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Rigo Camerano
Note a Epicuro

 

EPICUREISMO: Note

(1) In questo testo si accetta la teoria cronologica del Droysen J.G. (Geschichte des hellenismus Hamburg 1836-43, 2. Ed. Gotha 1877) introduttore del termine Ellenismo. Secondo l’Autore il periodo prosegue dalla morte di Alessandro il Grande (323 a.C.) sino alla battaglia di Azio (31 a.C.) dopo la quale l’ascendenza politica degli Stati orientali fu definitivamente sostituita da quella di Roma. 
Il senso dei termini Ellenizein (parlare il linguaggio dei greci) e Ellenismòs (imitazione dei greci) (Secondo libro dei Maccabei IV, 12-13; Atti degli apostoli VI, 1; IX, 29) usati per significare la cultura greca antica in tutte le sue fasi e senza limitazioni di tempo e spazio, giustificano l’uso più elastico che ne hanno fatto altri autori, che non si sono posti limitazioni cronologiche ed hanno fatto giungere il periodo sino a oltre la caduta dell’impero romano.
Sul problema dell’ellenismo in Taranto, si legga la relazione di I. Moretti negli Atti del X Convegno di Studi sulla Magna Grecia: Problemi di storia tarantina 3. Taranto dall’età ellenistica alla romanizzazione. Taranto, 4-11 ott. 1970.
(2) L’affermazione della elevazione culturale degli Stati ellenistici non ha bisogno di giustificazioni. Si potranno, tuttavia, ricordare, le fondazioni del Museo e della Biblioteca di Alessandria, avvenute in quest’epoca, e lo sviluppo delle scienze sperimentali e matematiche delle quali principali rappresentanti sono Eratostene di Cirene, calcolatore delle dimensioni della Terra, del Sole e della Luna, con le relative distanze; Aristarco di Samo, che migliorò l’antico sistema planetario filolaico e pose il Sole al centro; Euclide, padre della geometria elementare; Apollonio di Parga, fondatore della trigonometria e del calcolo infinitesimale; Archimede di Siracusa; Teofrasto, continuatore degli studi di botanica e zoologia iniziati da Aristotele; lo stesso Aristosseno, il tarantino scienziato e umanista; Erofilo di Calcedonia ed Erasistrato di Ceo, fisiologi e anatomisti; per non parlare che di pochi, e senza citare la folta messe di artisti e filosofi universalmente noti. Una descrizione, anche sommaria, della cultura ellenistica, richiederebbe, evidentemente, un volume a parte.
(3) Ciaceri E., Storia della Magna Grecia, vol. III. Soc. Ed. Dante Alighieri. Milano, Genova, Roma, Napoli, 1932, p. 24.  Livio, in IX, 13.
(4) Olivieri A. Frammenti della commedia greca e del mimo nella Sicilia e nella Magna Grecia. II. Frammenti della commedia fliacica. 2. Ed. 1947. Collana di studi greci diretta da Vittorio De Falco. Libreria Scientifica Editrice, Napoli.
Drago C. Il popolo di Taranto ed il teatro fliacico. Lecce, tipografia “La Modernissima”, 1936. Id. Vasi fliacici nel museo di Taranto. Estratto da “Japigia” organo della R. Deputazione di Storia Patria per le Puglie. N.S., VII, 1936, fasc. IV. Bari, Grand’Uff. A. Cressati, 1936. Si legga inoltre, a cura del Museo Nazionale di Taranto: Letteratura e arte figurativa nella Magna Grecia. Arti Grafiche Nunzio Schena, Fasano, X, 1966.
(5) Della poetessa Nosside: (Anth. Pal. VI, 414) 

 

ACCANTO ALLA TOMBA DI RINTONE 
Passami accanto con un sorriso dimesso
e rivolgimi una parola amica:
Sono Rintone di Siracusa,
piccolo usignolo delle Muse.
La mia edera colsi dalle tragiche parodie.
                                                    (trad. pers.)
 
(6) Tito Livio XVII, 16; Plutarco, Fab. 22; Eutropio, III, 16; Orosio, IV 18, 5 cf. Floro I, 13, 27.
(7) Plinio, Nat. Hist., XXXIV, 40.
(8) Si veda: Agatino D’Arrigo, Ricerche di storia della tecnica nell’Italia antica. I. L’interferosupporto oscillante dello Zeus di Lisippo nell’agorà di Taranto. (IV sec. A.C.). Roma, Ministero della Difesa, Marina, 1952.
(9) Da Archita… si veda la prima parte di quest’opera.
(10) Agatino D’Arrigo, op. cit. alla nota 8.
(11) De Alexio Isacii Angeli fratre, Lib. III. Bekker, 687, 21 ap. Dorig Josè: Lysippos Letztes Werk. Basilea, Manoscritto.
(12) Così Ateneo, in Diogene Laertio, Vita Epicurei cum testamento, 7, 1. E in Gnomologium Vaticanum Epicureum, 25. Dall’epistola a Meneceo, 128 sgg.:
Una giusta conoscenza (dei desideri) sa riferire ogni atto di scelta e di rifiuto alla salute del corpo e alla tranquillità dell’anima, poiché questo è il termine entro cui la vita è beata. E’ allora, infatti, che abbiamo bisogno del piacere, quando soffriamo perché esso non c’è; quando non soffriamo non abbiamo bisogno del piacere. E per questo noi diciamo che il piacere è principio e termine estremo di vita felice. Esso, noi sappiamo, è il bene primo a noi connaturato, e da esso prendiamo inizio per ogni atto di scelta e di rifiuto, e ad esso ci rifacciamo giudicando ogni bene in base alle affezioni assunte come norma. E poiché questo è il bene primo e connaturato, perciò non tutti i piaceri noi eleggiamo, ma può darsi anche che molti ne tralasciamo, quando ad essi segue incomodo maggiore; e molti dolori consideriamo preferibili ai piaceri, quando piacere maggiore ne consegua per aver sopportato a lungo i dolori.
Tutti i piaceri, dunque, per loro natura a noi congeniti, sono bene, ma non tutti sono da eleggersi; così come tutti i dolori sono male, ma non tutti sono tali da doversi fuggire.
In base al calcolo ed alla considerazione degli utili e dei danni bisogna giudicare tutte queste cose. Talora infatti esperimentiamo che il bene è per noi un male, e di converso il male è un bene.
Ratae sententiae III: Il limite di grandezza dei piaceri è la detrazione di ogni dolore.
R.S. XV: La ricchezza secondo natura ha dei limiti ben precisi e beni facilmente procacciabili, ma quella secondo le vane opinioni non ha alcun limite.
Gnomologium Vaticanum Epicureum 21: Non bisogna far violenza alla natura, ma persuaderla, e la persuaderemo soddisfacendo i desideri necessari; quelli naturali se non recano danno, respingendo aspramente quelli dannosi.
Epistularum fragmenta: Johann. Stob. III, XVII, 13 H (51 Arr.): Trabocca il mio corpo di dolcezza vivendo di pane e acqua, e rinuncio ai piaceri del lusso, non per sè stessi, ma per gli incomodi che li seguono.
Ep. Fragm. Porph. Ad Marc. 29, 293, 8 N (117) Arr.: Meglio per te, impavido, giacere su umile giaciglio, che in preda a turbamento possedere aureo letto e sontuosa mensa.
Tutte le traduzioni sono di Graziano Arrighetti, in Epicuro, Opere. Einaudi Editore, 1960.
(13) Philod. Pragmateia (73 Arr.).
(14) Questo concetto è contenuto particolarmente nella Epistola a Pitocle, in D.L. da 97, 6 sgg., nell’argomento che riguarda il metodo delle possibili spiegazioni nella indagine della natura.
Dall’Epistola a Meneceo, in D.L. 123, 7.:
Gli dèi esistono: evidente è, infatti, la loro conoscenza; non esistono, piuttosto, nella maniera in cui li considerano i più, perché così come li reputano vengono a toglier loro ogni fondamento di esistenza. Empio, pertanto, non è colui che gli dèi del volgo rinnega, ma chi le opinioni del volgo attribuisce agli dèi, poiché non sono prenozioni, ma fallaci presunzioni i giudizi del volgo a proposito degli dèi.
Traduzione di Graziano Arrighetti, op. cit. alla nota 12. Si legga, su questo tema, il commento dello stesso traduttore, a pag. 489.
Dall’opera Sugli dèi, di Epicuro, in Deperditorum librorum reliquiae (16 Arr.): Per Epicuro, nell’opera “Sugli dèi”: L’essere che non ha, per natura, una costituzione caduca è sinonimo della natura divina, e l’essere che non è di natura che sia soggetta al dolore, ed appartiene alla specie divina, è tale da non provocare in noi alcun turbamento, essendo puro da ogni cosa che è ostica e estranea, e che non è impedito da alcunché nel compiere tutte queste cose lo dice nell’opera Sugli dèi.
Nell’opera Sugli dèi dice, senza lasciare adito a dubbi, che l’essere che possiede una natura perfetta deve essere tutto percettibile con l’intelletto e non essere concepito affatto come sensibile.
Questi concetti avvicinano la filosofia di Epicuro alle costruzioni pitagoriche sull’anima-armonia.
Dal Dep. Libr. Rel. (25 Arr.): E nel 12° libro dell’opera “Sulla natura” dice che i primi uomini si formarono concetti di nature immortali; sono infatti coloro ai quali ci si rivolge nelle preghiere, del tutto degni dell’immortalità che vien pensata come loro propria, e della più assoluta beatitudine. Ma non si seguita a mantenere tale l’essere che si è posto come beato in tutto e per tutto e assolutamente immune da dissoluzione.
Traduzioni di Graziano Arrighetti, nell’opera citata alla nota 12.
(15)   Il metodo scientifico (o comunque razionalistico) nella investigazione della natura aveva, per Epicuro, un significato morale profondo che si rivelava, appunto, nella liberazione dell’ essere umano dalle paure del mito. Epicuro tratta questo argomento nella Epistola a Erodoto (D.L., 76, 8 sgg.).
Per quanto riguarda i moti e le rivoluzioni, e il sorgere e il tramontare, e gli altri fenomeni congeneri dei corpi celesti, non bisogna credere che ci sia essere che a ciò è preposto e dia, o abbia dato, ordine ad essi, e nello stesso tempo goda della più completa beatitudine e dell’immortalità, poiché occupazioni e preoccupazioni e ire, e benevolenze, sono inconciliabili con la beatitudine: sono cose che provengono da debolezza e timore, e bisogno degli altri, né, essendo un po’ di fuoco conglobato, dotati di beatitudine assumano questi moti per spontaneo atto di volontà…
78. Bisogna ritenere inoltre che è compito della scienza della natura indagare la causa dei fenomeni fondamentali, e che la felicità riguardante la conoscenza dei fenomeni celesti consiste in questo, e nel sapere quali sono le nature dei fenomeni che si contemplano nei cieli, e quanto tutto questo è congenere per il raggiungimento della perfetta conoscenza…
81. Oltre a tutto ciò, bisogna credere questo, che il più grave perturbamento sorge nelle anime degli uomini, nel credere che le medesime nature possono essere beate e immortali e avere volontà, e azioni, e cause contrarie a tali loro attributi e, o nell’attendere o nel temere, prestando fede ai miti, qualche male esterno, o nel paventare quella mancanza di sensibilità che è nella morte, come se fosse per noi un male, e nel dover sopportare tutto ciò, non in seguito a proprie opinioni, ma per una specie di irragionevole insania: per cui, non sapendo ben determinare che cosa si deve temere, sono soggetti allo stesso, od anche a maggiore perturbamento che se avessero delle loro decise opinioni nei riguardi di ciò. L’imperturbabilità, poi, proviene dalla completa liberazione da tutto ciò.
Dalle Ratae sententiae:
XI. Se non ci turbasse la paura delle cose celesti e della morte, nel timore che esse abbiano qualche importanza per noi, e l’ignoranza dei limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura.
XII. Così, non era possibile, senza lo studio della natura, avere pure gioie.
XIII.  A niente giova il procacciarsi sicurezza degli uomini finchè rimanevano i sospetti e le paure delle cose del Cielo e dell’Ade, e di tutto ciò che avviene nell’universo.
Tutte le traduzioni di questa nota appartengono a Graziano Arrighetti, op. cit. alla nota 12.
La diffusa diffidenza verso Epicuro è stata spesso causata dalla falsa credenza che uno studio della natura secondo verità dovesse forzatamente escludere il concetto di Dio. Per tale motivo Epicuro viene spesso definito ateo, nonostante l’opinione di Diogene Laertio che testimonia il contrario.
Dal confronto fra la filosofia epicurea e le dottrine pitagoriche dei secoli precedenti, appare molto più chiara la posizione di Epicuro di fronte a questo problema. Come usava scrivere Nietzsche, perseguendo consimili scopi d’indagine: Tutto era, ed è, rovesciato.
(16) Su questo argomento, Epicuro è molto chiaro. Nella Epistola a Erodoto afferma la validità della esperienza sensoriale. D.L. 38, 4 sgg.
Prima di tutto, nulla nasce dal nulla, perché qualsiasi cosa nascerebbe da qualsiasi cosa, senza bisogno di semi generatori; e se ciò che scompare avesse fine nel nulla, tutto sarebbe già distrutto, non esistendo più ciò in cui si è dissolto. Inoltre, il tutto sempre fu com’è ora, e sempre sarà, poiché nulla esiste in cui possa tramutarsi, né oltre il tutto vi è nulla che, penetrandovi, possa produrre mutazione.
E in 50, 8: L’inganno e l’errore è sempre in quel che nel giudizio aggiungiamo a ciò che attende di essere confermato o di non avere attestazione contraria…se invece vien confermato, o non riceve attestazione contraria, è la verità.
Tale concetto è espresso anche nella epistola a Pitocle: Non bisogna indagare la scienza della natura secondo vacui assiomi e legiferazioni, ma come richiedono i fenomeni. Perché la nostra vita non ha bisogno di irragionevolezza e di vuote opinioni, ma di trascorrere tranquilla. E si ottiene la massima serenità riguardo a tutti i problemi che vengono risolti secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo con i fenomeni, quando si ammetta in proposito, come è conveniente, il verosimile.
Ma quando qualcosa si ammette a priori, qualcos’altro invece si rifiuta, pure essendo in accordo coi fenomeni, è chiaro allora che si abbandona qualsiasi genere di scienza della natura, per cadere nella mitologia.
Traduzioni di graziano Arrighetti nell’op. cit. alla nota 12.
(17) Questa traduzione, come le altre di Epicuro citate in queste note, sono tratte dal citato volume di Graziano Arrighetti, autore di un’opera di ricerca altamente benemerita la quale, assieme ai lavori della Maria Timpanaro Cardini, di Cataudella, Maddalena, Mondolfo, Untersteiner, altre volte citati in questa serie di saggi, costituiscono un monumento di interpretazione e traduzione che onora altamente la cultura italiana nel mondo.
(18) Si vedano le testimonianze storiche di Aristosseno citate nel saggio “Da Archita…” op. cit. e M. Timpanaro Cardini, Pitagorici, testimonianze e frammenti, fasc. III, Aristosseno, pp. 272-278, e Dalle sentenze pitagoriche e Dalla vita pitagorica, di Aristosseno. Pp. 280-333. La Nuova Italia, Firenze, 1964.
(19) Per determinare la incerta cronologia di Leonida, la critica si basa principalmente sul fatto che il poeta dovette trovarsi in Epiro, al servizio di Neoptolemo, verso l’inizio del terzo secolo a.C., o addirittura prima, Il fatto si deduce da un epigramma che si riferisce a un’offerta fatta agli dèi dallo stesso eacide che si vuole ucciso da Pirro nel 295-96 a.C.
Conviene rammentare che il poeta scrisse anche due belle poesie, citate ai nn. 1 e 2 della raccolta De Vincentiis – Carrozzari, in occasione di una sua visita a un donario offerto ad Atena dai tarantini, per ricordare una vittoria ottenuta da un tal generale Euantide sui lucani, probabilmente nel tempo della guerra di Cleonimo (c.ca 300 a.C.).
 Otto cimieri e otto scudi, con otto corazze di lino
ed altrettante spade, tutte di sangue intrise
queste armi, nobili spoglie lucane, ad Athena del Capo
Agnone, Euantide pose, guerriero invitto.
Questi, rapiti ai lucani, e qui intorno in bell’ordine appesi
Scudi e freni e ben lisce lance con doppia punta,
son sacri a Pallade, tutti bramanti del pari i cavalli
ed i guerrier, ma truce la morte l’ingoiava.
                  (Traduzione di Raffaele Carrozzari)
 Si conviene dunque che, quando scrisse queste poesie, ed era già chiamato nelle corti straniere, Leonida avesse almeno 30 anni, e senz’altro non più di 40, visto che scrisse ancora dopo la resa della città ai romani (VII, 715).
Su questi argomenti si legga principalmente il fondamentale testo di G. Geffcken: Leonidas von Tarent, text und Erlanterungen. Jahrbucher fur Klass. Philologie, suppl. XXII, 1896, 1, sgg. ; quindi Ettore Bignone : L’epigramma greco. Studio critico e traduzioni poetiche. N. Zanichelli, Bologna, 1921, pp. 253-263; e poi il testo del Waltz, citato, e le celebri traduzioni di Salvatore Quasimodo.
Degni di considerazione sono, inoltre, i testi di Eduardo De Vincentiis, Leonida e Timarida da Taranto. Tip. Della R. Accademia dei Lincei. Roma, 1905. Atti del Congresso Internazionale di Scienze Storiche, vol. 2°, sez. Roma, 1903, sebbene Timarida sia probabilmente, come vuole Diaz de Santillana, di Paro.
Dello stesso autore: Leonida. Vecchi e C. Trani, 1911, e quindi il già trattato: De Vincentiis E., Carrozzari R. Note su Leonida e Timarida da Taranto. Tip. F.lli Martucci, 1905. In questo testo gli autori si basano sull’epigramma 53 (VI, 334) della loro raccolta, per stabilire la fioritura di Leonida verso il 276 a.C.
La traduzione delle poesie, curata dal dr. Raffaele Carrozzari, costituisce una raccolta di 100 epigrammi leonidei, lodata al tempo in cui uscì, giudicata oggi farraginosa per eccesso di elaborazione.
Riguardo al problema cronologico, si accettano in questo testo le deduzioni tratte da Angelo Galeone e apparse nella citata “Rassegna…” in III, n. 5-6, 1934; Leonida, il dolce poeta di Taranto.
Salvatore Quasimodo (340-335 a.C. per la nascita), si mantiene, praticamente, dello stesso avviso. Di non diverso parere è, inoltre, Marcello Gigante, che colloca la nascita di Leonida negli ultimi decenni del IV secolo a.C.
Gigante M. Leonida nella storia della cultura della Magna Grecia contemporanea. – Leonida nella storia della poesia greca e della critica moderna. Atti del X Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto, 4-11 ott. 1970.
Si può, in definitiva, concludere che la cronologia di Leonida è acquisita con sufficiente approssimazione.
(20) Gilbert Arthur Highet, nello The Oxford classical dictionary. Oxford University Press. Amen House, London. E Perrotta G. Storia della Letteratura greca. Vol. III, Milano, 1948.
(21) In una lettera al suo giovane amico Diocle, Meleagro di Gàdara presenta i 48 poeti, dei quali la sua antologia contiene versi.:
Musa, che in un canestro rechi, riuniti, i tuoi fiori, lascia ch’io, Meleagro, li intrecci e a Diocle di Magnesia li doni.
Comincerò con gran copia di gigli, quelli bianchi di Anite e i rossi di Moiro, con le rose di Saffo, i narcisi di Melanippide fecondo d’inni armoniosi, e coi giovani tralci della vigna di Simonide.
Ed ora, alla rinfusa aggiungo i bei profumati giaggioli di Nosside a cui Eros ammorbidì le tavolette di cera dura, la maggiorana odorosa di Riano, il dolce, virginale croco di Erinna, il giacinto di Alceo al quale i poeti stessi riconoscono il dono del bel parlare, e i rami di lauro di Samio, con il loro fogliame oscuro.
Vi aggiungo foglie e foglie dell’edera tenace di Leonida, e la chioma pungente dei pini di Mnasalca… etc.  (Trad. pers.).
Meleagro paragona Leonida all’edera tenace, non senza motivo, poiché egli stesso, che visse circa due secoli più tardi, ne imitò qualche volta i versi (v. epigr. 40, VII 422).
(22) Rocco Labellarte, Introduzione alla letteratura di Leonida di Taranto. La Rassegna Pugliese III, 6-8, 1968, pp. 306-323.
(23)  Salvatore Quasimodo, Fiore dell’Antologia Palatina. Saggio introduttivo e note di Caterina Vassalini. Guanda, Bologna, 1958, pp. 56-63. Lirici greci. Mondadori, Milano, 1962. Dall’Antologia Palatina. Introduzione e note di Caterina Vassalini. Mondadori, Milano, 1968. Leonida di Taranto, poeta degli umili e della morte. In “Voce del Popolo” LXXXV, n. 2-3, 22.6.1968. Leonida di Taranto. Con un saggio su Quasimodo di Carlo Bo. Presentazione di Antonio Rizzo. Lacaita editore, Mandria, 1969. Leonida di Taranto. G. Le Noci, Milano, maggio 1969. Fra i commentatori più noti, oltre ai già citati Bignone e De Vincentiis, Stella, Olivieri, Pontani e ben pochi altri, in Italia e all’estero.
(24) Queste opinioni traggo da un colloquio avuto col poeta stesso, nel pomeriggio del 12 aprile 1967, in occasione di una sua visita nella biblioteca cittadina “Acclavio”.
 Disse allora, chiaramente, l’ospite illustre, che Leonida dev’essere considerato il più grande poeta prodotto da Taranto in tutti i tempi, e ben più meritevole di Livio Andrònico, sperticatamente lodato, ma che sarebbe ben difficile per chiunque ricostruire con qualche discernimento, non rimanendo di lui che un’ottantina di frammenti di Nonio, Festo, Paulo, Prisciano, e qualche altro, tutti brevissimi e difficilmente utilizzabili per una appena poco profonda comprensione del loro autore.
Si legga: Livius Andronicus. Scriptorum Romanorum quae extant omnia. In Aedibus Francisci Pesenti del Thei Venetiis, MCMLXIV. Nonostante fosse tanto meno comprensibile di Leonida, Andrònico ebbe miglior fortuna.
(25) Pierre Waltz. Antologie Grecque: Première partie. Anthologie Palatine. Tome IV et V. Texte établi par Pierre Waltz. Deuxième édition. Société d’édition « Les belles lettres », Paris, 1960. Traduit par A.M. Desrousseaux, A. Dain. P. Camelot. E. des Places, M.lle Dumitrescu, H. Le Maitre et G. Soury.
(26) Geffcken. Testo citato nella nota 19.
 

 

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