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    P o l  i t i c d C a f f é
 
 
CAPITOLO TERZO
 
 
 
La giustificazione del partito politico
in democrazia
 
La conseguenza prima da trarre, nel giudicare il valore di un partito politico in democrazia, è che esso non può aver la funzione di dividere il popolo ; ciò anche se non bisogna dimenticare che a fare la democrazia non sono i partiti, ma l’humus profondo che nutre la morale della società civile.
Ora, questo humus, che normalmente è sano, può essere inquinato dall’abitudine dei partiti a considerarsi qualcosa di diverso dalla società civile, quasi che gli effetti potessero sfuggire alla conseguenza logica delle azioni.
Se un partito politico avesse costruito le proprie gerarchie proporzionalmente al numero di tessere cumulabili da ogni singolo proboviro, non ci si sarebbe meravigliati di veder poi da ciò scaturire il sospetto di una Mafiopoli ; e se invece i funzionari di un partito, per farsi eleggere al Parlamento, si fossero avvalsi dell’ausilio di ricchi imprenditori in grado di finanziar loro la campagna elettorale, non ci si sarebbe poi stupiti di vedere da ciò, sorgere Tangentopoli.
Esiste,comunque, un problema di fondo che converrà esaminare : i vecchi saggi della democrazia, diciamo Voltaire, Montesquieu, Helvetius, avevano desiderato la punizione della classe sociale che allora dominava in catene la maggior parte dell’umanità, ovvero non avevano negato che fosse necessaria una lotta per il potere, anche se nessuno dei tre nominati fosse poi un teorico della rivoluzione.
Il potere, però, al quale essi intendevano giungere, era il potere della ragione. Da bravi illuministi, essi intendevano la ragione una sola, poiché per loro, aristocratici autentici (uno di essi anche nominalmente, per ceto), la ragione di parte era soltanto “interesse”.
Purtroppo, come tutti sanno, la necessità di civile elevazione che fece nascere il movimento illuminista e poi le rivoluzioni americana e francese (si pensi, ad esempio, a Diderot e alla Enciclopedia) annegò in un mare di volgarità e di sangue. Naturalmente, ciò non avvenne per caso.
Ma sarebbe impreciso attribuire le rivoluzioni di fine XVIII secolo, soltanto alla maturazione dell’arricchimento della borghesia, già iniziato da oltre cent’anni : le rivoluzioni furono il prodotto della sintesi di un pensiero nobile al quale contribuirono tutte le classi sociali sia in Europa che nelle Americhe.
Nel primo capitolo di questo scritto sono stati citati, in nota, i nomi dei costruttori teorici della democrazia, ed era giusto che nessuno di essi fosse uomo d’azione, poiché non spetta al filosofo fare “casa e bottega” delle proprie opinioni, che potrebbero anche essere errate ; sono gli altri che le devono giustificare e cercare, nel caso, i modi di praticarle.
In sintesi, tuttavia, fu il ceto borghese, il più potente in ricchezza, a trovarsi nella condizione di far volgere al proprio interesse la situazione storica.
La lotta per il potere, fra le classi, continuò quindi con alterne vicende e rovesciamenti di fortune, per oltre 200 anni, sino a giungere all’attuale fase di “stanca”.E’ importante, tuttavia, osservare che i partiti politici si sono adeguati sinora a “quella” fase storica, e la loro struttura è stata sempre la logica conseguenza delle esigenze di “quella” epoca.
La dimostrazione di ciò sta nel fatto che, ancora oggi, i partiti politici, pur nelle loro differenze, si accomunano in un obiettivo : riempire, per quanto più sia possibile, tutti i posti e le cariche disponibili con uomini di propria fiducia, cosa che in una democrazia evoluta (a parte le incombenze strettamente politiche) non dovrebbe trovar giustificazione.
 
Tutto il periodo successivo alla rivoluzione manifatturiera-industriale sarà ricordato dalla storia come un periodo critico durante il quale la società occidentale è passata, dalla fase organica dei grandi reggimenti monarchici assolutisti, alla nuova fase organica che attualmente dovrebbe consolidarsi nelle grandi nazioni europee e americana.
L’arricchimento di tutte le nazioni civili a economia capitalista che si sta producendo, con le inevitabili battute d’arresto, dagli ultimi settant’anni, ha avuto inizio da una intuizione di John Maynard Keynes provocata dalle conseguenze della crisi economica del 1929. Si scoprì allora qualcosa che si sarebbe potuta capire anche cent’anni prima, cioè la grande importanza economica di un proletariato “consumatore”.
Il vecchio capitalismo, che pensava soltanto in termini di accumulazione e riproduzione della struttura industriale, non avrebbe potuto, ingigantendosi, fare altro che moltiplicare il numero e la miseria del proletariato, favorendone con ciò la spinta rivoluzionaria e l’ingresso al governo dello Stato. Vi fu, è vero, un aumento della ricchezza pubblica, che iniziò negli anni successivi la guerra franco-prussiana, ma esso si dovè alla espansione capitalista oltremare, non a modificazioni di comportamento nei rapporti fra capitalisti e operai.
Il basso potere d’acquisto e la gran mole di merci prodotte, alla fine necessariamente invendute, avrebbero portato lo Stato capitalista a una serie di crisi sempre più profonde, che si sarebbero risolte nel proprio definitivo collasso. Era questa la posizione di Rosa Luxemburg (L’accumulazione del capitale) la quale risolveva il ciclo storico del nuovo secolo con la distruzione “dallo interno” del capitalismo stesso.
Le conquiste sociali degli ultimi decenni del XX secolo hanno, in fondo, portato casualmente al benessere, ma non alla riduzione della concezione plebea della vita. Tuttavia non sarebbe il caso di predicare il passo indietro: il miglioramento, anche solo materiale, delle condizioni generali del vivere, può consentire di approntare i mezzi necessari a raggiungere quel risanamento dell’ humus morale del quale si è scritto: un progresso è, certamente, il superamento internazionale del protezionismo.
Tornando ai partiti politici, essi possono anche non giustificare una democrazia se non sanno adeguarsi alle regole naturali di convivenza. Ciò che si oppone al rispetto di queste regole è il fatto che quasi tutti i partiti attuali sono nati nell’epoca delle accennate guerre fra classi, e quindi riconducono la loro organizzazione interna e la loro prassi a quell’epoca, anche se lo negano ed apparentemente ne sembrano fuori.
Ora, qui non discuto le ideologie, e nemmeno le religioni : esse sono soltanto “presunti” sistemi di verità, costruiti però non a caso, ma per necessità storica e nella onesta finalità della utilità pubblica. In breve, il partito ideologico non conosce altra forma di lotta, o di polemica, che non abbia per fine la istituzione di un governo finalizzato a dar forma pratica a un programma coerente con le proprie conclusioni teoriche.
Purtroppo la lotta delle ideologie, soprattutto quella cruenta, può essere indotta per contagio organico proveniente dal gerarchismo. Mussolini, ad esempio, non sarebbe mai potuto diventare duce del fascismo se non fosse stato prima nominato direttore dell’”Avanti”.
 
Mi soffermo un momento a considerare il concetto di “Stato”, secondo il modello ideologico e secondo quello democratico (l’argomento sarà ripreso).
Secondo il modello ideologico (Hegel), lo Stato è lo spirito obiettivo, il razionale in sé e per sé, il quale, confondendosi con l’ideologia stessa, si identifica con il popolo intero, coinvolgendolo idealmente e materialmente.
Per l’ideologo, pertanto, il governo è di già lo Stato. Così fu nel migliore fascismo, nella migliore dittatura del proletariato, nel migliore ideologismo cattolico (naturalmente, non hegeliano), et coetera.
 
La decadenza del liberalismo si dovè al fatto che, all’interno di esso si affermò e prese forza un modello ideologico ateorico definibile nell’interesse di una sola parte sociale, che divenne poi preminente nella produzione della legge.
La concezione democratica, almeno quella liberale, presuppone invece lo Stato super partes. Della concezione giusnaturalista riferentesi al pactum unionis sarà scritto in seguito.
 
Negli ultimi decenni della nostra storia, le conseguenze economiche della crisi del ’29, la fine della seconda guerra mondiale, la caduta della “dittatura del proletariato”, lo invecchiamento delle ideologie laiche borghesi, il miglioramento tecnologico televisivo e informatico, la crisi della unità politica dei cattolici, la permissività consumistica, l’allungamento del limite medio della vita, per non dire la neo-urbanizzazione, la rivoluzione strutturale nelle campagne, le migrazioni, tutto ciò sta rendendo sempre più anacronistica la prassi ordinaria della vita dei partiti.
La cosiddetta “crisi delle ideologie”, se ha migliorato le società civili dell’Occidente liberandole da fanatismi e violenze, pure non ha saputo sostituire adeguatamente la parte utile delle medesime, quella delle persone in buona fede, oneste, costruttive, affidabili, disinteressate e capaci di sacrifici.
Le ideologie, come si sa, sono sempre sorte da società malate, come cure per le medesime : il loro fallimento è stato provocato dalla necessità della loro canonizzazione teorica e dalla conseguente gerarchizzazione che ha portato poi a confondere la vita, o l’interesse di qualche individuo, con l’ideologia stessa. In breve, tutte le ideologie hanno dovuto scoprire che il “potere” è di per sé una ideologia che le accomuna tutte e che, alla fine, pretende la contraddizione delle teorie.
Dovrebbe conseguirne, in pura linea teorica, che le società ideologizzate sono poco adatte a provocare il risanamento morale della società civile, e che le società positivamente pragmatiche sarebbero (sempre teoricamente) molto più adatte a ciò. Rispetto ai partiti politici la società civile sembra avere, in pratica, un rapporto di vero e proprio pactum subiectionis, il quale, lo abbiamo già visto, non è un rapporto che possa definirsi democratico.
Il partito, in breve, non è condizionante della democrazia, ma è soltanto un sistema (apparentemente ritenuto insuperabile), che consente ai cittadini – attraverso delega – di contribuire alla costruzione della legge. E’, tuttavia, anche una porta pericolosamente aperta sul controllo permanente dello Stato da parte di piccoli gruppi solo formalmente rappresentativi della volontà popolare. E’ giusto che i partiti politici siano gli unici ad avere le chiavi di questa porta ?
Lo è, solamente se tutti i cittadini, liberamente, lo consentono.
 
Riguardo, infine, al rapporto partito politico – Stato, per comprenderlo sarà necessario tornare alla discussione sulle ideologie.
In senso democratico, sia liberale che giusnaturalista, lo Stato è una istituzione fondata e accettata da un popolo, o da più popoli, allo scopo di dar corpo e potenza unitaria alla loro comune necessità di sopravvivenza e sicurezza. Se uno Stato è fondato forzatamente, ovvero al di là della ragione e della volontà comune dei popoli e delle nazioni che lo compongono, esso non è democratico, in quanto si regge su una evidente coercizione legale.
Se si ritorna sulle concezioni espresse nei primi due capitoli di questo scritto, si dovrà concludere che lo “Stato dei cittadini” si caratterizza per queste particolarità : essere super partes, possedere una morale super partes.
Chi dunque, nella politica democratica, giungesse alla carica di primo ministro e fosse in grado di formare un governo, avrebbe ancora sopra di sé uno Stato super partes e una morale pubblica coerente a questo valore. Ciò che, praticamente, significherebbe : pubblica amministrazione professionalmente apolitica e imparziale e situazione morale nazionale tale che il governo non potrebbe giammai forzare imponendo una morale propria.
Per questo motivo, le ideologie non possono essere assimilate completamente, né ai pragmatismi, né alle democrazie : esse, infatti, contengono già in sé stesse la propria forma morale ben definita e giustificata, sicché, quando giungono alla possibilità di formare un governo, esse sono di già Stato e morale : per l’ideologo convinto il cittadino imparziale è una persona da acculturare.
 
Questo testo riconosce quattro tipi principali di ideologie :
 
L’ideologia hegeliana, di destra e sinistra : per essa lo Stato si identifica con la morale e con l’ideologia stessa : tali furono gli Stati mussoliniano e hitleriano, nonché la dittatura del proletariato.
Vi è, ovviamente, differenza fra la destra e la sinistra hegeliana, poiché la destra è più coerente ad Hegel e si giustifica nella concezione gentiliana dello Stato che contiene in sé la libertà dei cittadini e che idealizza sé stesso e il popolo in una unica sintesi spirituale.
Per la vecchia destra il condottiero carismatico era la conseguenza logica di tale concezione.
 
 Per la vecchia sinistra, invece, lo Stato divino non era il punto d’arrivo, ma un mezzo che il trascorrere storico avrebbe dovuto cancellare in favore di una situazione di benessere collettivo anch’esso, tuttavia, giustificato da una morale ideologica ecumenica.
I recenti avvenimenti internazionali che hanno portato, sia gli hegeliani di destra che quelli di sinistra, a dichiararsi democratici e liberisti hanno aperto un contenzioso teorico che meriterebbe di esser trattato ampliamente, e che invece questo testo ignorerà, limitandosi a un breve commento sul liberalismo, che sarà fatto nel sesto capitolo (8).
 
Un secondo tipo di ideologia interessa il carattere religioso (qui non c’entra il credere in Dio, cosa che rientra, invece, nel campo dei diritti dell’uomo).
Quivi esiste una tradizione più conciliante, e si è già visto come il politico religioso possa governare pragmaticamente (con alleati laici), senza imporre l’etica della propria parte alla collettività civile.
Esiste però, nella educazione religiosa in genere, e lo è stato già rilevato, la tendenza alla incompatibilità caratteriale. E’ più facile, quindi, per l’ideologo religioso, la inclinazione alla disobbedienza civile, a non accettare principi etici legalizzati dalla volontà popolare. Questo problema si rivela importante in campo etico-sociale e bioetico (ad esempio, nell’etica del concepimento).
In questo campo la coerenza democratica vorrebbe che ogni cittadino la pensasse con la sua testa, ma che poi riconoscesse la forza dell’autorità popolare legalizzata, qualunque fosse la sua opinione sulla maturità della medesima. 
L’ideologo religioso segue, invece, una sua etica consequenziale, ed è difficile che poi si adatti sinceramente a risultati diversi da quelli in cui lui è convinto, anche se ciò interferisce con la volontà e le convinzioni altrui. Casi di disobbedienza civile pregiudiziale si rilevano spesso negli ospedali, fra le reclute militari, etc.
Anche l’ateismo è una ideologia di carattere religioso : infatti l’ateo è “sicuro”.
In realtà, Dio è l’ineffabile : temere o pretendere che il pensiero di lui si tolga dal mondo è ridicolo. Egli ha creato leggi naturali contraddittorie (almeno per quanto riguarda la vita umana) ma ha poi messo la morte ad equilibrarle.
 
Un terzo tipo di ideologia è “l’ideologia del me”, ovvero l’ideologia dell’utile personale, o del gruppo.
Helvetius rammentò che, nella lotta fra i ricchi e i poveri, i primi sono avvantaggiati dal fatto di possedere una ideologia comune, non codificata (sono queste le ideologie più forti), facilissima da apprendere e conservare in quanto coincidente con l’interesse di ogni singolo ricco. I poveri, invece, sono costretti a costruire programmi d’azione spesso discordi, ed a seguire capi diversi, sovente in contrasto fra loro.
La “ideologia del me”, storicamente, distrusse i valori della rivoluzione francese già al tempo di Robespierre (che abolì di fatto l’indipendenza della magistratura mediante l’azione dei tribunali popolari da lui controllati) (9) ; distrusse, in seguito, i postulati morali della rivoluzione liberale.
Teorico inconsapevole della “ideologia del me” fu il Machiavelli.
Questa ideologia ha la prerogativa di camuffarsi da pragmatismo, sicchè funziona, per chi conosca un poco il computer, come un “virus cavallo di Troia” delle democrazie : la più pericolosa in assoluto in quanto si impossessa anche delle altre ideologie e le fagocita.
La si riconosce in quanto, una volta arrivata al governo, essa non ammetterà più né lo Stato, né la morale super partes e tenderà a trattare il corpo sociale come un suo proprio possesso : potrà conservare una democrazia formale includente il suffragio universale, se troverà i mezzi tecnici atti ad amministrarlo secondo il proprio interesse.
Questo tipo di ideologia può vestire qualunque abito, e quand’è violenta mette in pericolo e divora, primi fra tutti, i suoi stessi aderenti.
 
L’ultimo tipo di ideologia qui contemplato è l’ideologia dinastica, che non dev’essere confusa con un ramo particolare della “ideologia del me”, poiché una cosa è una Casa regnante moderna, altra cosa è un potentato medioevale o un principe rinascimentale.
Il Re di una nazione democratica, con le dovute differenze di ordine dinastico e, naturalmente, di ordine legale, ha, grosso modo, le stesse giustificazioni che l’articolo 87 della Costituzione italiana dà al Presidente della Repubblica, soprattutto per ciò che riguarda la rappresentatività dell’unità nazionale (o di un Commonwealth, o di una unione di etnie diverse, come nel Belgio).
Normalmente le dinastie tendono a non troppo pubblicizzare, né a far pesare le proprie singole ideologie e si danno, non so quanto volutamente, veste frivola.
In Italia, alla restaurazione monarchica, nel secondo dopoguerra, nocque la condizione di Stato vinto (ed ex nemico), cosa che, a parte la particolare situazione sociale nazionale, non fece vedere agli occhi dei pochi cittadini allora non ideologizzati (ma che contavano ; ad esempio il Croce, o lo stesso De Gasperi) la Casa Reale una garanzia per uno Stato e una morale super partes. Parve inoltre, al popolo, che si volesse restaurare una Casa monarchica ad hoc, per gli interessi delle potenze vincitrici e di particolari classi sociali.
In tutti i modi se, secondo la logica democratica, Re costituzionalisti e Presidenti della Repubblica sono i rappresentanti umani della unità popolare, e quindi anche i garanti della moralità politica, allora una dinastia onesta dovrebb’essere preferibile a una istituzione presidenziale, proprio in quanto non ha bisogno d’esser votata. Per contro, però, un Presidente può essere preferito proprio in quanto non porta seco una ideologia dinastica, ovvero, è assai meno probabile che, in caso di grave emergenza, anteponga sé stesso, o l’interesse della propria famiglia, al Paese. Un pericolo potenziale costituisce, comunque, l’alternanza dei presidenti. 
Nemmeno l’aderenza della istituzione monarchica a una forma di ideologia è facile da definire. 
Ideologica dovrebb’essere la monarchia assolutista, che tiene per sé morale e gerarchie. Semi-ideologica la costituzionale, che condivide morale e gerarchie. 
 
In breve,secondo logica, la costante “Monarchia – Repubblica” eternamente incompatibili, prodotto ideologico insuperabile nella monarchia di spada e nell’assolutismo, nella coerenza giusnaturalistica verso il pactum unionis, dovrebbe non esistere, in quanto monarchia o repubblica “eterne” sono già, di per sé, un subiectionis.
Per il giusnaturalismo moderno, Re e Presidenti devono essere “funzionari”, in quanto il corpo sociale deve attribuir loro una funzione equilibratrice e normatrice ben precisata e chiara.
Super partes” perciò, non il Re o il Presidente, ma la morale, la vita libera e sana della società civile per la quale Re e Presidenti sono già popolo.
Il prossimo capitolo di questo libro sarà dedicato, pertanto, al corpo sociale ed ai valori che lo giustificano.

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