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LEONIDA  DA  TARANTO
 
 
epigrammi  funerari
 
tradotti da Rigo Camerano
 
Vedi commento in "Pitagorismo ed Epicureismo a Taranto – Parte 2^ – Epicureismo.
 

 
b o z z e t t i  (1)
 
(1)  VII,  13.
 
Erinna.
Mentre coglieva i fiori delle Muse,
quale vergine ape
la rapì Ade.
In uno dei suoi canti più nuovi
aveva scritto la savia fanciulla:
– Tu sei geloso, Ade!
 
 
(2)  VII,  67.
 
Oscuro servitore dell'Ade
che attraversi l'acqua dell'Acheronte
nella tua barca tenebrosa
strabocchevole di defunti,
raccoglimi: sono Diogene il cinico,
porto con me una fiasca,
una bisaccia, questo vecchio mantello,
e ho solo l'obolo per pagare il passaggio.
Tutto quello che possedetti in vita
l'ho qui (1), e nulla lascio sotto il sole.
 
 
(3)  VII,  173.  (2)
 
Da sole, alla sera
le vacche coperte di neve abbondante
sono discese dal monte alla stalla.
Ai piedi d'una quercia, ohimè,
Terìmaco dorme il sonno eterno:
è il fuoco del cielo che ve lo ha immerso.
 
 
(4)  VII,  190.  (3)
 
Alla locusta, usignolo dei campi,
alla cicala, ospite dei faggi,
Miro eresse una tomba comune;
versò la giovinetta
le sue lacrime virginali.
Gli è che lo spietato Ade
se ne andò
portandosi il duplice oggetto dei suoi giochi.
 
 
(5)  VII,  198.
 
Se pure ha modesto aspetto
e si trova a fior di terra
la pietra che giace sopra la nostra tomba,
bisogna, passante,
rendere omaggio a Filenìde che la eresse.
Poiché la sua locusta canterina
che un tempo viveva nelle macchie,
ospite delle stoppie,
per due anni Filenìde l'amò
ed antepose il suo frinire al proprio sonno.
Né alla sua morte la trascurò,
poiché innalzò sopra di lei e i suoi canti
il piccolo monumento.
 
 
(6)  VII,  264.
 
Soffi sul mare, per il tuo viaggio,
un vento favorevole. (4)
Quegli che il vento, come me
spinge verso le porte dell'Ade,
che non accusi l'inospite mare,
ma la sua audacia.
Poichè ha slegato le proprie gomene
dalla mia tomba. (5)
 
 
(7)  VII,  266.
 
Sono la tomba del naufrago Dioclèo;
quelli che prendono il largo,
oh! Quale audacia!
E' da me ch'essi slegano le gomene.
 
 
(8)  VII,  273.
 
Furono Euro (6)
e l'aspra, violenta tempesta,
e la notte;
furono gli oscuri marosi che,
al calare d'Orione (7) mi fecero perire.
Sono precipitato nella morte
io, Càllisco,
mentre correvo il mare di Libia.
Così, percosso dai flutti,
preda dei pesci, sono perito.
E questa pietra mente.
 
 
(9)  VII,  283.
 
Mare tempestoso,
perchè dopo avermi fatto soffrire
mali crudeli, non m'hai gettato
ben lungi dalla tua spiaggia nuda
di modo ch'io, Fillèo,
figlio d'Anfimène,
vestito delle funeste tenebre dell'Ade
non rimanessi vicino ai tuoi flutti?
 
 
(10)  VII,  295.
 
Il vecchissimo Teris
che viveva delle sue nasse
e si tuffava più lesto d'un gabbiano,
che scovava, con le sue reti,
i pesci sin nei loro più remoti rifugi,
che possedeva una barca male equipaggiata,
perì.
Non fu, comunque, Arturo (8) a farlo morire,
non fu una tempesta a metter fine
alla sua lunga vita.
Egli si estinse nella propria capanna di canne
come una lampada si spegne poco a poco
da sola.
La sua tomba non la innalzarono i figli,
nè la sua sposa,
bensì la confraternita dei pescatori
suoi compagni di lavoro.
 
 
(11)  VII,  452.
 
Alla memoria del savio Eubùlo,
amico che passi, beviamo:
l'Ade è un porto comune a tutti.
 
 
(12)  VII,  455.
 
Qui giace la vecchia Maronìde
la beona che metteva a secco le botti;
sulla sua tomba, visibilissima,
appare una coppa attica.
Ora ella geme sotterra,
non sui suoi figli,
non sul marito,
che pure ha lasciato poveri;
ma d'una sola cosa si lagna:
che la coppa sia vuota.
 

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