Want create site? Find Free WordPress Themes and plugins.

Platone, La Repubblica, libro VII, 4, 5.
Traduzione di Giuseppe Lozza, con note nostre.

 

" … 4.  SOCRATE – Dunque noi fondatori dello Stato abbiamo il compito di costringere le nature migliori ad apprendere ciò che prima abbiamo definito la cosa più importante, ossia a contemplare il Bene e a compiere quella ascesa;  e quando siano saliti e abbiano visto abbastanza, non si deve permettere ciò che ora si permette.


GLAUCONE – Che cosa?


SOCRATE – Di rimanere lassù rifiutandosi di scendere di nuovo fra quei prigionieri e di partecipare alle loro fatiche e ai loro premi, frivoli o seri che siano.


GLAUCONE – Ma allora eserciteremo su di loro una costrizione e li obbligheremo a vivere peggio di quanto potrebbero?


5.  SOCRATE – Ti sei dimenticato, amico mio  che la legge non mira all'assoluto benessere di una sola classe di cittadini, anzi fa in modo che nello Stato questo si ottenga con la concordia fra tutte le classi, sia mediante la persuasione, sia mediante la costrizione, obbligando tutte a comunicare fra loro il contributo che ciascuna classe è in grado di fornire alla collettività; e se la Legge rende tali i cittadini, il suo scopo non è quello di lasciarli liberi di fare ciò che vogliono, bensì di costringere ognuno a collaborare alla concordia dello Stato. "

 

NOTA.  Non viene qui messo in discussione tutto il sistema morale contenuto in quest'opera di Platone, opera che, nell' insieme, deve essere considerata per sè e può venir giudicata a criterio di ogni lettore.
La vecchia opinione di cripto-comunismo data a quest' opera, non appare comunque giustificata, in quanto non vi si contempla la riduzione di tutto il corpo sociale a una sola classe di cittadini, ne' vi è esclusa l' iniziativa privata nella economia mercantile. Del resto, giudicando l' insieme, anche l'opinione di cripto-nazionalsocialismo potrebbe essere giustificata. Ciò non inficia il tema del limitato argomento che qui si esamina.

 

GLAUCONE  –  E' vero, me n' ero dimenticato!


SOCRATE – Considera dunque, Glaucone, che noi non faremo ingiustizia ai filosofi educati fra noi, ma porremo loro giuste richieste obbligandoli a occuparsi degli altri concittadini e a proteggerli. Diremo infatti: "Negli altri Stati, quelli che diventano filosofi hanno ragione a non partecipare al peso della politica, appunto perché si educano da soli contro il volere di tutti quei governi; ed è giusto che ciò che si sviluppa da sé, non essendo debitore ad alcuno della sua crescita, a nessuno ne paghi il prezzo. Noi invece abbiamo generato voi per voi stessi, ma anche per il resto della città, come capi e re di un alveare, vi abbiamo educato meglio e più compiutamente di loro, e più capaci di svolgere entrambe le attività [dedicarsi alla filosofia e alla politica].
Dunque dovete scendere, ognuno al suo turno, nella dimora degli altri e abituarvi a vedere fra le tenebre. Poi, quando vi sarete abituati, vedrete mille volte meglio di quelli laggiù, e comprenderete quale sia e che cosa rappresenti ognuna delle ombre, perché avrete già visto la verità a proposito del bello, del giusto e del bene.

 

NOTA.  Il BELLO. Nelle concezioni pitagoriche (ovvero da prima che Platone proponesse alla Grecia le proprie opinioni), "il Bello" si risolve nell'armonia estetica, intesa come forma  della materia corporea, sociale e spirituale. In quest'opera tutto ciò appare conseguenza logica dell'  armonia dei rapporti sociali di una città.
Come tutte le filosofie che si rivolgono al bene della propria città (e basta), il risultato si risolve in una contraddizione, perché, se uno Stato può giungere al risultato di rappresentare un limitato ottimale, due Stati non lo possono, a meno che non si uniscano a rappresentarlo insieme, ossia diventino (spiritualmente) una sola cosa. E sebbene andando avanti tutto ciò possa valere per il mondo intero, occorre considerare che solo dal 1945 tale possibilità (di essere tutti gli Stati del mondo alleati) può essere considerata fattibile (per motivi di necessità e convenienza), e perseguita volontariamente dalla maggior parte degli Stati dell' O.N.U.  Purtroppo, però, occorrono tutti, o si fa niente.
I pitagorici, pure rappresentando una Scuola molto più antica (e di esperienza bisecolare) di quella dell' Accademia, nel loro tempo oltrepassavano  il concetto di Stato così come qui Platone lo intende. La forma sociale ideale pitagorica,  troppo avanzata già al  tempo loro, non avrebbe potuto mai raggiungere i tempi nostri se lo sviluppo della scienza e della tecnologia moderne non avessero costruito armi tali da rendere sconsigliabile il conflitto fra le nazioni.
IL BUONO. Nelle concezioni pitagoriche è semplicemente il credere in Dio, inteso esso come forma di verità sia fisica che spirituale.
Il "Dio c'è" è una forma di opinione alla quale i pitagorici credevano realmente, e lo dimostravano attraverso la costruzione del simbolo della decade e di quello abbreviato ed equivalente della Tetractys (1 + 2 + 3 + 4 = 10), ovvero dimostrando la loro sincera tendenza alla conoscenza totale della verità fisica ottenuta attraverso la scienza del numero.
L' intuizione fisica di Dio, ovvero della esistenza di una verità naturale  non può essere realizzata  completamente dalla parola di alcun profeta se ad essa manca almeno il desiderio della conoscenza concreta delle cose esistenti. Solo da questa potrà arrivare agli uomini l' intuizione etica della società, e poi quella morale individuale.
Essa deve essere raggiunta dai saggi  della umanità intera, per comprensione riconosciuta almeno da una maggioranza. Tale comprensione, quando sia assimilata come conseguenza  della sapienza di Dio, deve equivalere in tutte le parti del mondo, e la cosa deve essere interpretata parimenti in senso civile, spirituale, e scientifico. Si deve capire che la presenza di Dio, nella storia dell' umanità, di fatto è sempre mancata, anche se non nel naturale intelletto delle persone singole.
Il valore del "Buono" spirituale arriva pertanto prima di quello  del "Buono" fisico. C'è un vuoto fra la verità (totale) di Parmenide e quella (limitata) di Eraclito, che può essere riempito soltanto dalla conoscenza dei principii centrali del pitagorismo.
Mancando questo riempimento, Dio non esiste.
La critica atea (Carlo Michelstadter, Cecchelin, Leopardi…) è conseguenza logica della contraddizione esistente fra il "Buono" nominalista (sostenitore dell' ignoranza, o meglio, come insegnò Tolstoj, della conoscenza errata) e il "Buono" d' impero, di cui il Machiavelli ha posto in evidenza, e fin troppo concretamente,  i valori effettivi.
Tale contraddizione è fonte di dolore per il genere umano e, persistendo essa in eterno, è fonte di sfiducia verso Dio stesso, e quindi di ateismo. Secondo il pitagorismo ciò invece è conseguenza logica della mancanza di conoscenza di Dio nel mondo.
Il pessimismo di Schopenhauer, giustificato dalla osservazione del comportamento animale e dalla sua somiglianza con il comportamento spirituale umano, pone il destino del medesimo davanti a due sole strade: quella atea e quella pitagorica.
Le religioni ufficiali, così come esse sono gerarchicamente e legalmente strutturate, non potrebbero mai riuscire a superare le loro inevitabili contraddizioni, in quanto esse  costituiscono sistemi, sia pur non volontariamente, creati apposta per perpetuarle (si veda la "conclusione").
Nel naturalismo il cervello di ogni specie animale si sviluppa individualmente in tempo breve, dopo di che l' esemplare raggiungerà la propria maturità e vivrà condizionato solamente dal proprio istinto.
L'essere umano infante si sviluppa in un tempo più lungo, ma alla fine non potrà superare un certo limite di autonomia e libertà, e si comporterà anch'esso in modo condizionato.
Le Chiese, ed ogni cultura comportante un catechismo limitato, contraddittoriamente  completo (non relativista), tendono anch'esse, di fatto, a negare Dio, in quanto, nella loro presunzione di completarlo (essendo essi creature terrene) di fatto e involontariamente lo limitano.
L' uomo di Chiesa spesso crede veramente in Dio, ma in  segreto.
Il concetto pitagorico comporta, in natura, la giustificazione della morte e della continua rinascita, mentre la mente umana, alla fine del viaggio, oltrepasserà i limiti terreni oltre i quali arriverà con un' anima purificata. L' esistenza umana rimarrà, come nella concezione atea, carente, ma lo scopo della morte non sarà quello di chiudere per sempre l'esistenza; nè lo scopo della vita sarà quello di prepararsi ad essere ricevuti (o negati) da un re celeste.
Per il pitagorico la vita era  pensata come un lungo percorso intellettuale e spirituale (intercalato da molte vite terrene iniziate dalla esistenza animale) mediante il quale egli sarebbe giunto , attraverso una sua propria cultura confortata dalla scelta di strade senza limiti, proprio a quel "Bello", a quel "Buono", a quel "Giusto" del quale ci parla Socrate in questo passo.
Dio pertanto, secondo il concetto pitagorico, non può identificarsi in un individuo potente cui sottomettersi, ma in un "territorio" da raggiungere.  Ciò richiede amore per la conoscenza e una propria potenza spirituale da poter trasmettere nella società civile.
Il GIUSTO. Diventa pertanto un punto d' arrivo.
Non avendo l' umanità storica (se non individualmente) raggiunto la conoscenza del BELLO (l'armonia delle società), ne' quella del BUONO (l'equilibrio morale), "Il giusto" non potrà essere raggiunto se non attraverso la comprensione della necessità di procurare al genere umano strade diverse da quelle della ignoranza e dell' impero, percorse finora.

 

SOCRATE – Così, da uomini ben desti, noi e voi governeremo lo Stato; invece ora gli Stati sono governati quasi tutti da persone addormentate che combattono per le ombre e lottano fra loro per il potere come se fosse un bene prezioso. Ma la verità è questa: sarà governato nel modo migliore e più ragionevole quello Stato in cui chi deve governare non ne abbia affatto il desiderio, mentre il contrario accadrà se i governanti saranno smaniosi di potere.


GLAUCONE – Proprio così.


SOCRATE – Ma i nostri discepoli, tu pensi, non crederanno alle nostre parole, e si rifiuteranno di collaborare, ognuno al suo turno, e passeranno la maggior parte del loro tempo nel mondo delle idee?


GLAUCONE – Impossibile, poiché imporremo ordini giusti a persone giuste. Ma soprattutto ognuno di loro si accingerà a governare come a un dovere inevitabile, al contrario dei governanti che dominano ora gli altri Stati.


SOCRATE – E' così, amico; se troverai per chi deve governare una condizione migliore del potere, è probabile che il tuo Stato sarà governato bene; perché solo in quello avranno il potere i veri ricchi – non di oro, ma di ciò di cui devono essere ricchi gli uomini felici, ossia di quel modo di vivere onesto e saggio. Ma se andranno in politica pezzenti affamati di proprietà privata, con la speranza di trarne lauti guadagni, ciò non sarà possibile. Infatti il potere diverrà ambito, e una simile guerra domestica e civile  perderà loro stessi e gli altri.

 

C O N C L U S I O N E

 

Così l' allora cardinale Joseph Ratzinger, avendo più volte ribadito che "il patrimonio greco è una parte integrante della fede cristiana" ha spiegato i motivi per cui, a suo vedere, la religione cristiana poté conciliarsi con la filosofia greca:
"La razionalità poteva diventare religione perché il Dio della razionalità era entrato egli stesso nella religione. In fin dei conti l'elemento che rivendicava la fede, la Parola storica di Dio, non costituiva forse il presupposto perché la religione potesse volgersi ormai verso il Dio filosofico, che non era un Dio puramente filosofico e che nondimeno non respingeva la filosofia, ma anzi la assumeva?
Qui si manifestava una cosa stupefacente: i due principii fondamentali del cristianesimo apparentemente contrari – legame con la metafisica e legame con la storia – si condizionavano e si rapportavano reciprocamente; insieme formavano l' apologia del cristianesimo come religio vera. Si può dunque dire che la vittoria del cristianesimo sulle religioni pagane fu resa possibile fondamentalmente dalla sua pretesa di intelligibilità"


Dalla conferenza "Verità del cristianesimo?" pronunciata dal cardinal Joseph Ratzinger il 27 novembre 1999 presso l' Università della Sorbona di Parigi, tradotta e pubblicata da "Il Regno-Documenti" vol. XLV, 2000, nm. 854. pp. 190-195:

______________

 Dall' inizio del Cristianesimo, almeno sino all' accendersi dei lumi del 'Settecento (tralasciando le eresie),  il rapporto della filosofia con sè stessa, sia nell'area mediterranea che nord-europea, ed anche nel mondo islamico,  non è mai stata paragonata a quella fra pesci che nuotano nello stesso mare, consapevoli che le loro specie sono infinite, le onde altrettanto,  le correnti lo stesso. E' stata piuttosto paragonata a quella del nuoto in un mare pericoloso ove un pescecane ha sempre ingoiato tutto.  E sebbene la verità e Dio si rivelino naturalmente e liberamente nel cuore delle persone libere, ciò è stato impedito proprio dalla natura intollerante e dominatrice delle religioni, quali che fossero.
Questa non è una critica al Papa Ratzinger, al quale tutti vogliamo bene. Le responsabilità, abbiamo detto, non vanno alle persone, le quali sono esse stesse condizionate dall' intero sistema. Dentro le religioni possono trovarsi uomini di Dio migliori e di più che fra noi.
Però noi diciamo: il pitagorismo non è una religione, è una filosofia. Per cui, lasciateci fare i filosofi. Non mettetevi a dire "quei filosofi siamo noi", per cui "voi siete noi".
Non è così. Purtroppo codesta è una logica da pescecani che nessun filosofo onesto potrebbe accettare.
Noi siamo noi, siamo pitagorici, siamo anarchici; nessuno vuol essere voi. Vogliamo essere liberi, pensare secondo una nostra logica di libertà.
Libertà che vuol dire: non crear costrizioni intellettuali, non far morti e feriti.


Condividi:
Did you find apk for android? You can find new Free Android Games and apps.