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LEONIDA  DA  TARANTO
 
 

 
 c o m m e m o r a z i o n i
 
(38)  VII,  19.
 
Qui giace Alcmano,
sublime cantore d’Imeneo,
ben gradito alle Muse.
Di lui si onora Sparta
che lo liberò da schiavo. (25)
Ma dalla servitù della vita
se ne uscì da sè stesso,
gettando il fardello che ve lo tratteneva.
Così Alcmano se n’entrò nell’Ade.
 
 
(39)  VII,  35.
 
Caro ai propri concittadini
quanto gradito agli stranieri
fu Pindaro, servitore delle Muse
dalla bella voce.
 
 
(40)  VII,  422.  (26)
 
Sulla tomba di Peisistrato
appare, chiaramente scolpito,
un colpo d’aliossi di Chio.
Chi mai di noi rivelerà l’enigma?
Poichè, che tu fossi di Chio è probabile,
ma forse non eri buon giocatore
nè procurarti sapevi,
mio caro, i grossi punti.
Ormai, tutto è lontano dal calcolo
e tu sei morto durante le libagioni
di puro vino di Chio.
Così ritengo,
e questa volta l’abbiamo azzeccata.
 
 
(41)  VII,  440.
 
Di quale morto, tumulo,
nella tua notte celi le ossa!
Quale ingegno, o terra, hai ingoiato!
L’amato dalle bionde Cariti,
un grande oggetto per le memorie:
Aristocràte.
Sapeva Aristocràte tenere al popolo
piacevoli discorsi, senza attirarsi,
lui nobile, sorrisi di tolleranza.
Sapeva inoltre, nelle libagioni di Bacco,
dirigere senza contesa le ciarle
che tengono sospese le coppe.
Sapea l’arte di accogliere,
sia gli stranieri che i suoi compatrioti.
 
 
(42)  VII,  448.
 
Ecco la tomba di Pratalìda di Licasto,
primo nell’arte di amare,
primo nella battaglia,
primo nella caccia con reti,
primo nei cori e nella danza.
Dio sotterraneo, come hai potuto
mettere questo cretese
accanto agli altri cretesi?
 
 
(43)  VII,  449.
 
A Pratalìda Eros aveva donato
l’amore di bei fanciulli,
Artemide la caccia,
le Muse i cori,
Ares la battaglia.
Come non ebbe ad essere beato
li licastèo, lui ch’era
primo in amore,
primo nel canto,
primo nella zagaglia, (27)
primo nello schidione? (28).
 
 
(44)  VII,  661.
 
Qui è il monumento d’Eustèneo,
fisiognomonista, il filosofo ch’era capace
di cogliere, accanto all’occhio,
il pensiero stesso.
Egli è stato sepolto, come a lui si addiceva,
dai suoi compagni.
Lui, straniero in terra straniera
e grande amico dell’autore
di questi stessi versi.
Benché povero, ebbe tutti gli onori
che gli erano dovuti: lui, il filosofo,
trovò gente che si occupò di lui.
 
 
(45)  VII,  663.
 
Il piccolo Medeo ha innalzato,
alla sua balia tracia,
il monumento posto ai margini della strada,
e sovra esso ne ha inciso il nome:
Cleita.
Questa donna avrà il suo rimerito
per avere nutrito il fanciullo.
Il quale modo?
Lei rende ancora servigi dopo la morte! (29)
 
 
(46)  VII,  664.
 
Soffermati e contempla
l’antico poeta dei giambi, Archiloco,
del quale gloria immensa è diffusa
nei paesi della notte e in quelli dell’aurora.
Sì, veramente le muse ed Apollo Delio
lo ebbero caro, poiché egli era armonioso,
abile a comporre versi
ed a cantarli al suono della lira.
 
 
(47)  VII,  719.
 
Questa è la tomba di Tèllene.
Sotto le mie zolle sta il vecchio
che fu il primo a fare
delle canzoni per ridere.
 
 
(48)  VII,  740.
 
Sono la pietra che copre Crètone
e ne rivela il nome.
Ma Crètone, presso gli dèi infernali
non è che cenere.
Egli che un tempo era paragonato
a Gige stesso, per la sua ricchezza,
lui possessore di armenti numerosi
e greggi e greggi di capre,
lui che una volta…
ma perchè dire oltre?
Colui che tutti giudicavano felice,
ohimè! Ecco di quelle terre
quale parte gli resta.
 

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