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Kotile attico a figure nere.

Scena di palestra, VI sec, a,C.

Questi erano gli argomenti che Filolao trattava nella sua Scuola di Tebe, sebbene sia molto probabile che i suoi libri siano stati preparati in Italia (100). Ma, come è già stato detto, per la maggior parte dei filosofi presocratici, la scienza era speculazione completa intorno alla verità. Non si poteva perciò disgiungere l’argomento scientifico da quello etico. Anzi, la speculazione del piano fisico non aveva altro scopo che la ricerca del giusto modo di interpretare la vita, nè era consentito, per tali scopi, limitarsi all’ astrazione.
Già il poeta Archiloco aveva detto che "gli uomini hanno tali pensieri qual’ è il giorno che Zeus adduce. (101), intendendo che la nostra conoscenza possiede caratteri e preferenze  intimamente legati alla nostra natura umana. 

In Filolao si trova lo stesso modo di penetrare; in un frammento di Sesto (102) è detto:

"diceva Filolao che. essendo la ragione rivolta alla contemplazione della natura e dell’universo, ha con essa una certa affinità, secondo il principio che il simile è compreso dal simile"

Per il pensiero pitagorico, universo, natura vivente, e l’uomo stesso che li indaga  appartengono a un tutto che diventa sacro quando è definito attraverso il simbolo della decade, figura simbolica che esprime la misurabilità  della emanazione  di Dio della quale tutte le cose, ed anche noi stessi come genere umano, facciamo parte.

La decade è definita, nell’alfabeto ionico  dalla serie delle prime dieci lettere.

Esempio  1=eis;  2=duo;  3=treis;  4=téssares;  5=pente ;  6=chz ;  7 =éptà ;  8=octò ;  9=ennéa;  10=déka;

Tali numeri erano espressi con valori  alfabetici minuscoli che ora io non mi ritrovo tutti nel computer, ma che gli studenti del classico conoscono benissimo a memoria. Con essi si può contare l’intero universo, anche se i valori 20, 30, 40…fino ai multipli di mille, sono espressi con altre lettere.

Ma l’11 è già 10+1; il 20 corrisponde a 10×2; e così via.

Altrettanto può dirsi per la numerazione romana:

I., II., III., IV., V., VI., VII., VIII., IX., X.

mentre il 50, il 100, il 1000, pure con altri simboli, possono essere costruiti con i numeri precedenti.

Il giuramento sulla Tetraktis, sacro ai pitagorici, era simbolizzato dalla somma: 1+2+3+4 = 10  espressione di potenza, verità e totalità.

Al tempo dei primissimi pitagorici doveva essere usata la numerazione attica, e si lavorava molto con i punti. Ed è proprio nell’auge di Filolao che viene introdotto il numero, così com’è conosciuto adesso, con grande entusiasmo per la scoperta.

Un passo di Stobeo (103) è introdotto in questo modo:

 

"Di Filolao: L’essenza e le opere del numero devono essere giudicate in rapporto alla potenza insita nella decade; grande infatti è la potenza del numero, e tutto opera e compie, principio e guida della vita divina e celeste e di quella umana. Senza essa (la decade) tutto sarebbe interminato, incerto, oscuro.

Conoscitiva è la natura del numero, e direttrice e maestra per ognuno in ogni cosa che gli sia dubbia o sconosciuta. Perciò, nessuna delle cose sarebbe chiara ad alcuno, ne’ per sè stessa, ne’ in rapporto ad altre, se non ci fosse il numero e la sua essenza.

Ora questo, armonizzando tutte le cose con la sensazione nell’interno dell’anima, le rende conoscibili, e tra loro commensurabili…

Ne’ solo nei fatti demoniaci e divini tu puoi vedere la natura del numero e la sua potenza, ma anche in tutte, e sempre, le opere e parole umane, sia che riguardino le attività tecniche in generale, sia propriamente la musica.

Nessuna menzogna accoglie in sè la natura del numero, ne’ l’armonia; il falso nulla ha in comune con esse.

Menzogna e inadeguatezza sono proprie dell’interminato, dell’inintelligibile, dell’irrazionale. Giammai menzogna spira verso il numero, mentre la verità gli è propria e connaturata.

 

Questa è la prima forma di teologia che valorizza la  conoscenza delle verità fisiche  e le unifica a quelle sulla natura divina.

Nel senso in cui Filolao intendeva il numero, esso ci appare sia come la rappresentazione delle singole unità costituenti il tutto, sia come la misura delle nostre capacità di conoscenza, poichè è attraverso il numero (la misurazione, l’esperimento), che noi siamo in grado di conoscere e valutare tutte le cose. Ed è solo in quanto esistono le entità misurabili che noi possiamo avere pensieri attribuibili al nostro genere.

Inteso in questo senso il numero altro non è che il materiale che consente alla mente di funzionare e a noi di esistere come uomini allo interno della emanazione di Dio, della quale noi stessi facciamo parte insieme al tutto.

Questo è ciò che Filolao e i pitagorici antichi definivano logo mathematico, nel quale non è sentito ciò che usualmente vien definito il contrasto dello spirito con la materia.

Al contrario, per esso, tutto è unificato.

Si comprende quindi che la vita dev’essere intesa come aspirazione all’armonia, non più come contrasto di forze, poichè è chiaro che, una volta simboleggiato il tutto (o la decade, o il dieci, o l’ Uno in senso parmenideo), nessun odio può venir concepito verso una parte di esso.

Per questo motivo, nella morale pitagorica, la parte, o il cosiddetto limitato, è concepito in senso negativo come male per sè. o causa del male.

 

In termini moderni, la decade è rappresentata dalle dieci unità arabe: 0. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, mediante le quali può comporsi qualsiasi  cifra.

A differenza della decade antica, ove il 10 costituisce un numero come agli altri, ora il 10 sta fuori della decade, ma la rappresenta ugualmente e completamente in quanto  l’uno è l’unica cifra che, sommata continuamente a sè stessa, può rappresentare tutte le altre. mentre lo zero può rappresentarne il contenitore.

La notizia che ci dà Giamblico (104)  del ritorno di Filolao in territorio tarantino e sulla sua dimora in Eraclea, sebbene non possa considerarsi una vera e propria prova storica, a me, tutto considerato, sembra attendibile. Diels, del resto, ci crede, e il testo dello Zeller – Mondolfo la giudica probabile. In fondo, Filolao era tarantino, e le notizie che dalla città provenivano dovevano essere buone; persecuzioni di pitagorici, che forse all’epoca dell’incendio di Crotone si erano temute, non ce n’ erano state, ed anzi, in Taranto il pitagorismo era sempre stato favorito. Per di più Eraclea, colonia fondata da pochissimi anni, poteva avere motivi di attrarlo. La democrazia tarantina era certamente più vivibile di quella greca, che aveva imboccato la via della decadenza, Il desiderio di rivedere la patria, intesa almeno come territorio italico, doveva essere forte.

Così, Filolao tornò nella sua terra, forse intorno al 420 a.C., nel tempo della pace di Nicia. La propria permanenza in Tebe era durata una ventina d’anni.

L’importanza della scuola di Eraclea non fu minore di quella di Tebe; fra i tarantini che Filolao poté istruire furono Eurito ed Archita.

Intorno a quest’ultimo, è più probabile abbia frequentato una scuola pitagorica in patria, piuttosto che a Crotone, ove una fonte lo avrebbe voluto scampato all’incendio.

Fra Archita e Filolao vi sono in comune molte affinità: una è l’uso del dialetto dorico, cosa che non è priva di importanza, se si pensa che Crotone era colonia Achea, e che i filosofi dori della madrepatria scrivevano allora tutti in ellenico.  Quindi la comune idea della decade (Archita aveva scritto un libro su tale argomento); la cultura di Archita, per molti punti, e soprattutto per ciò che riguarda l’acustica e la matematica, non sembra altro che la continuazione di quella filolaica (105).

Completati i suoi studi Archita si recò a Reggio, luogo di raccolta di pitagorici verso i quali doveva sentirsi attratto.

Al ritorno da quella città fu in grado di occuparsi di affari pubblici e di scienza, e di amalgamare così bene queste sue qualità da diventare l’uomo di governo più illuminato della Taranto antica, ed il più illustre, forse, di tutta la Magna Grecia.

Ci piace immaginare felici gli ultimi anni di Filolao. Apprezzato e rispettato più che in Tebe, ov’ era un emigrato, con discepoli che lo amavano, egli passava il suo tempo nello studio e nella compilazione dei suoi libri Sulla Natura, e Le Baccanti (106). La vita di Filolao probabilmente ebbe termine fra il 410 e il 390 a.C. dopo una esistenza durata fra i 65 e i 90 anni.

Intorno al luogo della sua morte, nessuno ce ne dà notizia, e la cosa non desta meraviglia, considerata la pessima conservazione delle memorie di Magna Grecia nel quinto secolo. Ne’ il suo trapasso avrebbe potuto suscitare rumore. Morì un insegnante, un professore, un uomo assai semplice che, tuttavia, a distanza di venticinque secoli ha ancora qualcosa da dirci.

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