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Enrico Orlandini
 
 

PREMESSA

Gli ultimi avvenimenti mediatici riguardanti i tentativi immigratori respinti in mare (che, di per sè stessi costituiscono un fatto politico), hanno suggerito problemi antropologici di grande respiro dei quali – penso – molti studiosi si stanno occupando per rispondere alla domanda filosofica: quale tipo di società civile occuperà l'Italia del futuro?
Per partecipare, con un file in internet, a questa risposta, posso rapportarmi a una Italia che, nella seconda metà del nostro secolo, fra tre o quattro generazioni da oggi, sarà  probabilmente multietnica, soprattutto per motivi economici.
Per presupporre un tale scenario debbo anche pensare a un avvenire storico mondiale non eccessivamente turbolento, privo di guerre atomiche, con un'Europa ancora in buon essere e scambi commerciali globalizzati non disturbati da lunghe crisi.
Le letture sulle quali mi sostengo, tutte un po' vecchiotte, non essendo io un cattedrattico, si affidano a un testo sinottico delle opere di James G. Frazer (Il ramo d'oro), e a ciò che si può leggere nelle biblioteche locali su Claude Levi-Strauss, e su studiosi che contornano i due, come Wilhelm Manhardt, Robert Graves, Paul Rivet, Marcel Mauss, Lord Bertrand Russell.
Personalmente consiglio la lettura del Main Kampf, opera della quale possiedo una traduzione italiana per le edizioni Homerus s.r.l. di Roma, testo che molti praticano magari senza averlo letto.
Di mio posso ancora aggiungere la conoscenza pratica della formazione storica di quel capolavoro di civiltà multietnica che fu la città di Fiume nel periodo fra il napoleonico e la fine della prima guerra mondiale.
 
I.
 
Posso considerare tre parametri: il sangue  (con accostamento a Hitler); la mente (con accostamento a Levy-Strauss); il costume (con accostamento a Frazer). Il paragone è di comodo e non deve spaventare.
Secondo l'ipotesi ideologica del sangue, potrebbe esser lecito costruire un rapporto: Ariano come Padano, e stabilirne una conseguenza logica affermando che la mescolanza dei Padani con le popolazioni immigrate non costituisce una sana mescolanza di popolo, ma un abbassamento generale dei valori, quand' anche tutti fossero buoni cittadini e  conoscessero bene la lingua italiana.
Per sostenere questa tesi dovrebbe essere costruita una scala virtuosa (dalla morale, alle arti, alle metodologie di lavoro, in ogni attività) da usare come modello insuperabile.
Dovrebbe conseguirne un uso ben controllato della forza lavoro da immigrazione, ben regolata da leggi e usata al meglio ma,  per quanto possibile, non fatta stanziare a lungo sul territorio.
Nazioni che già applicano una simile politica sono, vicine a noi, la Svizzera e l'Austria, Stati  piccoli con scarso potere d'assorbimento etnico,  che da ciò traggono le loro giustificazioni.
Ogni relazione con il nazismo e con la storia del periodo tragico della seconda guerra mondiale sarebbe improprio.
La cultura di Hitler diparte da un primitivo  accostamento alla fisiognomica di Cesare Lombroso, alla quale lui aggiunse la dottrina antiebraica del sangue giustificandola pseudo-storicamente  e poi traendone conseguenze logiche sue proprie.
Sino alla fine dell'ultima guerra, tutta l'Europa si allineò all'antropologia fisiognomica. Ne fa fede il favore con cui furono accettate in Italia le regole per la misurazione del cranio, e le macchinette per la misura biometrica del coefficiente intellettivo, inventate dai fratelli Fuwler.
In seguito queste branche dell' antropologia e della dottrina del sangue furono  completamente escluse dalla cultura ufficiale, tanto che chi ancora  le persegue, spesso non sa di farlo.
A mio parere. la fisiognomica qualche parte di verità ancora la conserva, anche se è difficile poi inquadrarla in una teoria ben chiara, e mi riferisco all' opera del naturalista napoletano Dario David e ai suoi studi sulla popolazione dei quartieri bassi partenopei (La vera storia del cranio di Pulcinella). Tali studi confondevano le tesi del Lombroso in quanto accomunavano volutamente, nella fisiognomica delinquenziale, sia campioni di ex detenuti che di onesta popolazione attiva residente, cosa che si doveva alla influenza ambientale cui erano state costrette, da molti secoli,  le classi sociali più povere.
Si passava, con David, dalla antropologia fisiognomica a quella storica, mettendo anche in dubbio i valori della prima.
Benedetto Croce ne trasse l'opinione che gran parte delle carenze del Sud si devono alla dominazione spagnola, specialmente del XVII secolo.
In breve, la prosecuzione di un tale genere di politica porterebbe l'Italia ad avere, per la terza o quarte generazione di immigrati (a partire da oggi) un  non più di  dieci – quindici  per cento di popolazione  stanziale di provenienza straniera.  Ciò perchè la manodopera impiegata sarebbe incoraggiata a non trattenersi. Si avrebbe, tutto sommato, sempre in coerenza con il regionalismo, un basso tasso di cittadini italiani impuri.
Il divario fra le due Italie del centroNord e del centroSud sarebbe forse ancora sensibile, ma i  problemi etnici sarebbero controllati e ridotti. Il governo sarebbe ancora democratico, ma più esigente con gli stranieri.
 
II.
 
La mente.
Vorrei confrontarmi, in gara d'intelligenza, con un selvaggio fra i più selvaggi esistenti al mondo. Si trovano fra le tribù indigene delle foreste dell'Amazzonia, protetti dalla legge brasiliana e  tali poichè distribuiti in piccoli gruppi autistici impediti alla comunicazione col mondo, proprio dalla foresta.
Ammettiamo, per amor di teatro, che un giudice consentisse a sovrintendere a tale gara, giustificandola proprio come confronto di intelligenze personali: uno contro uno. Fingiamo anche che io sia più giovane e nel pieno delle mie forze.
La gara consiste nell'essere lasciati soli nella foresta, entrambi senza vestiti, nè oggetti, a un solo chilometro da un campo base, senza corsi d'acqua nel mezzo. Vince chi riesce a raggiungere il campo base entro un tempo massimo stabilito.
Per avere un minimo di probabilità di arrivare, non sapendo quale direzione prendere, dovrei muovermi in cerchi sempre più ampi, cosa che, penso, non riuscirei a realizzare, proprio per difficoltà ambientale, non disponendo di un sufficiente orizzonte.
Se il tempo massimo fosse di alcuni giorni, mi troverei ben presto al limite della sopravvivenza. Non potrei cibarmi di bacche senza pericolo di rimanere avvelenato; ne' di animali o di insetti. Non saprei accendere un fuoco, specialmente se il terreno fosse un po' umido. Non saprei evitare un serpente, nè affrontare un altro qualsiasi animale selvatico. Potrei, forse, procurarmi un qualcosa di simile a una canna, ma non saprei aggiungervi, all' estremità, un qualcosa che assomigliasse alla punta di un giavellotto. Alla fine, dovrei superare la prova nudo e disarmato, e non ritengo ce la farei. Potrei anche salvarmi la vita per pura fortuna, ma non ritengo oltre l'uno o il due per cento di probabilità.
In conclusione, penso che il selvaggio se la saprebbe cavare in un quarto d'ora, mentre a me, al meglio, converrebbe star fermo allo scopo di farmi recuperare alla fine del tempo massimo.
Ad esperienza, dovrei convenire di essere stato battuto, non soltanto in una gara di intelligenza, ma anche in una gara di cultura, essendo ognuno figlio del proprio ambiente.
 
 
Naturalmente, è molto probabile che nessuno dall' Amazzonia verrà a chiedere lavoro a noi. La deviazione, comunque, è tale da farci capire che il paragone interrazziale non si risolve soltanto  in una questione di intelligenza, o di costume.
Sappiano tutti – oggi – e lo sapremo sempre di più domani, che non esistono razze stupide per natura, o stupide al punto tale da non potersene prevedere il miglioramento naturale   delle capacità intellettuali e della morale.
Ciò che impedisce  alla mente umana di svilupparsi è la mancanza di  comunicazione, che non viene determinata soltanto dalla "foresta", o dall'isola sperduta nell'oceano, ma da numerose altre situazioni relative a ciò che comunemente intendiamo col termine  "civiltà".
Ne consegue che, quando, per l' Italia, si ritenga inevitabile un avvenire multietnico, tale avvenire dovrà essere preparato, in previsione di almeno tre generazioni.
 
III.
 
Il costume.
L'ultima emigrazione di italiani fu compiuta, negli anni alla fine dell'ultima guerra, verso l'Australia e il Sud America (specialmente Argentina), ed anche verso Stati Uniti e Canada.
In ogni Stato, già dalla seconda generazione fu possibile, anche a molti  figli  delle famiglie più povere, di studiare, perfezionarsi nel lavoro, laurearsi,  e non solo di amalgamarsi  bene con la popolazione locale, ma anche di giungere a posizioni di prestigio nella società civile.
Ovviamente, questo paragone non è calzante, in quanto adesso, si tratterebbe di accettare noi una migrazione completamente diversa per   cultura, religione, costume e razza, a cominciare dalla interpretazione del bene e del male.
A mio parere sarebbe bene  prepararci per tempo a tale sicura sventualità, ed i modi di accoglienza, come si è già accennato, potrebbero essere almeno due.
Uno: accettare la descritta mitologia del sangue e porci, nei confronti, della migrazione, quali maestri nel lavoro. Favorire il risparmio e il ritorno dei migranti in patria quando avessero realizzato utili acquisizioni e denaro.
Trattenere i migliori premiando la loro volontà di integrarsi, assimilandoli ai cittadini, offrendo loro tutti i mezzi per emergere nella società, ad iniziare dalla scuola; facilitandoli anche negli incarichi pubblici.
Per preparare una simile politica lo Stato dovrebbe preventivamente, e il più possibile, liberare il campo dalla malavita, sia immigrata che nazionale.
Praticamente, ciò che già alcuni hanno intenzione di fare adesso.
Entro la seconda o la terza generazione i risultati sarebbero buoni, anche se qualche complicazione potrebbe venirne dalla natura dello Stato regionale.
 
Il secondo metodo di integrazione richiederebbe un tempo più lungo, al fine di giungere a una maggiore maturità, sia da parte della popolazione accogliente che di quella accolta.
Qui l'ignoranza generica costituirebbe  un beneficio se paragonata alla pseudo-sapienza e alle usanze e certezze ancestrali troppo contrarie a quelle di un mondo libero che ormai, occorre considerarlo, non risolverà i suoi problemi se non unificandosi per accordo. 
La cultura nel suo complesso, purtroppo, è malata. Lo sono tutte le religioni,  a cominciare dal Tibet, e finire nel Vaticano. Lo è l'etica liberale, e di conseguenza la morale civile, e perciò la politica interna delle democrazie.
I kamikaze di Londra (cittadini inglesi di seconda e terza generazione) sono un emblematico esempio di fallimento culturale.
Altrettanto i disordini di Parigi.
 
In Italia ci riteniamo meno evoluti e perciò di un passo in ritardo; ma nulla toglie che non si sia ancora in tempo a sbagliare altrettanto bene.
Da noi, chi fosse sicuro della inevitabilità dell'avvenire multietnico della nostra società, dovrebbe, fin da ora preoccuparsi di accogliere, in un unico ideale partito trasversale, sia coloro che arrivano, sia coloro che, sinceramente, nel loro cuore li giustificano. Si dovrebbe, da subito, cercar di evitare di creare future enclaves a cultura incomunicabile. Per questo intento anche il buonismo compassionevole sarebbe  controproducente.
Questo nuovo partito, pertanto dovrebbe avere natura laica e liberale, accettare tutte le religioni senza porsi al servizio di alcuna di esse, in modo da perseguire una vera libertà religiosa, non un coacervo di fanatismi, di isole separate. Ogni cultura di resistenza può trasformarsi facilmente in cultura di impero.
Dio esiste, ma non è ancora arrivato nella storia del mondo.
La cultura degli uomini è, non da ora, ma dall' immemorabile, ammalata e drogata  senza distinzione di razze.
La cultura imperiale ha procurato al mondo un mare di sangue e di inutili sofferenze, sia per costruirsi che per mantenersi. Senza risultati storici permanenti, ma con continuazione di tentativi.
E' vero che gli imperi forniscono agli archeologi vasta copia di monumenti, e agli storici del diritto abbondanza di leggi. Tuttavia l'Egitto, nazione non imperialista, salvo una breve espansione sino alle sponde dell'Eufrate e in Nubia (che già in parte costituiva l'Alto Egitto),  ne fornì altrettanto, mentre un costume di pace avrebbe unificato le culture assai meglio. Ma è conveniente non superare il confine storico.
Pazze furono le imprese militari di Ciro il grande, che la Regina Tamiri annegò in una botte di sangue; pazzia  i giochi della morte nel Colosseo; pazzia passare tutti gli abitanti di una città a fil di spada; pazzia i roghi degli eretici; pazzo il passo dell'oca; pazzia il sacrificio del giovane kamikaze; pazzi gli dèi costruiti per tenere in piedi questa millenaria baracca.
Certo, le giustificazioni della storia sono infinite e molte guerre sono state intraprese per sopperire a necessità vitali. Erodoto, comunque, dimostra che l'invasione persiana della Grecia certamente non lo fu, ed altrettanto  non lo fu alcuna successiva (o precedente) guerra d'impero, da quelle di Gengis Khan, a quelle di Alessandro, di Roma,  alla invincibile armata spagnola, etc.
La luminosa pazzia della quale scrive Erasmo da Rotterdam, che lottò, appunto, contro le guerre di religione, è proprio il contrario della pazzia alla quale abbiamo accennato qui.
 
Un nuovo partito che sapesse rendere comunicante  l'integrazione potrebbe essere indifferentemente di governo e opposizione, senza mai consentire all' antistato.
In questo modo, nel tempo di tre o quattro generazioni, se ne otterrebbe, penso, una vera società multietnica ed a-ideologica, capace di civiltà utonoma ed esportabile.
Le difficoltà di realizzazione – comunque notevoli – sono legate sia alla nostra discutibile maturità civile, che all'altrui.
 
CONCLUSIONI
 
La ricerca di una risoluzione positiva ai problemi qui presentati può rilevare le difficoltà del nostro sistema democratico ad accettare situazioni nelle quali la verità sia variamente distribuita.
Gli ultimissimi avvenimenti civili, anche in riferimento ai risultati del referendum svizzero sulla questione dei minareti, hanno riaperto problemi culturali che hanno rimesso a nudo contraddizioni permanenti proprie del nostro sistema (occidentale) di civiltà.
Perchè ha ragione il Vaticano ad affermare che siamo tutti figli di Dio e che il valoree potenziale dell' "uomo" è unico.
Ha ragione la Lega Nord a sostenere che… se io emigro in America lo faccio perchè voglio diventare americano… mentre chi emigra in Europa spesso lo fa in opposizione a ciò che dovrebbe essere un naturale desiderio di amalgama.
Hanno ragione gli storici a ricordarci che noi abbiamo agito senza rispetto quando ci siamo recati in Africa, in India, in Cina, nell'America pre-colombiana, prima con le missioni e poi con gli eserciti.
Hanno ragione i laici quando ricordano che anche l'Islam possiede una storia missionaria e quindi una cultura d'impero.
Tutto ciò mette in evidenza contraddizioni della nostra civiltà e della nostra cultura che non potranno essere risolte saenza affrontare problemi filosofici strutturali capaci di adeguarsi a necessità MONDIALI di adattamento.
Ribadiamo ciò che scriviamo spesso, che dal 1945 molti problemi culturali avrebbero dovuto essere ripresi ricominciando da zero.
Noi lo stiamo facendo clamando al deserto.
 
Osimo, 26 maggio 2009
con aggiornamenti.
 
 
 
Le foto qui pubblicate sono copiate dal libro "Samatari" di  Alfonso Vinci. Copyright Leonardo da Vinci Editrice. Bari, 1956.
 
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