Want create site? Find Free WordPress Themes and plugins.

 

 Enrico Orlandini
 
 
 

PREMESSA

Ho riflettuto per molti giorni prima di decidere di dare avvio a questo file, in quanto è difficile – non – trovare una definizione di "morale" in sè (ve ne sono anche troppe, e tutte plausibili), ma trovare una ragionevole applicazione della stessa definizione  a un filone di vita, visto che sul nostro pianeta, a vivere, siamo più di sei miliardi e mezzo, e tutti abbiamo ragione, a cominciare dagli assassini, sino a finire con coloro che giustificano la protezione dello scarafaggio.

In considerazione di ciò ho deciso di intendere la morale (secondo una definizione di Dewey, che conosco però come  pedagogo), "una tecnica di condotta applicabile ai vari  gruppi sociali ed etnici",  ovvero una regola di comportamento che ognuno può dare a sè stesso e può anche ricevere da fuori attraverso i codici civili e penali o attraverso i catechismi religiosi.

Sebbene la discussione sulla morale sia un prodotto della filosofia, e se ne possono trovare teorici in tutte le epoche della nostra storia, da Crizia, a Socrate, a Sant’Agostino, Giordano Bruno, Kant, Nietzsche, Lord Russel e tant’altri, nonostante ciò, a mio giudizio, oggi la morale intesa come pratica di vita, come "risposta" delle nostre azioni e dei nostri pensieri, si lega, molto, oltre che alla filosofia, alla politica.

Essa ha, infatti, un "rendere" sociale molto più immediato di quello che può offrire un sermone.

In breve, ciò comporta l’esistenza, oltre che di morali personali, anche di morali sociali fra le quali scegliere, o dalle quali essere obbligati, a seconda di dove si è nati e dell’ambiente in cui si è stati educati.

In considerazione di ciò si può ridurre il numero delle morali attive, dai sei miliardi e mezzo delle  personali ad alcune centinaia di morali "ufficiali". Queste ultime possono dividersi ancora in morali filosofiche (di libera scelta culturale), e in morali d’obbligazione, che possono essere, come già scritto, sia di codice che di convinzione storicamente imposta.

Personalmente mi ritengo rispettoso della morale da codice (che desidero però civilmente modificabile), meno rispettoso della morale storicamente imposta, sia perchè la verità storica che dovrebbe dimostrarla diventa ogni giorno sempre più indimostrabile; sia perchè, come filosofo, sono diffidente delle gerarchie morali, soprattutto per la loro tendenza a ritenersi "proprietarie" delle persone che le riconoscono e accettano.

Quale filosofo di provenienza pitagorica, alla quale potrebbero oggi aggiungersi molti altri filosofi (Parmenide e Spinoza fra questi), e molta altra cultura, mi considero giustificato ad esprimere ciò che, secondo il mio punto di vista, ritengo coerente alla discussione su "morale" e "moralità".

 

I.

 

LA MORALE COME "CREDERE IN DIO"

 

"Credere in Dio" produce buona morale?

Si. – Ma soltanto quando il nostro Dio è universalmente accettato e capace di rappresentare l’umanità intera.

Se il Dio nel quale crediamo non è capace di giustificare ciò, allora, dal punto di vista morale, è come se non esistesse.

Il Dio naturale non fa eccezione.

Meglio: Dio produce buona morale in chi lo crede e rispetta, ma a livello individuale, con tutte le contraddizioni che ne possono conseguire.

 

Si è già scritto (anche su questo sito), che la prima idea dell’esistenza di Dio si è sviluppata, negli uomini antichissimi, dalla osservazione dei primi comuni fenomeni naturali, quali lo svilupparsi delle piante, il maturare della frutta, la nascita di un essere vivente animale o umano, lo scatenarsi della tempesta,  il susseguirsi delle stagioni… eccetera.

Una prova di ciò la si ha nelle tre religioni naturali fra le più antiche: il culto di Demetra, successiva all’abbandono (parziale) della pastorizia e all’introduzione dell’agricoltura; il culto di Diòniso, volto a sacralizzare concepimenti e nascite; il più recente culto di Eracle, comprensivo di rilevanza psicologica.

Ercole, come è noto, non è ipostasi di forza bruta, o di vittoria della forza bruta, ma è colui che supera le fatiche che gli sono state imposte dagli dèi. Rappresenta la forza di cui ha bisogno il genere umano per superare gli ostacoli che  troverà avanti a sè nel suo cammino storico. Ercole libera Promèteo dalla crudelissima prigionia dei Titani e costituisce, perciò, un nuovo punto di partenza della civiltà.

Anche Diòniso possiede un profondo significato morale in riferimento alla primitiva religiosità greca.

Nietzsche ricorda in "La nascita della tragedia" 10, che, per molto tempo prima di Sofocle e Euripide, l’unico eroe presente sulla scena del teatro greco fu Diòniso. Eroe in lotta contro i titani,  finì anch’egli smembrato e trasformato in acqua, aria, terra e fuoco, dalla cui sostanza nacquero tutti gli dèi, e successivamente tutta l’umanità. In tali rappresentazioni (di teatro, non di culto), Diòniso fu portatore, presso il pubblico, di una ipòstasi unitaria contrastata purtroppo dal clero ufficiale del tempo, per motivi comprensibili di rappresentanza reale del potere cittadino.

Anche il culto agli dèi proveniente dall’epoca primitiva della pastorizia e del nomadismo, con l’uso del sacrificio di esseri viventi, potrebbe essere definito "naturale"; esso comunque deve considerarsi il più antico e rozzo, nonostante sopravvivesse nei culti "ufficiali" agli dèi delle grandi città-Stato, o imperiali (es. Atene, Sparta, Babilonia, Cartagine…etc.).

Le tre religioni citate: di Demetra, di Diòniso, di Ercole, avrebbero potuto – senza danno – sopravvivere ufficialmente sino al giorno d’oggi senza porre in discredito la nostra civiltà spirituale, se le nuove religioni monoteiste non avessero fatto terra bruciata del pensiero religioso antico, eliminando anche prove storiche (es. l’ uso dei rituali e l’ architettura),  giustificandosi, tutte tre, nella Scrittura del Pentateuco. 

Naturalmente, Demetra, Diòniso ed Ercole sono miti, e nella società contemporanea è giusto rimangano tali, salvo pericolosi fraintendimenti.

Il mito, infatti,  è bene sia legato al valore morale (o al problema) che rappresenta; non potrebbe farsi carico di  una verità assoluta se non imponendosene con la forza della coercizione.

Se un mito incarnasse in sè una verità assoluta diverrebbe "il bene", e nessuna libertà sarebbe possibile al di fuori di lui senza che se ne potesse attribuire a ciò una scelta (morale) verso il peccato.

La "libertà" attribuita ai codici civili dovrebbe essere messa in discussione.

 

Dio è conveniente agli uomini, anche in senso di "utilità".

Ma non si può limitare ciò al senso di dovere civile, al "timor di Dio", così come lo intendeva il Manzoni.

In senso più elevato si può intendere Dio come il riconoscimento di sè, dell’umanità. Senza limitazioni ideologiche, ovvero senza religioni o poteri terreni che la dividano.

Il "Nous" di Anassagora si può provare? Forse no, ma Dio ha scritto un libro che per ora può essere letto soltanto dagli studiosi di fisica teorica.

Nei primi secondi dell’emanazione  sono comparse, nell’universo tutte le principali forze fisiche che hanno poi connotato i limiti nei quali la natura si sarebbe mossa. Una, ad esempio, la forza di gravità (Si veda in "Letteratura", Racconti metafisici – La vera storia del paradiso terrestre -).

"La mente" che ci distingue dagli animali, non appare che come prodotto del tempo lungo.

Ma. può esistere una mente universale? Non ci sono ancora le prove fisiche, e forse, nell’arco della nostra vita, nemmeno ce ne saranno, ma tutto concorre, nell’uomo onesto, a desiderarle.

La giustizia come valore. Posso considerare giustizia l’eterna felicità mia confrontata con l’eterna infelicità del reo?

La mente come valore universale. Possiamo immaginare esseri umani nel "Nous" ?

Se un cane considerasse noi uomini come dèi, e volesse uguagliarci, potrebbe farlo restando cane?

Così noi, che desideriamo appartenere alla mente universale, potremo arrivarci restando uomini?

 

LA MORALE COME "BUONO E CATTIVO"

 

La dimostrazione psico-filosofica della provenienza umana dall’animalità (da tutta l’ animalità) proviene dalla esistenza degli istinti, ovvero dalle pulsioni psichiche che ci provengono dall’ Es, delle quali la principale riguarda l’ Eros il quale, come sappiamo tutti, va molto oltre la necessità naturale del concepimento.

Dell” Eros, ovvero della necessità di tenerci in vita, possiamo fare partecipi la fame e la sete, situazioni che, appagate, ci portano a intendere il  soddisfacimento degli istinti naturali  come raggiungimento di gioia e piacere, come noumeno della nostra esistenza.

Eticamente l’ essere umano entra nel mondo "al di là del bene e del male", proprio come gli animali, e sembra sia  difficile  etichettarlo "buono" o "cattivo" a priori. Non esiste una giustificazione a ciò, anche moderna, che non sia presunta.

Piuttosto, si può applicare  un giudizio morale all’ umanità, se si considera che le persone sono normalmente soggette a istinti e pulsioni che spesso travalicano quelle degli animali. 

Una fra tutti, la crudeltà, che nell’uomo sembra naturale, mentre nell’animale non lo è, o lo è meno, considerando che esso è sollecitato, principalmente, dagli stati di necessità.

Nietzsche, per analizzare questo problema, prese in considerazione – non – il ceto delinquenziale, ma la legge:

"Noi tedeschi non ci consideriamo un popolo particolarmente crudele e duro di cuore, meno che mai sventato e contento di vivere alla giornata; ma basta fare attenzione ai nostri antichi ordinamenti penali per accorgersi di quanta fatica ci vuole sulla terra per allevare un popolo di pensatori, il popolo d’Europa in mezzo al quale ancor oggi si può trovare il maximum di fiducia, di serietà, di cattivo gusto e di obiettività.

Questi tedeschi si sono fabbricati una memoria con mezzi terribili, allo scopo di padroneggiare i loro fondamentali istinti plebei e la loro brutale rozzezza; si pensi alle antiche pene tedesche, per esempio alla lapidazione, alla condanna della ruota (la più caratteristica invenzione e specialità del genio tedesco nell’ àmbito delle pene!), all’impalare, al far lacerare o squartare da cavalli (squartamento), alla bollitura del criminale in olio o vino (ancora nel XIV e XV secolo), al molto apprezzato scorticamento, ed anche ai casi in cui il malfattore veniva spalmato di miele e abbandonato alla mosche sotto un sole bruciante.

In virtù di siffatte immagini e procedimenti si finisce per conservare, nella memoria, cinque o sei "non voglio", in rapporto al quale si è espressa la propria promessa allo scopo di vivere coi vantaggi della società – e veramente, grazie a questa specie di memoria si giunse infine "alla ragione".

(Genealogia della morale. Adelphi, II. 3, Trad. Ferruccio Masini).

 

Il miglioramento storico dei costumi del popolo e la mitigazione delle pene è conseguenza delle paure assimilate nel corso dei secoli, anche se tuttavia ancor oggi chi ha il potere di esercitare crudeltà sul prossimo, e può farlo con sicurezza, lo fa,…  "la strada", "il bosco", dove nessuno ci conosce, la  gerarchia sociale, le cricche alleate contro qualcuno, lo stesso perdono buonista, provocano contraddizioni e dolori infiniti.

Io mi ritengo buono, ma chi può dire come mi sarei comportato in una situazione estrema? Sotto minaccia di fucilazione, ad esempio.

Per giungere alla vera giustizia occorre che ogni debito sia liquidato su questa terra, e per risolvere ciò una vita non basta.

Il rispetto di Dio inizia dal riconoscimento delle leggi della natura, delle quali, se si considera il favore dato  alla miracolistica, si mostra di avere disprezzo.

 

Ora possiamo avvicinarci a Spinoza. La natura non è Dio. La natura è ordinata, ma anche selvaggia. L’uomo è matematizzabile nel proprio insieme fisico, ma il suo Es è selvaggio. Per cui il miglioramento dei costumi diventa un procedimento storico lunghissimo, suscettibile anche di arretramenti pericolosi.

Nietzsche ammette, nello stesso libro citato, che la crudeltà delle pene non favorisce il miglioramento morale del colpevole. In Italia, dove la strategia psicologica, che si potrebbe anche definire cristiana, è favorevole alla riabilitazione del reo, sono aiutati meglio i condannati a tempo lungo. I condannati a tempo breve, data la situazione caotica e sovraffollata delle nostre carceri, è facile ne escano peggiorati. Come si dice… "entrò mariuolo, ne uscì delinquente".

Anche l’esistenza della criminalità organizzata e l’estremismo politico possono danneggiare lo sforzo educativo.

In tali casi il carcere può essere interpretato come una specie di eroismo e il condannato sarà incoraggiato a perseverare sempre più nel proprio stadio, o nelle sue idee.  In prigione si fa carriera.

La giustizia, se decide – come accadde in Germania in relazione alla condanna di alcuni capi anarchici al tempo della divisione dello Stato – di operare per ottenere la distruzione della personalità del colpevole, sarà anch’essa obbligata a rendersi sempre più crudele, con effetti perversi, non solo verso il condannato (che comunque dovrà morire), ma verso la moralità pubblica in generale.

  

P. de Jode: "Masaniello".

Tratto da un disegno ove Spinoza avrebbe ritratto
sè stesso sotto le sembianze del rivoluzionario napoletano.
 

 

CONCLUSIONE

 

La conclusione sembra ancora, al tempo d’oggi, insufficiente.

Il popolo dovrà ancora maturare molto, mentre la situazione sociale nella quale vive non sembra idonea ad aiutarlo.

La stessa democrazia, e il liberalismo, spesso sono concepiti in termini volgari.

Non giudico i programmi  televisivi, ma anche ritenendoli tutti eccellenti,  la strategia morale dell’insieme è tale che l’ appagamento che può provenirne allo spettatore è sacrificato ad una pedagogia mercantile, ripetitiva e di basso livello, tendente spesso allo stomachevole.

La politica dei partiti è sempre più orientata all’ottenimento di posizioni di potere fine a sè, tanto che anche l’avvenire democratico della nazione è messo in dubbio da molti.  Il valore del popolo è considerato in termini percentuali; spesso il discorso politico sembra un dialogo fra sordi, o ancor meglio, fra automi.

Nessuno crede in Dio. Trecento anni prima delle nostra èra, nell’ Eutifrone, Socrate lamentava che la religiosità del popolo ateniese si riduceva a offrire qualcosa agli dèi, per chiederne in cambio un compenso. Oggi la situazione non è cambiata. Lo so io che da cinque anni,  sono abbastanza presente negli ospedali.

Affermare: – credo in Dio e accetto tutto ciò che mi viene dalle leggi della natura che lo rappresentano – è considerato un errore grave. Occorre  ottenere l’ intercessione dei santi.

Le religioni – intendo, tutte le religioni – anche a dispetto della loro volontà, educano alla superstizione. I catechismi – intendo, tutti i catechismi – sono obsoleti e, se accettati completamente, conducono al fanatismo.

La scienza si compiace di ateismo, sia pure con le dovute eccezioni, che però non compaiono.

 Bombe atomiche, armi chimiche e batteriologiche non sono errori della scienza. Sono  conseguenze della inevitabilità della guerra.

La inevitabilità della guerra proviene dalla politica di potere.

Le verità teologiche sono dimostrate sulle indimostrabilità storiche (se non sulle  falsificazioni), sui miracoli e sulle conclusioni dei primissimi concili ecumenici, che sono comunque prodotti umani.

Qui non vorrei essere frainteso. Io sono cattolico, desidero esserlo e considero  Gesù in funzione del proprio valore etico, che certamente considero elevato. Il Papa mi vuole bene e sa che il mio cuore non è cattivo. Ed anche nelle tre religioni,  molti sono coloro che credono in Dio.

La verità è come la luce delle ore diurne, che cambia di intensità  ad ogni passar di nuvola. 

Il sentimento della necessità di Dio, comunque, permane centrale. Intendo: non in funzione di un’etica di sottomissione, ma di una morale liberamente costruita che oggi non può essere nè una morale di "fuga" dalla materia, nè una morale di rivoluzione armata.

C’è bisogno, nel mondo, del riconoscimento di un Dio naturale che sia accettabile da tutti: religiosi e non, qualunque provenienza culturale essi abbiano, da qualsiasi parte del mondo essi provengano.

Al momento, per provocare un cambiamento di rotta della morale del mondo, occorrono  masse umane mature (che sono scarse,  vivendo tuttora le maggioranze nel disorientamento). Pochi uomini nei posti giusti tuttavia basterebbero, e forse già ce ne sono. Mi riferisco agli Stati Uniti e alla Cina, ed anche all’Europa, al Giappone e all’Australia.

Pericoli di guerre nucleari, purtroppo, sono ancora presenti e la necessità di alleanze pacifiste è evidente. Piaccia o non piaccia, la necessità della globalizzazione economica deve continuare a ritenersi fondamentale.

Si faccia ciò che si può, ma per il momento, prima la pace.

 

Osimo, 15 agosto 2009

 

 

 

La foto qui pubblicata è tratta dal libro "Spinoza" di  Robert Misrahi. Copyright 1970. Accademia – Sansoni Editori, Milano.

 

 

Condividi:
Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.