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Enrico Orlandini

 

 

PREAMBOLO

          Chi dovesse mettersi a leggere questo file non pensi di riuscire a scoprire, alla fine della lettura, di quali nuove avventure sarà chiacchierato  Berlusconi, o se Di Pietro aumenterà o diminuirà consensi. 

         Anzi, personalmente penso che la democrazia ottimale debba essere ottenuta col minor peso possibile dei partiti sulla società civile, in virtù della maturità della medesima.

         Il problema politico può essere, tuttavia, molto semplice a definirsi: Cosa ne sarà di noi domani? Ammettiamo fra dieci anni. Quale società futura stiamo preparando?

         Ciò comporta una conseguenza logica molto importante: legati al problema politico siamo tutti, uomini di partito e non, perchè tutti,  operai o manager, cittadini o paesani, studenti o insegnanti, col nostro vivere quotidiano, col nostro lavoro, prepariamo il nostro avvenire.

         Il problema politico, pertanto, è un problema pratico che  ognuno di noi può ritenersi capace di contribuire a poter risolvere.

 

LA POLITICA COME ISTITUZIONE DEMOCRATICA

         C'è un equivoco, alimentato in Italia dai Media, secondo il quale quanto più alta è la percentuale dei votanti nelle elezioni, tanto più si manifesta la democraticità del popolo e la solidità delle istituzioni.

         Si dice: da noi ha votato l'85 per cento; negli Stati Uniti e in molti Stati europei vota il cinquanta. Quale può essere allora il vero sostegno ad Obama, o comunque ai capi di governo di tali nazioni? 

         A noi dev'essere riconosciuta una democrazia più matura.

         Non è così.

         Nei Paesi stranieri in esempio, una grossa parte dello elettorato non vota perchè ha fiducia nel governo che ne uscirà, qualunque esso sia.

         Un elettore responsabile, non iscritto ad alcun partito, non conoscendo il reale valore dei candidati che gli sono proposti, può decidere di non votare.

         Una persona altrettanto responsabile ancor sempre non iscritta ad alcun partito, ma con le mani più in pasta, sceglie e vota con cognizione di causa.

         Un cittadino iscritto a un partito  sarà più legato nella scelta, ma avrà il vantaggio di conoscere meglio i propri candidati.

         Tornando al primo elettore, è giusto e corretto che egli non voti, altrettanto quanto è giusto e corretto che votino gli altri due che sono in grado di farlo.  La obbligatorietà del voto dimostra proprio come noi si sia ritenuti una democrazia in esperimento.

         Sperimentale ritengo sia anche la candidatura affidata alle segreterie di partito.

         In Italia, e questo viene espresso pubblicamente, si vota "contro" il pericolo di vedere al potere un governo che non ci piace.

         Il retaggio storico proveniente dal ventesimo secolo è ancora pesante.

         Come ottantenne posso dire di aver conosciuto bene il fascismo, il comunismo (per averlo vissuto anche all'estero), e il clericalismo.

         In tutte tre queste forme di ideologia, le persone (che siano più o meno sinceramente convinte), sono costrette ad essere trascinate verso un non si sa quale avvenire luminoso, senza però poter far nulla per manovrare, salvo affidarsi a un timoniere che sarà poi anche lui sballottato dalla corrente.

         O Dio, anche da noi la corrente è fortissima, provocata dai cosiddetti "poteri forti"; ed esistono anche le cascate senza fondo ove tutti i più piccoli saranno inghiottiti.

         Però, alla lunga e con un po' di fortuna qualcuno se la potrà cavare anche a nuoto ed arrivare a migliorare codici e leggi secondo  l'interesse della società civile. Leggi che poi saranno magari a loro volta modificate, ma senza drammi, senza tragedie.

         Se fra un secolo dovesse accadere  al pitagorismo di affermarsi quale filosofia libera e priva di gerarchie, sarà bene esso si distribuisca uniformemente fra tutti i partiti democratici e in tutte le categorie del lavoro e le strutture della società.

 

LA POLITICA COME VALORE INTERNAZIONALE

         Il valore qui può essere riferito alle prospettive generali internazionali in quanto esse volgono alla pacificazione delle nazioni – così come esse si trovano nel mondo in questo momento storico – .

         Rispetto al ventesimo secolo, quando il pericolo di una conflagrazione atomica fu più volte reale (crisi di Cuba, crisi di Berlino), oggi  tutto ruota intorno  alla crisi palestinese – israeliana, anche se da un po' di tempo essa sembra aver perso visibilità.

         Premetto che, anche se si può parlare – all'ingrosso – di lotta fra culture drogate e culture razionali, le posizioni in discussione sono tali e tante, che sarebbe difficile giustificarle tutte.

         Tuttavia, chi auspica una sempre più stretta unità internazionale finalizzata al valore della pace mondiale – che ora comincia ad intravvedersi – deve accettare alcune situazioni di sacrificio.

         E' vergognosa la posizione di chi vuol ridurre la missione del nostro contingente militare in Afganistan a un intervento di mercenari, come se la mentalità di ogni combattente fosse solo finalizzata al denaro.

         Mio padre fece i quattro anni italiani della prima guerra mondiale per 10 centesimi al giorno, e con due ferite dolorose. Non fu un volontario, ma molti altri lo furono.

         Avendo esperienza del vecchio ambiente fiumano, ho avuto, ed ho tuttora, amici che combatterono sia nella ex repubblica di Salò (litorale Adriatico). sia fra i partigiani (battaglione Budicin). Ricordo Mario Scalamera, amico di strada, ragazzo della mia età, morto in combattimento sul Monte Maggiore proprio negli ultimissimi giorni di guerra.

         Nessuno di costoro mi sarebbe, o mi è mai venuto a dire: "mi pagano poco".

         Ciò vale anche per poliziotti e carabinieri impegnati nella lotta contro la criminalità, spesso a rischio di essere severamente puniti per errori inevitabili.

         Quelli che mancano ancor oggi, nel teatro "caldo" internazionale, sono uomini di cultura razionale provenienti dai popoli di tutte le parti in lotta,  che abbiano la capacità di comunicare fra loro, comprensibilmente, sui fatti concreti.

 

LA POLITICA COME POLITICA DI PARTITO

         Non è vero che un partito, quanto più siano numerosi i suoi iscritti, tanto meglio sia per il corpo sociale.

         In uno Stato democratico ove tutto il popolo accetti la tolleranza verso le diversità delle opinioni, tutto il popolo è liberale e può distribuire il suo voto una elezione qui e un'altra là, secondo criteri pragmatici di "ben fare", in relazione ai risultati offerti dal suo governo.

         I partiti attuali, tutti di origine o di imitazione ottocentesca, tendono a prediligere i "fedelissimi" e ad impicciarsi di tutti gli Enti pubblici e privati ove esistano direttori, primari, presidenti, rettori, e quant'altri che possano essere considerati "cose proprie". La conseguenza che se ne ottiene è indebolire la capacità di libero e onesto fare di ogni buon cittadino.

         Non esiste un partito "libero" che sia utile a tutti allo stesso modo.

         Quando, nel 1957, fui assunto nello Istituto Sperimentale Talassografico di Taranto, che allora apparteneva al Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste, e che poi passò al C.N.R., e feci giuramento allo Stato, mi sembrò di essermi messo al servizio di tutto il popolo italiano e ne rimasi orgoglioso. Eravamo ancora, praticamente, nel dopoguerra e resisteva il ricordo dello Stato fascista e della tessera obbligatoria. Non solo a me, ma a tutti i funzionari di allora, specialmente nell'ambiente scientifico, tornare a quell'uso sarebbe sembrata una mortificazione.

         Da qualche settimana a questa parte è diventato di moda parlare di élites. Oggi tutti i partiti sono elitari, quale che sia il numero degli iscritti e la partecipazione ai congressi. Alcuni prediligono il leader, altri la libera discussione fra candidati.

         A opinione dei partiti più rappresentati, un bipartitismo sperimentale sarebbe auspicato, senonchè codesto modo di governare, per dimostrarsi efficace dovrebbe mostrarsi spontaneo.

         Nelle nazioni liberali dove il bipartitismo è maturo, ed è accettato dal corpo elettorale, il gioco politico si sviluppa anche lì attraverso  partiti di élite. Ciò giustifica le basse percentuali elettorali cui si accennava allo inizio del file.

         In Italia, ove la politica bipolare è stata data al corpo sociale come una toppa necessaria a superare le difficoltà create dal sistema elettorale maggioritario, gli ostacoli sono ancor più difficili a superarsi e una tranquilla libertà più difficile a ottenersi.

         La causa è dipesa dal fatto che la pacificazione sociale non la si è mai sinceramente voluta. Fascismo e comunismo sono stati, di volta in volta, reciprocamente adoperati come il nemico necessario "facile".

         Ma andiamo avanti.

         Le élites non sono soltanto quelle dei partiti. Sono anche quelle dei grandi poteri industriali, ecclesiastici, culturali, bancari… e giù giù sino alle massonerie, alle lobbies, e chi più ne ha più ne metta, per non parlare dei poteri veramente oscuri.

         Consideriamo soltanto i primi due poteri citati. Quanto possono influenzare un partito che, agli occhi degli elettori, voglia sembrare veramente libero?

         – Il capitalismo.

         Fino a un paio di decine di anni fa, due erano le strutture economiche che si contendevano il mondo, quella privatistica e quella statalistica. Il discorso che qui si fa è limitato alle conseguenze sul partito politico.

         Ciò che scriverò adesso viene spesso negato, ma è così.

         Per rappresentare uno Stato ad economia comunista (comunità popolare dei beni), con una struttura industriale completamente statalizzata e con l'abolizione (o uno stretto controllo) dell'economia privata, un solo partito è possibile. Non se ne possono costruire due.

         Per rappresentare uno Stato ad economia di mercato ed a struttura industriale capitalistica, tutti i partiti, quanti ne siano, sono necessitati ad accettare tale struttura. Possono definirsi neocomunisti, operaisti, socialisti, sindacalisti, quanto gli pare, ma non si può combattere veramente il capitalismo all'interno di un partito, se non ponendosi fuori legge.

         Si possono avere partiti di opposizione "moralisti", ma non si può modificare la struttura economica dell'attuale società industriale se non attraverso  una rivoluzione armata mondiale (i talebani non c'entrano). Ciò ha contribuito alla crisi attuale della sinistra estrema in Italia perchè, agli occhi della opinione pubblica (che dai partiti viene ritenuta stupida, ma non lo è), il suo preteso pacifismo è stato considerato un tarocco.

         Premetto che i partiti onestamente "moralisti" possono essere utili a uno Stato quanto i buoni partiti di governo.

         Da un punto di vista filosofico (anche pitagorico) si può prendere atto del fallimento del comunismo relativamente alla sua capacità di amalgamare il mondo.

         Il capitalismo, attraverso le sue vituperate "multinazionali", ci sta riuscendo, forse nonostante sè stesso.

         – Il clericalismo.

         Il clericalismo, inteso come ideologismo, rispetto al già nominato "partito che voglia sentirsi veramente libero" differisce per il fatto di avere già pronta la risposta a tutti i problemi, essendo essi conseguenza logica di testi già scritti e ritenuti insostituibili.

         Nel liberalismo, ed in particolare nel pragmatismo, ogni problema va discusso e risolto secondo l'utile che ne può provenire alla società, oppure, specialmente se si tratta di problemi etici, lasciato alla libera interpretazione dei singoli.

         Per "clericalismo" non si intendono i cristiani battezzati, ma il cosiddetto "partito dei vescovi".

         Chiariamo che i vescovi hanno spesso ragione, dispongono di un gran numero di seguaci "fondamentalisti" che votano (o non votano) e che pertanto fanno gola ai partiti.

         L'avere spesso ragione, comunque, non significa averne sempre. Però, i problemi vanno esaminati tutti senza pregiudizi.

         Dal punto di vista filosofico il clericalismo non si combatte. Gli "anticlericali di mestiere"  sono ormai figure ottocentesche anch'essi.

         Chiunque combatta un ideologismo dovrà diventare a sua volta ideologo, e questo è il motivo per cui il clericalismo non si combatte. Si tratta soltanto di non lasciarsi condizionare.

         Per concludere, non si potranno superare tutti gli ostacoli senza acquistare un nuovo modello di "visione del mondo". 

        Il giustizialismo.

       Con questo titolo un po'inventato, intendo scrivere sul rapporto magistratura – potere esecutivo, ovvero su ciò che Benjamin Constant intendeva per una delle principali forme dello Stato liberal – democratico moderno. In pratica, per ridefinire una parte di ciò che in questo sito è stato già scritto nella subdirectory "Manuale del buon politicamte da caffè".


     Non c'è alcun  dubbio che noi, in Italia, nell'attuale momento storico, si stia attraversamdo una malattia
sociale molto grave che, se non risolta, potrebbe distruggere  "la forma" su cui si regge la nostra attuale società politica.


     Essendo il nostro un sito liberale, tratterò il problema dal punto di vista liberale.
    
     Il problema "Berlusconi", sia quello che sia (io non ho documenti per giudicarlo), appare soltanto una
conseguenza logica delle contraddizioni che hanno inquinato la nostra società civile dalla data della promulgazione della nostra costituzione ad oggi.
     Perchè, ricordo, e lo si vanta ancora, la nostra costituzione è stata costruita nello spirito del superamento
dello Stato totalitario sul quale  era stata fondata la nostra precedente legislazione politica.
      Tale contraddizione ha avuto inizio da subito, ovvero dalla influenza che hanno avuto le polifiche di
patito sulle università.


Ritengo di avere lettori in parte già laureati, che possono valutare la concretezza di questo discorso.
      La cultura di uno Stato liberal – democratico (visto che si afferma che questo è ciò che è stato costruito),
deve essere edificata "a monte" di ciò che diventerà, in seguito, la cultura particolare di ogni singolo partito.

Naturalmente, anche la cultura del vari partiti dev'essere insegnata. Però "dopo", e possibilmente almeno da alcuni studiosi neutrali.


     Maggiormente nelle facoltà di giurisprudenza.


     Invece, e il lettore in coscienza me ne darà atto, raramente abbiamo conosciuto insegnanti che non
fossero  "il professore di destra", "quello di sinistra", "quello cattolico", quello ahimè "liberale". etc.


     Senza contare che le radici del popolo elettore non sono liberal – democratiche, ma ideologiche.
     Conseguenze del fascismo, comunismo, clericalismo… ricaviamone la cifra percentuale totale e facciamo
la somma.     Vedremo cosa ci resta. Ancora oggi  (v, il file "Gesù in pericolo" nell'"Agorà" di Rigo Camerano) c'è chi rimprovera alla "Democrazia Cristiana" la propria democraticità.
    
Per giudicare correttamente l'influenza della politica ideologica sulla magistratura si deve andare molto al
di là del "complotto della sinistra".


     Verso l'inizio degli anni 'Sessanta viveva in Taranto un valoroso intelllettuale, tale… Rizzo. che aveva
fondato una pubblicazione a stampa non sempre perfettamente puntuale in edicola:"La Voce del Popolo".
Ricordo di aver letto un articolo nel quale egli si lamentava del fatto che tutti gli agit-prop di partito,
indipendentemente dal colore, se incriminati, se la cavavano quasi sempre grazie all'aiuto di propri giudici compiacenti.

Si chiedeva: – Dove andremo a finire di questo passo?

     Oggi il "complotto dei giudici di sinistra" pareggia il "desiderio di possedere una magistratura sottomessa al potere politico" ed è questa la malattia per la quale l'elettore è disorientato.


     Infatti, è difficile ritenere che possa essere stata organizzata "gratis" una persecuzione giudiziaria contro un capo
di governo,  per puro spirito di persecuzione, senza prove documentarie perlomeno discutibili.
     D'altra parte si deve accettare il fatto che un elettore onesto non può desiderare che un capo di governo
possa essere destituito anch'esso "gratis", senza che abbia commesso cose che a lui sembrino tecnicamente mal fatte.


     Tale "empasse" potrebbe essere risolta "male", con una azione unilaterale di forza.
     Potrebbe essere risolta però anche "bene" se si trovasse qualcuno – specialmente nel campo della destra –
capace di mostrarsi non "servo arrogante", ma illuminato e consepevole dei pericoli che provverrebbero al popolo da una temperie di litigiosità eccessiva che ormai fa paventare il rinfocolare di pericoli di guerra civile.


     Sarebbe da firmare: "un elettore".

 

Osimo, 21 settembre 2009

con aggiornamenti.

 

La foto qui pubblicata è stata copiata dal libro "L'Anarchia" di  George Woodcock. Copyright 1973.  Feltrinelli  Editore, Milano.

 

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