.
Ho notato, comunque, in quasi tutti, una curiosità naturale per il dopo morte, e intorno a tal cosa mi sono fatto l'idea personale che ci si debba  aspettare di tutto, meno la pace eterna.
Non entro nel merito della oggettivazione individuale sul proprio cadavere, il quale dovrebbe risorgere nel giorno del giudizio, al suono di una tromba che dovrebbe farci tremare.
Il giudizio sull'anima, (v.art. 125 Cat.) dovrebbe essere  dato subito, per cui tale sovrabbondanza di pena, anche sui corpi "in carne",  mi sembra una cattiveria inutile che conferma una ambivalenza sulla presunta bontà di Dio. 

 

Arte libraria carolingia: San Matteo Vienna, Kunsthistorisches Museum
Non lasciamoci indurre in errore:
i grandi spiriti sono degli scettici.
Zarathustra è uno scettico.
Nietzsche. L'Anticristo. Collezione Adelphi. VI, 3, p. 231, 53.
 
 Corre sul web con grande fortuna un libro di Luigi Cascioli intitolato La favola di Cristo (2^ ed.).  Esso sostiene, basandosi su prove storiche, filologiche e confronti testuali fondati spesso sul buon senso, la tesi molto coraggiosa della improbabilità reale della esistenza storica di Gesù.
Il risultato, nel suo complesso, sembra plausibile e lo si potrebbe consigliare al lettore come propedeutico alla conoscenza della Bibbia, se lo scritto non fosse  negativamente schierato  verso coloro che invece credono e sacralizzano tale testo. 
Purtroppo, Bibbia, Vangeli, Atti, Lettere ed altro, possono da tempo essere considerati scritture istituzionalizzate che spesso il lettore accetta o respinge senza neppure leggere; per scelta di campo che gli proviene da esperienze esistenziali prima ancora che critiche.
Ad esempio, per sostenere la propria tesi, Cascioli afferma che i vangeli considerati canonici, ovvero accettati dalla Chiesa, furono composti  nel secondo secolo della nostra èra, riportando su ciò giustificazioni apparentemente valide.
Nella enciclopedia Wikipedia, raggiungibile da questo stesso sito (v. Informazioni), cliccando "vangeli apocrifi"  o anche "vangeli gnostici", scendendo un poco col mouse, si può leggere questa frase:
"Due sono gli elementi che inducono a rigettare la presunta storicità delle informazioni in essi contenute:
L'epoca tarda. I più antichi vangeli apocrifi sono stati composti verso la metà del secondo secolo, quando i testimoni diretti della vita e della predicazione di Gesù erano da tempo scomparsi. Al contrario, la composizione dei vangeli canonici risale al primo secolo, quando la testimonianza dei discepoli e  degli evangelisti in particolare era ancora viva".
Considerando che tale argomento, ancorchè citato da Wikipedia, esprima la posizione della Chiesa ufficiale, sarebbe corretto, per poterne ricavare un giudizio critico  sufficiente, di conoscere le giustificazioni storiche e filologiche avverse a quelle del Cascioli.
Un secondo argomento:
Cascioli afferma, a pagina 156 del suo libro citato,  che il primo vero papa di Roma non fu San Pietro, bensì "un certo Sotero, originario della Campania (165-173) mentre tale vescovo, nell'elenco ufficiale dei papi occuperebbe l'undicesimo posto"… con giustificazioni.
Anche questa affermazione, senza dubbio coraggiosa, meriterebbe, da qualche teologo canonico, una confutazione ufficiale provata.
Terzo argomento (poi smetto):
Cascioli sostiene, a pagina 179 (e genericamente un po' dappertutto) che la teologia cristiana sarebbe stata costruita in sovrapposizione a quella di Mitra, e in genere ai culti dei misteri, ovvero alla cultura dominante al tempo dell'impero romano prima di Costantino, caratterizzata da preferenze esoteriche che guastarono anche il pitagorismo.
Anche qui sarebbe utile una confutazione ufficiale, sebbene l'autore avrebbe dovuto aggiungere lui stesso un chiarimento bibliografico.
Si potrebbe continuare per tutte le altre tematiche filologiche, ma è giusto che ogni lettore le trovi da sè.
Se poi si vuole il parere di Luigi Cascioli, basta cercare su un motore di ricerca e chiedere a lui.

  Arte libraria carolingia: San Giovanni. Vienna, Kunsthistorisches Museum

 Cascioli appare invece un po' approssimativo – a mio avviso – in alcune considerazioni filosofiche, che qui citerò: 

A pagina 79 sono citati i seguenti filosofi, definiti "Negatori di ogni principio divino": Parmenide, Anassagora, Diogene (?), Leucippo, Democrito, Epicuro, Lucrezio.

Premetto che ognuno di questi filosofi credeva poco o nulla negli dèi del suo tempo, e che ciò non li pone affatto  dalla parte dei "negatori della divinità", bensì il contrario.

PARMENIDE. Di lui si può leggere nei "Dialoghi" di Platone. E' autore della teoria teologica dell'"Uno".

ERACLITO. Sacerdote di Artemide Introdusse il Logos quale sostanza e causa del mondo,  non come persona.

ANASSAGORA. Anch'esso citato nei dialoghi di Platone nelle parti che riguardano Socrate. Fu perseguitato dai sacerdoti di Atena per le sue opinioni materialiste in astronomia. Giudizi, ovviamente, esatti. Introdusse il nous (impersonale) quale luogo d'incontro fra spirito e materia, a simiglianza del Logos di Eraclito.

Si può, senza andar fuori tema, aggiungerci Socrate che,  nei suoi insegnamenti, ne utilizzava le teorie esponendosi così anch'egli agli stessi pericoli del suo predecessore. In ciò consisteva la sua "corruzione", che ancora oggi molti testi ignorano per evidenziare soltanto la virtù della sua condiscendenza alla legge, che va civicamente obbedita anche se la si ritiene ingiusta.   

DIOGENE (Quale?). Per non appesantirmi con pedanterie, facciamo Diogene il cinico, personaggio bizzarro e molto sfumato, deriso, ma anche ammirato dai suoi contemporanei.

Gli altri Diogene: (Laertio, di Apollonia, di Babilonia, di Enoanda (epicureo) potrebbero, a mio parere, essere chiamati fuori.

LEUCIPPO e DEMOCRITO suo discepolo. Atomisti. Si attribuiscono ad essi concetti pitagorici.  Comunque, solo un pregiudizio moderno può attribuire al loro materialismo la negazione di ogni principio divino.

EPICURO. Il più odiato, nei secoli, dagli scrittori cristiani istituzionalizzati. Nel nostro sito è considerato il maggior moralista mai comparso (v. in Filosofia) e se ne citano numerosi frammenti.

Ricordiamo il seguente:

Dall’Epistola a Meneceo, in D.L. 123, 7.: 
Gli dèi esistono: evidente è, infatti, la loro conoscenza; non esistono, piuttosto, nella maniera in cui li considerano i più, perché così come li reputano vengono a toglier loro ogni fondamento di esistenza. Empio, pertanto, non è colui che gli dèi del volgo rinnega, ma chi le opinioni del volgo attribuisce agli dèi, poiché non sono prenozioni, ma fallaci presunzioni  i giudizi del volgo a proposito degli dèi.
(Traduzione di Graziano Arrighetti)

LUCREZIO. Epicureo. Pessinista, intende l'insegnamento di Epicuro in chiave atea. Tale viene definito dalla maggioranza degli studiosi.

 Per concludere, non penso che il citato libro del Cascioli, seppure lodevole, muoverà molto nella cultura religiosa degli italiani, almeno a livello istituzionale.
Primariamente perchè tale cultura  lo ignorerà, o fingerà di ignorarlo.
Secondariamente, perchè la cultura libera si è già espressa, e da moltissimo tempo, con idee corrette sulla figura di Cristo.
Qualsiasi concetto noi si abbia di Gesù: Dio, mago, uomo di fede o di spada, invenzione, qualsivoglia, essa ci viene dai vangeli, ed è rilevante notare che, nelle illustrazioni della letteratura carolingia (prima del novecento dell'èra volgare) la figura di Gesù rimane quasi inferiore, per importanza, paragonata a quella degli evangelisti (si intende canonici), apprezzati quali suoi costruttori.
Nonostante ciò, sia nel popolo che nelle arti, il valore positivo di Gesù rimane  intangibile.
Per il popolo, di qualsiasi ideologia,   esso è considerato  umanamente divino. Al popolo appartengono tutte le tradizioni, a partire dalla Pasqua e il Natale. Non ho mai incontrato un comunista, ne' un anticlericale che abbia dimostrato il minimo dubbio sulla positività di Gesù, tradito dal Vaticano.
Se accettassimo Gesù proprietà dei "poveri di spirito" (come amano fare gli atei), dovremmo considerare tali: Michelangelo, il Perugino, Raffaello, Dürer, tanto per citare qualcuno. E Dante Alighieri? E l' architettura? E tutte le grandi menti precedenti e a seguire sino ai nostri giorni? Mettendoci dentro anche chi  crede soltanto nel mito.
Pure augurando il maggiore successo all'opera del Cascioli, anche con riconoscimenti internazionali, Gesù non potrà essere minacciato d' essere tolto dalla cultura mondiale senza provocare una reazione contraria proporzionata, ed anche più forte.
Già storici e filosofi, e tutti coloro che sono costretti, dall'arte loro, a tener conto delle giuste misure, non discutono  la sua divinità, ma  lo considerano un mito.
Penso che ciò sia il minimo che ci si possa aspettare dalla cultura cosiddetta "laica".
Al mito, però, quando fosse ufficialmente accettato, spetterebbero gli arretrati, ovvero il riconoscimento  dei miracoli piccoli, la resurrezione di Lazzaro, la liberazione dal sepolcro, l'ascensione, e infine la intronazione alla destra del Padre.
Amen.

 Arte libraria carolingia: San Marco
Parigi – Bibliothèque Nationale
 
Non è corretto ritenere che la teologia si leghi alla religione.
La religione lega l'uomo a Dio, però come popolo. Pertanto essa diventa corredo della sociologia, intesa quest'ultima come arte del governare.
L'arte del governare  non proviene dall'oggi, e nemmeno dallo ieri, ma dal profondo di molti secoli, per cui, adesso, il catechismo possiamo accettarlo soltanto a patto d'essere sempre in conflitto col nostro liberalismo, con il nostro scientismo, in breve, con le nostre idee moderne.
Battesimo, Cresima, Comunione, Matrimonio, Estrema Unzione, possiamo rispettarli, anzi, io personalmente li rispetto, sapendo però che non hanno niente a che fare con il discorso su Dio, con la teologia.
Il discorso religioso attuale è tutto psicologia, rapporti umani, sentimento di comunanza, tutte cose lodevoli in contrasto con le quali siamo costretti ad accettare un Dio che il Catechismo stesso ci presenta come un Re di epoche superate, del quale dobbiamo temere dopo la morte.
Il "rogo dell'eretico" non possiamo addebitarlo alla Chiesa attuale, anche se non possiamo tornare indietro senza pericolo.

 
Arte libraria carolingia: Vangeli.
Senza indicazioni.
Parigi. Bibliothèque Nationale
 
La figura mostra, senza dare indicazioni ulteriori, Giuseppe d'Arimatea che raccoglie, con una coppa, il sangue di Gesù.

Non si sa se l'autore del disegno abbia voluto raffigurare la figura del Santo Graal, oppure se da lì siano poi dipartite, nel dodicesimo secolo, le prime leggende scritte su Re Artù e i suoi cavalieri.

Certo, quella che si vede è la coppa del Graal e qui siamo in pieno mito: Gesù guarda benevolmente, e con attenzione, la coppa (a forma di bricco per il latte della colazione) e non sembra mostrar sofferenza. Giuseppe è un po' fuori mira, e tutti indossano vesti trasparenti adatte forse più a baiadere che a personaggi di una tragedia.

La stessa croce è estemporanea, in quanto, al tempo di Gesù, il condannato avrebbe dovuto poggiare i piedi a terra ed essere sostenuto da corde o lacci (da Cascioli, con documenti), cosa però che, alla lunga, non ne diminuiva le sofferenze.

Nell'insieme, il Graal rappresenta un mito credibile, un traguardo, una forza spirituale, un desiderio di unione fra le nazioni del mondo e di pace fra gli uomini.

 

 

Osimo, 12 aprile 2009 

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