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    P o l  i t i c d C a f f é

 
 
 
 
CAPITOLO SESTO
 
 
Per una ipotesi di democrazia
 
funzionale
 
 
Ci siamo chiesti, forse a torto, forse un po’ ingenuamente, se siano mai stati compiuti studi seri sul tema della democrazia giusnaturalista intesa nel senso etico del pactum unionis.
Poiché, se il progresso storico fosse inteso come un susseguirsi di categorie emergenti venute a noi dalle profondità delle prime società tribali, potremmo chiederci se la democrazia sia mai veramente esistita.
Se dovessimo riconoscere che la civiltà umana si è sviluppata iniziando dalle autorità degli anziani, come voleva James G. Frazer nel suo "Il ramo d’oro", e poi dai condottieri divenuti Re, e poi dagli amici dei Re divenuti aristocratici, senatori e repubblicani, e poi dagli amici dei senatori, divenuti imperatori, e ancora dai Re barbari, dall’aristocrazia di spada, dall’Alto Clero, da Duci e Re medioevali, dai grandi mercanti e Signorie rinascimentali, e poi di nuovo da classi industriali più forti dei Re, e dal liberalismo di classe, da Re costituzionalisti e da proletari assolutisti, dovremmo alla fine concludere che la pubblica convivenza si è sviluppata, almeno per quanto riguarda la maggioranza del genere umano, nel senso del subiectionis.
In realtà non è completamente così, poiché anche il progresso scientifico conta e, nonostante i pericoli che comporta, si è visto che può influire beneficamente sulla potenzialità del corpo sociale.  Lo stesso Dio può essere inteso come un qualcosa di reale e definibile in modo riproducibile e non contraddittorio, almeno sin dove le nostre potenzialità intellettuali lo consentono.
Sia pertanto ben chiaro: la democrazia esiste e noi ne siamo una parte, tanto più consapevole quanto più forte. La mezzeria del guado, però è passata,  ed ora non si può né restar fermi né ritornare.
 
Cerchiamo adesso di indagare, all’ingrosso, sul limite del valore della nostra democrazia. Per farlo possiamo farci aiutare da Benjamin Constant, un monarchico costituzionalista del primo ‘Ottocento, troppo noto perchè se ne faccia qui il panegirico (13).
Iniziamo dalla questione della sovranità, così come essa riguarda l’autorità e il cittadino.
 
Nessuna autorità terrena – scrive Constant – è illimitata, né quella del popolo, né quella degli uomini che si dicono suoi rappresentanti, né quella dei Re, quale che sia il titolo con cui regnano, né quella della Legge che, non essendo che l’espressione della volontà del popolo, o del principe, a seconda della forma di governo, dev’essere contenuta entro gli stessi confini dell’autorità da cui emana.
I cittadini posseggono diritti individuali indipendenti da ogni autorità sociale e politica, ed ogni autorità che viola questi diritti diviene illegittima.
I diritti dei cittadini sono: la libertà individuale, la libertà di religione, la libertà di opinione, che comprende la libertà di manifestarla, il godimento della proprietà, la garanzia contro ogni arbitrio. Nessuna autorità può attentare a questi diritti, senza lacerare il suo titolo.
 
E’ stato rilevato che questi sono principi per una democrazia da ricchi, ma potrebbe mai esistere una democrazia dei poveri? Da questo punto di vista, il raggiungimento di un certo grado di benessere sociale collettivo è determinante. Esempi storici recenti non ne mancano: Italia del ’22, Germania del ’33, Stati comunisti orientali e asiatici e tutto il resto. Importante, in conclusione, è che si sappia sempre ciò che si vuole e dove si vada, poiché il percorso della storia è lungo, dev’essere affrontato per generazioni successive, richiede coraggio, tenacia, capacità di riprendersi dagli errori, pazienza infinita.
 
La democrazia è l’autorità deposta nelle mani di tutti, ma solo nella somma necessaria alla sicurezza della società.
 
Si tratta del tema riguardante gli equilibri necessari al godimento delle libertà civili, già qui trattato nel secondo capitolo. In questa logica la democrazia può essere intesa soltanto come un sistema di convivenza; chi lo accetta può definirsi democratico anche se la pensa come nessun altro fra i suoi concittadini. La libertà si realizza nella responsabilità di tutti verso tutti: Re, Presidenti e semplici cittadini possiedono insieme lo stesso valore funzionale.
 
Un’altra domanda che il discorso di Constant indirettamente ci pone è questa: – Da dove proviene l’autorità?
In una Repubblica democratica moderna, ove l’autorità dovrebbe essere del popolo (nominalmente, per il solo fatto che vota), il fatto che esso non possa comporre le liste elettorali rende, a rigore, equivoca la stessa autorità del Parlamento.
Proprio perchè la partecipazione collettiva alla composizione delle liste è praticamente impossibile nelle popolose nazioni attuali,  se ne dovrebbe dedurre che, per le nomine, il popolo dovrebbe potersi affidare soltanto all’autorità dei partiti, per ciò che essi propongono nei loro programmi.
Tutto ciò è teoricamente contestato, ma occorre considerare che, anche se in modo camuffato, di già avviene così. Piuttosto, si dovrebbe riequilibrare tale plus di potere dato alle segreterie dei partiti, con un maggior grado di responsabilità dato ai Re, o ai Presidenti, e di ciò sarà detto in seguito.
In breve: se io elettore, devo riconoscere un "mio" candidato, allora devo proporlo io e avere sopra di lui un minimo d’autorità proveniente dalla sua riconoscenza. Se ciò non è possibile, o se non è bene che sia così, allora che ci si tolga dagli equivoci.
 
Ai suoi tempi, Constant sostenne la elezione diretta:
 
 Vorrei che (la prima iniziativa della elezione) la prendessero, in ogni distretto, tutti i cittadini aventi diritto al voto, fissando una prima linea di cinquanta; formassero poi un’assemblea di cento individui incaricati di presentarne cinque su cinquanta, e la scelta sarebbe nuovamente effettuata fra questi cinque, da tutti i cittadini.
 
Per "elezione diretta dei candidati" Constant sostiene ciò che qui si è già ritenuto impossibile nel mondo attuale, ma che nei tempi di Constant e con un corpo elettorale ristretto, si sarebbe forse potuto ottenere. Non lo si ottenne nemmeno allora, in virtù di interessi di ceto, che già Rosmini rivelò.
 
Il sistema rappresentativo – afferma Constant – è una procura data a un certo numero di persone dalla massa del popolo.
 
Per conseguenza logica, secondo Constant, il popolo dovrebbe aver titolo nella composizione delle liste. Ciò che si intende dire è che il titolo di amministrare i beni (generali) dei cittadini, non dev’essere "conquistato per arrembaggio", ma essere giustificato dalle segreterie dei partiti ai propri elettori, secondo il programma, come di già si è scritto.
 
Nelle demagogie prive di contrappeso costituzionale, essendo tutti i poteri riuniti e confusi come nel dispotismo, chiunque se ne impadronisca soggiogando la folla  con la parola è assoluto padrone.
 
Ora, in una democrazia, se pure i poteri devono restar separati, pure non devono essere indipendenti, bensì funzionali uno all’altro "legati" da un sistema di convivenza comunemente e preventivamente accettato. Per adeguarvisi sinceramente, ogni potere deve adattarsi volontariamente a un suo limite.
 
Per quanto riguarda le condizioni di capacità di esercitare i diritti politici (in pratica, di avere diritto al voto), Constant li trova nella proprietà.
Naturalmente, i tempi sono cambiati, ma il principio, nel suo profondo, rimane lo stesso: una società troppo povera non è sicura per la democrazia, così come non lo è, si potrebbe aggiungere, per la pace del mondo. Naturalmente, anche una società ricca, ma priva (o troppo piena) di valori, può essere altrettanto pericolosa.
 
Ciò che preserva dall’arbitrio – scrive Constant – è l’osservanza delle forme. Le forme sono le divinità tutelari delle associazioni umane; le sole protettrici dell’innocenza, le sole relazioni degli uomini fra loro…le forme soltanto sono evidenti, e ad esse soltanto l’oppresso può appellarsi (trad. Cerroni, p. 200).
 
La forma attraverso la quale la magistratura non travalica dalle proprie prerogative è il codice, il quale, costantemente prodotto dal Parlamento, testimonia il grado di civiltà che una società possiede in ogni particolare momento della sua storia.
La forma attraverso la quale la magistratura difende la propria indipendenza è, innanzitutto, l’essere altro da sé dal potere esecutivo.
 
 
Date ai depositari dell’autorità esecutiva il potere di attentare alla libertà individuale (dei magistrati) e annienterete tutte le garanzie che sono la condizione prima e il fine unico della riunione degli uomini sotto l’imperio delle leggi.
Volete l’indipendenza dei tribunali, dei giudici e dei giurati. Ma se i membri dei tribunali, i giurati e i giudici potessero essere arrestati arbitrariamente, che cosa diverrebbe la loro indipendenza? (14).
 
In simile temperie, continua Constant, sarebbe superfluo accordare qualche estensione o qualche sicurezza alla stampa.
 
E’ stato dunque ammesso che in uno Stato esistono numerosi poteri, dei quali almeno tre sono quelli che definiamo "diretti", quello del governo (esecutivo), quello del Parlamento (legislativo), quello della Magistratura.
Numerosi e forti (e soprattutto legittimi) sono però anche altri poteri: quello dei cittadini – Kant direbbe, delle persone –  le quali, oltreché votare, devono potenzialmente disporre, su base di parità, del diritto di accedere a tutte le cariche dello Stato e a tutte le funzioni della vita civile; quello dell’informazione (quarto e quinto potere), che non dovrebb’essere condizionata nemmeno da propri interessi settoriali; quello dei produttori, intendendo nel termine sia operai che capitalisti, nonché tutte le rimanenti categorie del lavoro, artigianali, artistiche e dei "servizi", Scuola, Cultura e Sanità in preminenza. 
Alla fine, il potere di chi non ha alcun potere, il quale dovrebb’essere garantito dagli inalienabili princìpi legati ai diritti dell’uomo.
Si potrebbe anche dire che la gerarchia dei poteri dovrebb’essere ridiscussa poiché, in una società democratica, il potere preminente è quello spirituale delle persone singole. Esso si evidenzia attraverso la qualità del lavoro e, nei settori di pubblica competenza, nei servizi. Così, ad esempio, Scuola, Esercito, Sanità, la stessa Magistratura, non dovrebbero poter essere definiti, né poteri, né strumenti di potere. Non dovrebbero esserlo nemmeno la stampa (o i media) e nemmeno il Parlamento e neanche il Re o il Presidente, sebbene questo sia difficile a dimostrare.
 
Quanto all’esercito, in una buona democrazia, o comunque in uno Stato ben governato, dev’essere di popolo, come suggerirono sia il Machiavelli nei dialoghi sull’arte della guerra, sia il  Montesquieu nelle "Considerations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence" , nonché in "Lo spirito delle Leggi" (libro XI, capo VI, "della Costituzione dell’Inghilterra"), e non importa che sia di leva, o limitato a una rappresentanza professionale, poiché il giudizio su questi punti deve dipendere da circostanze e considerazioni particolari, anche estemporanee, che sarebbe incauto fissare in una costituzione.
 
La funzione affidata all’esercito è quella di garantire ai cittadini (che rappresenta e nei quali è esso stesso rappresentato) la libera fruizione del loro valore di civiltà. L’esercito, in breve, è esso stesso un servizio funzionale (ha il suo scopo) e dev’essere rappresentato da un Re o da un Presidente eletti e riconosciuti dal popolo,  assolutamente non da meno.
 
La concussione di uno qualsiasi dei poteri sin qui citati provoca danno allo Stato e sofferenza alla comunità in generale. La libertà, al contrario, intesa nel suo proprio senso di valore morale, li tiene in vita tutti.
Ma torniamo ancora una volta ad Hobbes:
 
Poiché il diritto di rappresentare la persona di tutti gli altri è dato a colui che quelli fanno sovrano, è manifesto che non fa un patto con i suoi sudditi in anticipazione (15).
 
E’ evidente che da qui a quelle che dovrebbero essere le conseguenze logiche storiche della modificazione delle teorie di Hobbes, c’è un passo. Se noi questo passo, teoricamente, accettassimo di farlo, rimarrebbe da stabilire soltanto la differenza funzionale fra il Capo dello Stato (sempre Re o Presidente) e lo Stato stesso, considerando quest’ultimo sia in conseguenza logica liberale che giusnaturalista.
La differenza è questa: la logica liberale è una logica di spartizione, soprattutto fra un Re ed un governo (un Presidente può provenire anche dal governo stesso), ma un governo, ed è questa la contraddizione del liberalismo, può non essere liberale (pure accettando le regole del gioco), anzi, raramente lo è. Per giunta, un partito liberale può non essere democratico, può coinvolgere nei suoi princìpi solo una parte dello Stato stesso.
Così un Re che accettasse di regnare in virtù del volere di una sola parte del popolo (anche giustificandosi attraverso l’accettazione di una costituzione) accetterebbe soltanto di ridurre il proprio potere padronale, ma non di rinunciarvi. Ridurrebbe soltanto il suo assolutismo, ma non sarebbe ancora il rappresentante di tutti. La frase, infatti, "Per grazia di Dio e volontà della nazione" ha poco senso se il Re non è realmente eletto dalla assoluta maggioranza del popolo. Ma un Re eletto dal popolo perde il suo carattere proprietario per acquistarne uno funzionale, poiché è evidente che Re e Presidenti eletti ad assoluta maggioranza possono essere soltanto Re e Presidenti di una democrazia, ovvero di uno Stato che fonda sulla morale civile il proprio principio di convivenza. 
Intendo però: Re o Presidenti che non siano contemporaneamente anche capi dell’esecutivo, anche se per i Paesi nordici europei con popolazione inferiore, o di poco superiore ai cinque milioni di abitanti, tale sistema vada benissimo.
In Italia si è visto che i liberali non furono in grado di garantire alla Casa Savoia, ed in particolare a Vittorio Emanuele terzo, una qualche dignitosa contropartita alla pur parziale rinuncia ad essi imposta: i valori liberali furono giocati e persi sui banchi del Parlamento, così come il popolo e la nazione furono, in seguito, giocati e persi sui campi di battaglia.
Secondo la logica funzionalista della democrazia, Re o Presidenti non possono accettare di essere considerati super partes, poiché lo scopo della loro natura è quello di "legare attivamente" tutti i poteri del corpo sociale, non di "osservarli" passivamente. Super partes, come è stato già scritto, è solo il principio morale. Nessuna persona umana, in una società che funziona, può essere definita, per sé, super partes.
"Legare attivamente", poi qui significa soltanto "far funzionare".  Penso che entro i princìpi del giusnaturalismo, piuttosto che entro quelli dell’idealismo, anche i valori liberali sarebbero salvaguardati meglio. Ciò può forse sembrare nuovo a noi italiani abituati a identificare il liberalismo nell’idealismo di Benedetto Croce ed Hegel. Non lo sarebbe, però, in chi lo identificasse in Bentham e nell’utilitarismo. Del resto, il già citato John Dewey, fondatore del pragmatismo funzionalista era, come si sa, un liberale convinto.
 Riguardo, infine, ai regionalismi, bisognerebbe avere il buon senso di considerare il problema come sperimentale. E’ vero che essi si giustificano quando sono realmente voluti dai popoli.  Facendo male, però, c’è il grosso rischio che possano crear carrozzoni e spesa in più di denaro pubblico.

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