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Brevi considerazioni sul libro ottavo
de "La Repubblica" di Platone
 
 
Il libro tratta delle forme di governo e delle persone che le corrispondono.
Inizia dall' aver preso in esame la corruzione della  vera aristocrazia [governo (teorico) dei veri migliori] e la conseguente propria trasformazione  in timocrazia (forma di governo fondata sul desiderio di onori), la quale, dopo non molto, si trasformerà in oligarchia (governo dei pochi, per censo o ricchezza).
I personaggi sono non ben distinguibili. Socrate parla in prima persona; lo
affiancano, nell' insieme dell' opera, Glaucone. Polemarco, Trasimaco, Adimanto, Cefalo.
La traduzione italiana è di Giuseppe Lozza. Testo A. Mondadori, Platone 1990,
1^ Ed. Le note lunghe riguardano soltanto il nostro discorso.
 
Parla Adimanto:
10. – Ora, a quanto pare, dobbiamo studiare la nascita e le caratteristiche della
democrazia, e poi valutare il carattere dell' uomo democratico.
– Potremmo seguire il nostro procedimento consueto – disse Socrate. – il
passaggio dalla oligarchia alla democrazia non è forse determinato, quasi sempre, dalla insaziabilità dei propri desideri, dal bisogno di diventare il più ricco possibile?
– In che senso?
– I governanti, essendo tali a motivo della loro ricchezza, non vogliono frenare
per legge i giovani che si danno al libertinaggio e impedire loro di lapidare i patrimoni; essi infatti vogliono comprarli  e prestare a costoro denaro a interesse, per diventare ancora di più ricchi e potenti.
– Si, soprattutto questo è il loro scopo.
– E non è ormai evidente che in uno Stato i cittadini non possono apprezzare la
ricchezza e nello stesso tempo divenire davvero temperanti, perché inevitabilmente trascureranno la ricchezza, oppure la temperanza?
– Si, è abbastanza evidente – rispose.
– Così i governi oligarchici, permettendo che si dedicassero al libertinaggio,
talora hanno ridotto in povertà persone di condizione non ignobile.
– Certo.
– Ma costoro, io penso, rimangono in città forniti di pungiglione e ben armati,
alcuni come debitori e disonorati insieme, pieni di odio e di volontà di colpire gli altri cittadini e soprattutto chi ha sottratto loro i beni, e desiderosi, insomma, di una rivoluzione.
– Si, è così.
– Gli usurai, che camminano a testa bassa fingendo di non vederli neppure,
feriscono con la loro ricchezza chiunque ceda loro, e mentre moltiplicano gli interessi del loro capitale, moltiplicano nello Stato i fuchi e i miserabili.
– E come potrebbe essere altrimenti?
– Ma non vogliono spegnere tale sciagura neppure quando prende fuoco,
evitando di impedire a ciascuno di usare i propri beni a proprio piacimento e di fare una legge speciale per sopprimere tali sfrenatezze.
– Quale legge?
– Una seconda legge contro i dissipatori che costringa i cittadini a volgersi alla
virtù. Se infatti questa imponesse che la maggior parte dei contratti volontari si facesse a rischio di chi presta, nella città si farebbero meno affari vergognosi, e nascerebbero meno disgrazie come quelle che abbiamo appena detto.
– Si, molte di meno senz' altro, rispose.
– Ora invece – ripresi – per tutti questi motivi i governi hanno ridotto a questo
stato i sudditi. Essi stessi e i loro figli, da giovani si danno al lusso, alla inerzia fisica e spirituale, incapaci per pigrizia di resistere ai piaceri e ai dolori.
– E' vero.
– Incuranti di ogni cosa fuorché degli affari, non si occupano della virtù più che
dei poveri.
– No di certo.
– In tali condizioni, quando i governanti e i sudditi si trovano gli uni accanto

agli altri, in viaggio o in qualche altra occasione, o in guerra, o in una traversata in mare, o durante il servizio militare, oppure quando si osservano a vicenda nel momento stesso del pericolo, i poveri non fanno certo brutta figura a confronto con i ricchi; anzi spesso un povero, robusto e abbronzato, schierato in battaglia accanto a un ricco cresciuto nell' ombra e con tanta carne superflua, vede che costui è sfiatato e incapace. E non pensi allora che simili persone si sono arricchite a causa della sua viltà, e che i poveri, incontrandosi fra loro,si incoraggino dicendo: "Quella gente è nelle nostra mani, non vale nulla",
– Anch' io – rispose – so bene che la pensano così.
– Dunque, come un piccolo agente esterno basta a fare ammalare un corpo
debole che talvolta si trova di per sé in cattivo stato, così anche una città che si trovi in una condizione analoga, per un futile motivo, mentre gli uni chiedono soccorso a un' altra città oligarchica, e gli altri a una città democratica, si ammala e combatte con sé stesso, e talora, anche senza soccorso, scoppia la guerra civile.
– E violentissima, per giunta.
– Nasce dunque la democrazia, io credo, quando i poveri vincono, massacrano
alcuni, esiliano gli altri e con quelli rimasti dividono in condizioni di eguaglianza il governo e le magistrature, che per lo più vengono quindi assegnate a sorteggio.
– Questo regime – disse – è infatti la democrazia, sia che nasca per un
intervento armato, sia che gli avversari se ne vadano in esilio per la paura.


11. – E in che modo governano costoro? (parla Socrate) – E com'è un simile
regime? E' chiaro che un individuo simile ad esso si rivelerà democratico.
– Si, é chiaro.
– Innanzi tutto i cittadini sono liberi e lo Stato si riempie di libertà e di
franchezza, e ognuno può fare ciò che vuole?
– Così si dice almeno! – rispose.
– Ma è evidente che, dove esiste questa licenza, ognuno può organizzare la
propria vita come gli pare.
– Si, è evidente.
– Dunque, soprattutto in questo regime, io penso, si possono trovare persone di
ogni risma.
– Come no?
– E forse – soggiunsi – è il regime migliore. Come una veste multicolore, così
anch' esso, intessuto di tutti i caratteri, può sembrare il più bello. E forse – continuai – esso può apparire tale a molti, per esempio alle donne e ai ragazzi, che guardano alla varietà.
– Certo – disse.
– E lì è facile, caro amico, cercare un governo.
– Perché ?
– Perché in grazia della libertà contiene ogni tipo di governo, e chi voglia, come
noi, fondare uno Stato, forse si rivolgerà a uno Stato democratico, e scegliere qualunque forma di governo gli piaccia, come si scelgono gli oggetti alla fiera, e poi riprodurlo.
– Sì, forse i modelli non gli mancherebbero davvero.
– Il fatto è che in questa città – dissi – non ci sia l' obbligo di governare neppure
per chi può farlo, e nemmeno di essere governati se ciò non va a genio, ne' di combattere in caso di guerra, ne' di stare in pace con gli altri se non si desidera la pace; e d' altro canto la licenza di esercitare il governo e la giustizia quando se ne presenta l' occasione, anche senza una legge che vieta di farlo; questo modo di vivere non è, sul momento, straordinariamente piacevole?
– Forse – rispose – ma solo momentaneamente.
– E non è graziosa la serenità di alcuni condannati? In un simile regime non hai
mai visto uomini condannati a morte o all' esilio rimanere ciò nonostante e passeggiare tra la folla come eroi, quasi che nessuno si preoccupasse, ne' li vedesse?
– Anzi, ne ho visti molti – rispose.
– E l' indulgenza e l' estrema larghezza di idee della democrazia, anzi il
disprezzo per quei valori di cui noi parlavamo con rispetto mentre fondavamo il nostro Stato, certo non possono rendere onesto chi non abbia una natura superiore, chi fino dalla fanciullezza non si sia dedicato a bei giochi e a belle occupazioni. Altrimenti, con quanta leggerezza si calpesta ogni cosa, senza curarsi dei fondamenti da cui partire per la vita politica, ma limitandosi a proclamarsi amico del popolo.
– Un ottimo governo davvero – esclamò.
– Questi e altri simili pregi può avere la democrazia, e sarebbe, a quanto pare,
un regime piacevole, disordinato e vario, dispensatore di uguaglianza a ciò che è uguale e a ciò che non lo è.
– Si – disse – conosco bene ciò di cui parli.


12. Considera dunque – ripresi – quale sia l' uomo democratico, o prima
occorre esaminare, come per la forma di governo, in che modo nasca?
– Si – rispose.
– Forse la sua genesi è questa. Quell' oligarca avaro, non può darsi che abbia
un figlio da lui allevato nelle stesse abitudini?
– Perché no?
– E anche questi reprimerà a forza i suoi desideri dispendiosi e nemici del
risparmio, quelli che si definiscono appunto, non necessari.
– E' chiaro – disse.
– Se vuoi allora, per non discutere alla cieca, prima definiamo quali siano i
piaceri necessari e quali no.
– Sono d' accordo – rispose.
– Non è giusto considerare necessari quelli che non si possono respingere e il
cui soddisfacimento ci giova? Perché questi non si può non desiderarli naturalmente, non è cosi?
– Certo.
– Avremo dunque ragione di applicare ad essi il concetto di "necessario".
– Si, avremo ragione.
– E non faremmo bene a definire non necessari tutti quei piaceri che si possono
respingere, se ci si abitua a farlo fin da giovani, e la cui realizzazione non ha alcun effetto positivo, anzi, talora provoca conseguenze negative?
– Si, faremmo bene.
– Dobbiamo dunque scegliere un esempio degli uni e degli altri per farcene un'
idea generica?
– Sicuramente.
– Il desiderio di mangiare le pietanze e il companatico fino a ottenere una
vigorosa salute, non è forse necessario?
– Credo di si.
– In tal caso il desiderio delle pietanze è doppiamente necessario, in quanto
utile, e in quanto indispensabile alla vita.
– Si.
– E ciò vale anche per quello del companatico, purché contribuisca al
benessere fisico.
– Proprio così.
– Ma il desiderio che va oltre questo ed esige cibi prelibati, che tuttavia la
maggior parte della gente può reprimere e soffocare fin dalla gioventù, con l' educazione, che è dannoso al corpo e dannoso all' anima per il raggiungimento della razionalità e della temperanza, questo si potrebbe correttamente definire non necessario?
– Assolutamente!
– E non affermeremo anche che gli uni sono desideri dispendiosi, mentre gli
altri sono desideri strumentali in quanto utili alla nostra attività?
– Certo.
– Diremo lo stesso anche riguardo ai piaceri amorosi e agli altri del genere?
– Si, lo stesso.
– Dunque anche l' uomo da noi chiamato fuco non è pieno, come diciamo, di
simili piaceri e desideri? E non è oligarchico e avaro l' uomo dominato dai piaceri  necessari?
– Senza dubbio.


13. –  Torniamo perciò a descrivere – soggiunsi – la trasformazione in
democratico dell' uomo oligarchico. Io credo che in genere avvenga così.
– E come?
– Quando un giovane, educato come abbiamo detto, senza cultura e in modo

meschino, gusta il miele dei fuchi e frequenta quegli insetti turbolenti e pericolosi, capaci di procurargli godimenti d' ogni genere, d' ogni tipo e qualità, allora sta pur sicuro che avverrà in lui il principio del mutamento dalla oligarchia alla democrazia.
– E' pressoché inevitabile – approvò.
– Come dunque lo Stato si trasformava con il soccorso esterno all' altro partito
dello stesso genere, così anche il giovane non si trasforma con il soccorso esterno di un genere di desideri simile a uno dei due generi che sono in lui? ["non necessari" innocui o illegali, Lozza].
– Proprio così.
– Ma se giungerà dalla parte contraria un soccorso al partito oligarchico, o dal
padre o dagli altri familiari che lo biasimeranno e lo umilieranno, allora, io credo, nel suo intimo si produrranno discordia, rivoluzione e controrivoluzione.
– Certo.
– E talvolta, io penso, il partito democratico cede all' oligarchico, e alcuni suoi
desideri spariscono, altri cadono se nell' animo del giovane si insinua la vergogna, e così egli ritorna all' ordine.
– Si, talvolta succede così – rispose.
– Ma capita anche che, dopo il crollo di quei desideri, molti altri affini si
sviluppino di nascosto e divengano forti per l' errata educazioneimpartita dal padre.
– Si, così accade di solito – rispose.
– Essi lo trascinano verso compagnie dello stesso genere, e dalla loro unione
clandestina ne nascono moltissimi suoi simili.
– Certo.
– Alla fine, io credo, conquistano la roccaforte dell' animo del giovane,
comprendendo che essa è vuota di cognizioni e di buone abitudini e di discorsi veri, che nelle menti di chi è caro agli dèi sono le sentinelle e i guardiani più sicuri.
– Sì. e di gran lunga! – esclamò.
– Al loro posto accorrono ad occupare quella roccaforte discorsi falsi e
orgogliosi, e vane opinioni.
– Non c'è dubbio – disse.
– E il giovane non tornerà ad abitare apertamente presso quei lotofagi?
[Mangiatori di loto, il fiore dell' oblio. Nota di Lozza] E se dai familiari giungerà qualche soccorso alla parte risparmiatrice del suo animo, quei discorsi vani chiuderanno in lui le porte delle mura regali e non lasceranno entrare quel soccorso, non accoglieranno come ambasciatori i discorsi dei più anziani, ma vinceranno la battaglia e manderanno in esilio disonorevole la vergogna, chiamandola stupidità, e butteranno fuori la temperanza,

chiamandola viltà e coprendola di fango e convincendo il giovane che la moderazione e la regolarità delle spese sono indizi di volgare meschinità, butteranno fuori dai confini anche quelle con l' aiuto di molti e inutili desideri.
– Sicuro!
– Dopo averla vuotata completamente, essi possiedono e iniziano l' anima di
quel giovane con grandi iniziazioni, poi vi guidano, splendidamente incoronato e accompagnato da un solenne corteggio, la tracotanza, il disordine (l' anarchia), la dissolutezza e l' impudenza, lodandole e coprendole di lusinghieri appellativi. Così essi chiamano buona educazione la tracotanza, libertà l' anarchia, magnificenza la dissolutezza, coraggio l' impudenza. Non è pressappoco in questo modo che un giovane passa dal regime dei piaceri necessari alla liberazione e alla resa di sé stesso ai piaceri superflui e inutili?
– Sì, è manifestamente così – rispose.
– Poi un tal giovane vive sprecando denaro, tempo e fatica per i piaceri
superflui, non meno che per quelli necessari. Se gli va bene e non si spinge troppo oltre nella sua follia, anzi, una volta diventato un po' più maturo e calmata la sua maggiore turbolenza, accoglie gruppi di esiliati e non si consegna completamente agli invasori, costui vive stabilendo una specie di parità fra i suoi piaceri, consegnando di volta in volta il governo di sé stesso al piacere di turno, quasi gli fosse toccato in sorte, finché questo sia realizzato, e poi a un altro, senza disprezzarne alcuno, anzi, nutrendoli tutti allo stesso modo.
– Proprio così.
– Egli non accetta ne' lascia entrare nella sua guarnigione alcun discorso vero,
se mai senta dire che alcuni piaceri riguardano desideri onesti, ma altri desideri malvagi, e che occorre coltivare e apprezzare quelli, ma redimere e punire questi. A tutto ciò egli si nega, affermando che tutti i piaceri sono uguali e apprezzabili nella stessa misura.
– Certo, con tale disposizione d' animo egli fa proprio così – disse.
– E dunque – ripresi – passa tutti i suoi giorni a soddisfare il primo desiderio
che capita: ora beve vino e ascolta il flauto, poi beve acqua e segue una cura dimagrante; ora fa ginnastica, ma certe volte se ne sta in ozio e si disinteressa di tutto; ora invece si dà persino alla filosofia, spesso alla vita pubblica, e balza su a dire e a fare qualunque cosa gli passi per il capo. E se invidia i guerrieri va da quella parte; poi cambia direzione e si reca dagli affaristi; nella sua esistenza non c'è ordine ne' costrizione, ma vive sempre convinto che essa sia piacevole, libera e felice.
– Hai descritto egregiamente – esclamò – l' esistenza di un amico dell' 
eguaglianza!
– Ma credo pure – ripresi – che quest'uomo sia vario e ricco di umori diversi,
bello e variegato come lo Stato che gli assomiglia: molti uomini e molte donne potrebbero invidiare il suo modo di vivere, perché egli racchiude in sé moltissimi modelli di governi e di caratteri.
– Sì, costui è fatto proprio così – disse.
– Allora, ascriveremo un uomo del genere alla democrazia? Possiamo
correttamente definirlo "democratico"?
– Sì, – rispose – definiamolo così.


14. – Ora, ci rimarrebbe la descrizione del regime e dell' individuo migliori:
della tirannide e del tiranno.
– E' vero – rispose.
– Ebbene, amico mio, qual' è la caratteristica della tirannide? Mi sembra quasi
evidente che essa nasce dalla degenerazione della democrazia.
– Sì, è evidente.
– Dunque, come dall' oligarchia nasce la democrazia, così dalla democrazia
nasce la tirannide.
– In che modo?
– Il fine che ci si era proposto e per cui era nata l' oligarchia – chiesi – non era la
ricchezza eccessiva?
– Sì.
– Ma l' insaziabile desiderio di ricchezza e l' incuranza di ogni altro valore a
causa dell' affarismo l' hanno condotta alla rovina.
– E' vero – disse.
– E anche la rovina della democrazia non è provocata dal desiderio insaziabile
di ciò che l' ha fatta sorgere?
– Ma qual' è dunque questo fine?
– La libertà – risposi – In uno Stato democratico puoi sentir dire che essa è il
bene supremo, e che perciò chiunque abbia un carattere libero dovrebbe vivere solo in questo.
– Sì, così si dice spesso – rispose.
– Dunque, come ti dicevo, non sono questo desiderio insaziabile e l' incuranza
di ogni altro valore a trasformare questo regime e a prepararlo ad aver bisogno della tirannide?
– In che senso? – domandò.
– A mio parere uno Stato democratico assetato di libertà, quando trova cattivi
coppieri e si spinge troppo oltre. e s' inebria di LIBERTA' PURA, punisce i suoi governanti, a meno che questi non siano davvero miti e non concedano loro grande libertà, accusandoli poi di essere scelleratI oligarchi.
– Sì, agiscono così – disse.
– E, io credo, oltraggia i cittadini ossequienti considerandoli schiavi volontari e
persone da nulla, mentre loda e apprezza in privato e in pubblico i governanti che sono simili ai sudditi e i sudditi che sono simili ai governanti. Ma in un tale

Stato, non è inevitabile che l' inclinazione alla libertà si estenda a ogni cosa?
– Come no!
– E penetri, caro amico, anche nelle case private, e infine sorga l' anarchia 
persino tra gli animali? [Qui Socrate, col termine "anarchia",  intende il disordine morale conseguente ad eccessivo desiderio di libertà].
– Ma che cosa dobbiamo intendere con ciò? – chiese.
– Per esempio – risposi – che un padre si abitui a diventare come suo figlio e a
temere i suoi figli, e il figlio diventi come suo padre e per essere libero non abbia ne' rispetto, ne' timore per i genitori, e il meteco [straniero residente] si metta sullo stesso piano del cittadino, e il cittadino del meteco, e così anche lo straniero.
– In effetti, accade proprio questo – disse.
– Ma ci sono anche altri piccoli inconvenienti: in simili condizioni l' insegnante
ha paura degli allievi e li adula; gli allievi disprezzano gli insegnanti e i

precettori, e insomma i giovani si comportano come gli anziani e li contestano a parole e a fatti, mentre i vecchi, per risultare graditi ai giovani, si abbandonano a smancerie, imitando i giovani per non sembrare molesti e tirannici.
– E' proprio così – ammise.
– E quasi mi dimenticavo di quanta parità e libertà esistano nei rapporti fra
uomini e donne!


– Ma la conclusione di tutto ciò messo insieme [parla Socrate] tu sai bene qual'
è: l' animo dei cittadini si infiacchisce al punto da non sopportare nessun genere di costrizione, che suscita anzi la loro collera. E finalmente come sai, non si curano neppure delle leggi, scritte o non scritte, pur di non avere assolutamente alcun padrone.
– Lo so perfettamente -esclamò.


15. – Dunque, amico mio, da questo bello e virile governo a me pare che nasca
la tirannide – dissi.
– Virile davvero – esclamò – Ma che succede poi?
– La medesima malattia – risposi – che porta alla rovina l' oligarchia, in questo
regime scoppia ancora più forte e violenta a causa della licenza, e asservisce la democrazia. In genere, infatti, ogni eccesso provoca la reazione contraria: nelle stagioni, nelle piante, negli animali, e non meno nelle forme di governo.
– Sì, è logico – disse.
– In realtà, la libertà eccessiva di solito si muta nella servitù eccessiva per i
cittadini e per lo Stato.
– E' logico.
– Perciò forse – ripresi – la tirannide nasce appunto soltanto dalla democrazia,
cioè io credo che la servitù più assoluta e crudele nasca dalla più pura libertà.
– E' naturale – approvò.

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 PARTE SECONDA.

ANALISI DEL PARAMETRO "PURA LIBERTA'"

Il Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano attribuisce, al termine "Libertà" tre significati fondamentali:

1. quello di libertà assoluta (es. il libero arbitrio);

2. quello di libertà limitata dalla condizione oggettiva di necessità (ne sarà tratta una citazione da Spinoza);

3. quello di libertà come misura di possibilità oggettiva considerata in senso pratico.
La nostra breve analisi, che sarà condotta seguendo un punto di vista
pitagorico (ove Dio è obbligatorio), prenderà in esame due soli parametri: quello di necessità dell' uomo verso Dio; quello di necessità dell' uomo verso sé stesso e verso l' ambiente in cui si viene a trovare.
La "obbligatorietà" di Dio proviene dal fatto che in senso pitagorico Dio può
essere considerato sia come "Nous", ovvero come luogo di intelligenza  trascendente; sia  come potenza materiale oggettiva, la quale, seppure variata in senso infinito, non è senza legge. Pertanto entrambe possono essere incamerate nel concetto decadico e, volendolo, possono essere anche sacralizzate.

 

La necessità verso Dio.

 

Prendiamo, da Abbagnano (l.c.) questa citazione:
"Secondo Spinoza, si dice libera la cosa che esiste solo per la necessità della
sua natura e che da sé sola è determinata ad agire; mentre è necessaria, o coatta, la cosa che è indotta  ad esistere, o ad agire da un' altra cosa, secondo una certa e determinata ragione" (Et. I, def. 7). [Esempio: l' azione obbligatoria del mangiare è necessaria; l' azione volontaria del dipingere è libera. Ogni azione obbligatoria è in diretto rapporto con Dio, il quale praticamente la impone].
"In questo senso Dio solo è libero[completamente] perché egli solo agisce in
base alle leggi della sua natura e senza essere costretto da nessuno (Ibid., I. 17, coroll. II); mentre l' uomo, come ogni altra cosa, è determinato dalla necessità della natura divina, e può credersi libero solo in quanto ignora le cause delle sue volizioni e dei suoi desideri (Ibid. I. app. II, 48). [praticamente, anche le scelte umane apparentemente libere fanno parte del repertorio infinito delle divine possibilità. E la consapevolezza di ciò può indurre l' uomo ad affidarsi completamente e liberamente a Dio stesso].
Tuttavia l' uomo stesso può diventar libero se è guidato dalla ragione (Ibid. IV,
66 Scol.): se cioè agisce e pensa soltanto come parte della Sostanza infinita e riconosce in sé la necessità universale di essa (Ibid., V, VI, scol.). In altri termini, l' uomo diventa libero mediante l' amore intellettuale di Dio (che è, per l' appunto, la conoscenza della necessità divina; amore che è identico a quello con cui Dio ama sé stesso (Ibid. V, 36, scol.). [Questo sentimento, che per noi è sincero, e valido, valse però a Spinoza ad essere considerato un nemico della Chiesa].

In altri termini, secondo Spinoza, (e da qui la sua inaccettabilità dalla religione ufficiale), neppure Dio sarebbe capace di "pura libertà" poiché, nella  sua concreta totalità, egli non potrebbe altro che essere sé stesso. Deus sive Natura.
Alla fine, la "pura libertà", esiste, ma dev' essere contenuta nel territorio di
Fantasia, nell' arte, nella mente umana intesa come creazione intellettuale, piuttosto che nella mente di Dio intesa come creazione fisica.
Nella storia civile e religiosa il parametro "pura libertà" è un parametro
negativo che induce ad errori di analisi. Parimenti nella educazione.
Parimenti nei costumi politici, la "pura libertà" può distruggere qualsiasi
costruzione. 

 

La necessità verso l' uomo.

 

La  "libertà" data all' uomo da Dio è quella di fare, senza impedimenti, tutte le cose necessarie alla propria felice conservazione. Ad esempio, se sono un pittore e mi si vieta di dipingere, si lede la mia libertà. Così per tutto. Alla fine la libertà, per gli uomini liberali, è giusto che diventi un valore sacro.
Purtroppo la nostra primitività, e la nostra  discendenza diretta dall' animalità,
hanno, per molte migliaia di anni, danneggiato  la coerenza a questo principio. L' isolamento delle più primitive tribù sovrastate dalle foreste, impedite a comunicare per lunghi secoli dalle difficoltà ad affrontare il mare, o i deserti; l' educazione sociale impostata sulla reciproca diffidenza; la "volontà di potenza" delle persone singole e dei gruppi; la precarietà fisica individuale; il tempo breve di vita; la fame e la sete, tutto  ha contribuito a limitare, nelle società civili, la libertà, intesa, ripeto, come esigenza umana  necessaria alla  felicità ed alla sopravvivenza. L' impero, il controimpero, il massacro organizzato e imperituro, per secoli diventati ormai troppo lunghi, è stato definito "civiltà".
Esempi di questa contraddizione provengono, nelle società più civili, dalle
varie istituzioni statali, definite secondo le più diverse concezioni teoriche.
Quanto al popolo, esso desidera il plus di "pura libertà" che le religioni, sin dal
tempo del paganesimo più primitivo, gli hanno sempre largamente elargito.
Le varie concezioni etico – filosofiche sulle quali gli Sati sono stati costruiti
hanno sempre dato ai medesimi largo foraggio di  "pura libertà", specialmente negli Stati totalitari provenienti  da Hegel (destra e sinistra hegeliana, praticamente comunismo e nazifascismo) – prima ancora la monarchia assolutista – grande potere  sul cittadino, e in campo internazionale, la giustificazione della difesa di un  "interesse superiore" capace di rendere  l' etica dello Stato pari  a quella degli animali della foresta in lotta per la reciproca sopravvivenza. Ne' ad oggi gli Stati liberali contrattualisti o legalisti che siano, ne sono fuori. Ciò perché, nel mondo, facilmente  si determinano situazioni di necessità oggettiva.
L' educazione alla eliminazione della "pura libertà" dal costume pubblico
richiederebbe la pacificazione mondiale per alleanza, sia civile che religiosa. Cosa facile solo in apparenza.

In breve, se la libertà può considerarsi un dono di Dio, o della natura (io devo essere libero di fare tutti i movimenti necessari a realizzare la mia esigenza di vita), la pura libertà è, al contrario, un veleno, così distruttivo, che persino la intelligenza del mondo ce ne ha messo in guardia, facendoci capire che essa stessa non può derogare dall' ordine della natura, che non è quella dell' homo homini lupus (Plauto), in quanto l' uomo deve superare la simiglianza animale.


Della nuova legge potremmo dire: Hoc est signum Dei.

 
E l'educazione dei giovani, per riavvicinarci a Platone, deve essere impostata,
fin dai primissimi anni, sulla diffidenza verso la pura libertà.

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