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Rigo Camerano

PITAGORISMO ED EPICUREISMO 

A TARANTO

IN ETA’ CLASSICA ED ELLENISTICA

 
Taranto: Colonne di tempio dorico 

Propedeutica alla poesia di Leonida 

Sapienza è dire la verità.
Eraclito (1)

 Parte prima

IL PITAGORISMO

 

         Al tempo della morte di Filolao (2) Taranto aveva praticamente raggiunto l’apogeo della propria fortuna. Gli avvenimenti storici successivi alla caduta del Re Aristofillide ed all’avvento della costituzione democratica, avevano visto la città rinvigorirsi economicamente, grazie alla propria industriosità, e militarmente, sia a spese delle popolazioni indigene, sia durante la decennale lotta con Turio. Questa guerra aveva permesso ai coloni tarantini e turini di acquistare possesso del territorio della Siritide e di fondarvi, alla fine, una città, Eraclea, quale pegno di pacificazione (3).

         Intorno al conflitto  fra Taranto e Turio, informazioni ce ne vengono  da due donari, non ricchi, offerti dai tarantini, uno a Delfi ed uno a Olimpia (4) e dalla notizia che ci dà Strabone (5) di Cleandrida spartano che condusse i turini alla guerra contro Taranto.

         In verità, più che di una vera e propria guerra, si trattò di una lunga serie di scontri fra coloni, i quali si definirono col completo accordo fra le parti e con la decisione di fondare una città che accogliesse la popolazione eccedente di entrambe. Un certo favore venne concesso a Taranto, come rivelerebbe la lingua ufficiale di Eraclea, che fu la dorica.

         Riguardo alle guerre nella Salentina, la città si prese la propria rivincita sulla sconfitta del 473 a.C. (6) vincendo e uccidendo, dopo una serie di fortunate battaglie, il grande Re degli japigi, Opis.

         Questi erano, per quanto ne sappiamo, gli avvenimenti militari più rimarchevoli avvenuti prima dell’auge di Archita. Quanto agli avvenimenti economici e politici, il fenomeno più importante del quinto secolo fu, come è stato già detto da molti, il passaggio del potere della città dalle mani dell’aristocrazia fondiaria a quelle della borghesia mercantile, col conseguente sviluppo dell’artigianato, delle attività marinare, e col raggiungimento della prosperità economica da parte di quasi tutti i cittadini. Riguardo poi alla cultura, vale la pena ricapitolare i tratti essenziali dell’evolversi del pitagorismo, dalla sua fondazione al tempo della nostra storia.

         Le vicende del Bund pitagorico possono, in definitiva, riepilogarsi così: verso la fine del VI secolo a.C., uno studioso di Samo, Pitagora, fonda in Crotone un circolo culturale il quale, se non può definirsi, a rigore, esclusivo, in quanto accoglie membri di tutte le classi sociali,  in realtà, per la propria attitudine all’isolamento e al mistero, viene considerato, dalla società civile che gli vive intorno, un vero e proprio club aristocratico. In esso vengono rivelati, di pari passo, misteri e sapere, teologia e scienza, e lo scopo di questi insegnamenti sembra quello di formare uomini adatti al governo. In realtà, ciò che distingue i pitagorici dai filosofi e dagli scienziati che, in quel tempo, nel continente e nella Ionia, rappresentavano quella corrente di pensiero che oggi viene definita presocratica, è la loro tendenza ad ammantare di mistero la loro cultura, e a darsi regole e riti.

         Al tempo di Ippaso abbiamo un primo tentativo interno di opposizione alla tendenza misterica data alla comunità dai suoi capi, forse dallo stesso Pitagora. Si rilevò allora, non solo l’impegno a organizzare sperimentalmente ogni tipo di studio, ma anche quello a migliorare la cultura teologica superando i limiti della mitologia orfica e pitica. Siamo nel tempo dei primi esperimenti musicali di valore scientifico e, contemporaneamente della proclamazione del cosiddetto discorso mistico (7) nel quale la fiaba è superata da una vera e propria filosofia mistica della scienza.

         La verità, quella che noi possiamo fisicamente e matematicamente dimostrare, sarebbe nient’altro che la evidenza dello stato di necessità che regola e modifica le azioni umane e naturali. Questo concetto si esprimeva attraverso le due più grandi costruzioni della filosofia pitagorica: l’allegoria della decade ed il concetto dell’anima-armonia, che ritroveremo comune in tre grandi pitagorici tarantini: Filolao, Archita e Aristosseno.

         Per quanto riguarda Ippaso che, come si sa, fu ucciso per aver rivelato il teorema oggi definito di Pitagora, era chiaro che le idee da lui propugnate non avrebbero potuto trovare favore fra i più settari, per i quali l’unica cosa comprensibile era l’interesse del bund. Secondo Ippaso, ovvero secondo la logica delle nuove costruzioni etiche, anteporre un interesse particolare a quello generale assoluto, significava non credere in Dio e provocare una ripercussione dolorosa sul genere umano. Queste erano le ragioni profonde del dissenso. Le violentissime ripercussioni del contrasto provocarono, come si è scritto, la morte di Ippaso, affogato nel mare, e la reazione a questo omicidio, sfruttata fra l’altro, per motivi demagogici, dal partito democratico, condusse all’incendio delle case dei capi del bund, alla morte di moltissimi pitagorici e alla cacciata dei rimanenti. Sino al 440 a.C., comunque, pitagorici e democratici si alternano in Crotone al governo, a volte escludendosi e cacciandosi a vicenda, altre coesistendo. Purtroppo i documenti dei quali oggi disponiamo sono insufficienti per tentare una cronologia di queste alternanze.

         Verso il 440 a.C. la definitiva cacciata dei pitagorici da Crotone pone termine ad ogni ambiguità. Sebbene i pitagorici stessi rimangano collegati fra loro, e uniti da una serie di regole di vita sulle quali ci testimonia soprattutto Aristosseno, pure le scuole che i loro maestri promuovono in varie parti della grecità, sembrano essere esclusivamente scientifiche. Ne fanno fede studiosi come, appunto, Filolao, Teodoro, Teeteto, ed anche lo stesso Archita.

         Vedere quindi in Archita uno scienziato di tipo, cosiddetto, moderno, che si discosta dalla tradizione mistica pitagorica, a me pare impreciso. Soprattutto perché non bisogna dimenticare che il suo pensiero filosofico origina dalla decade e lo accosta principalmente a Filolao, del quale, non senza motivo, è stato ritenuto allievo. In breve, il pitagorismo crotoniate riconosceva le leggi fisiche quali leggi di Dio, e quindi ricerca fisica e metafisica non erano, come oggi, disgiunte.

         Per quanto riguarda la “tarantinità” di Filolao, negata da  alcuni, non è il caso, forse, di trattenercisi troppo.

         Archita, a mio modo di vedere, continua la tradizione pitagorica posteriore all’incendio, ovvero la via scientifica del pitagorismo. La sua personalità costituisce una singolarità solo per chi la riguardi sotto l’influenza di pregiudizi odierni.

         I pochi frammenti di Archita che ci rimangono, veri relitti di naufragio, come li definisce Maria Timpanaro Cardini, se sono insufficienti per trarne una biografia esauriente, appaiono, a mio avviso, bastevoli a valutarne correttamente il tipo umano e la mentalità.

         La più pregevole fra le qualità personali di Archita è, senza dubbio, la sua umanità, che gli proveniva, senza dubbio, dalla sua sincera attitudine allo studio e che potrebbe accordarsi con quella che potrebb’essere stata la sua esperienza di vita accanto a Filolao.

         Racconta Eliano (8) che Archita amava molto divertirsi con i figlioli dei propri servi, e che con gli schiavi stessi si tratteneva volentieri a banchetto (9). Analogamente, Giamblico racconta (10) che una volta, tornando Archita da una spedizione contro i messapi si recò, dopo la lunga assenza, a un suo podere, e come vide che il fattore e i suoi famigli non si erano dati troppa cura dei campi…preso da ira e sdegno per quanto la natura lo consentiva, disse…ch’avevano fortuna ch’egli fosse adirato con loro, che se ciò non fosse avvenuto non sarebbero rimasti impuniti per così grave mancanza. Ateneo e Cicerone (11) ci rendono infine testimonianza della di lui elevata moralità.

         Se poi ci si domandasse come mai uomini come i pitagorici scientifici non fossero in grado di prendere in considerazione il problema della schiavitù, bisognerebbe, penso, ricorrere ai metodi del materialismo storico per risolvere il problema. Bisognerebbe, infatti, riconoscere che Archita, pur con la migliore buona volontà e con le chiavi del potere in mano, ben poco avrebbe potuto fare per migliorare l’etica della società, a parte il fatto che si trattava di un problema mondiale. La schiavitù, infatti, era la linfa vitale dell’economia del tempo, era una istituzione senza la quale la produttività del mondo antico, nei campi, nelle officine, nelle industrie artigiane, sarebbe venuta meno. E per venire a capo della schiavitù sarebbero state necessarie macchine, sempre più perfezionate, capaci di sostituire il lavoro servile e compensarne il basso costo di produzione.

         Ci si potrebbe chiedere se furono fatti sforzi per risolvere in modo scientifico questo problema. Sforzi furono certamente fatti, ma non sappiamo se fossero consapevoli. Archita stesso fu il primo ad occuparsi di meccanica pratica, ma la sua scuola non conseguì risultati socialmente apprezzabili. Questa deficienza fu dovuta al disinteresse della collettività verso le realizzazioni pratiche, conseguenza appunto dello schiavismo.

         Che una scuola di meccanica esistesse in Taranto al tempo di Archita, hanno dimostrato il Ciaceri (12) e successivamente Maria Timpanaro Cardini, perseguendo entrambi scopi diversi di critica. Tale scuola trovava applicazione quasi esclusivamente nell’arte militare. Rilevante, per la conoscenza della mentalità greca in questo campo, è un passo di Plutarco (13) nel quale è riportato un biasimo di Platone nei riguardi di Eudosso, Menecmo e Archita, accusati di corrompere il bene della geometria, che essi conducevano a cercare oggetti sensibili. Prove della mentalità pratica di Archita sono la invenzione della raganella per i bambini (14) e la realizzazione della famosissima colomba. Essa, è probabile fosse una specie di aeromodello ad ali battenti, ed è anche questo il parere di Agatino D’arrigo, espresso in una pubblicazione scritta con eccellente acume interpretativo (15). La notizia della colomba è, tutto sommato, credibile, e se la scienza aeronautica non fece altri passi nell’antichità, ciò si deve, soprattutto al carattere conservatore della società.

         Un vecchio studio dell’Olivieri (1914) (16) pone in evidenza l’indole moderata della concezione politica di Archita. Vi si riporta, tradotto in stile declamatorio, un frammento ritenuto autentico, riportato dal Diels: Un giusto ed esatto apprezzamento della realtà comporta riflessi morali e sociali…(il resto alla nota 16), ed è certamente vero che, quando poté, Archita introdusse nella società l’armonia delle sue concezioni, si adoperò per mitigare i contrasti e creare condizioni di vita giuste e felici per tutti i cittadini liberi.

         Il carattere più rilevante della costituzione tarantina al tempo di Archita era la sua elevata socialità. Si cita spesso, infatti, il brano di Aristotele (v. nota 16) (17) nel quale è detto che al tempo di Archita i ricchi avrebbero ceduto parte delle loro terre in usufrutto ai poveri (una specie, pare, di enfiteusi, come rivelerebbero anche le tavole di Eraclea) acquistando la benevolenza della moltitudine. Anzi, dalla lettura delle tavole di Eraclea (trad.lat. Mazochi, v. bibliogr. originale) e dalle poche notizie che ci dà Aristotele, si può dedurre che le terre dei vecchi possidenti aristocratici furono date in godimento, dal governo democratico, a una determinata categoria di cittadini, previo compenso in prodotti naturali. Lo Stato, comunque, manteneva un controllo sui fondi affidati (nel caso contemplato dalle tavole di Eraclea questo controllo era effettuato una volta ogni cinque anni) e poteva toglierli a quei coltivatori che li avessero trascurati, o riconfermarli ai migliori. I coltivatori, a loro volta, si servivano di schiavi, ai quali era affidata la funzione di braccianti agricoli; alcuni frammenti di Archita ce ne danno un esempio. In questo modo si garantiva la produttività e la ricchezza delle campagne.

         Le cariche pubbliche erano occupate sia per sorteggio che per elezione, in guisa che con l’uno vi potesse partecipare il popolo, con l’altro andassero al governo della cosa pubblica i migliori (18). In definitiva, anche in campo sociale si mirava al conseguimento dell’armonia. Il fatto che la elezione alle magistrature avvenisse nei modi descritti può voler dire, come intende il Ciaceri, che popolo e classe ricca bilanciavano le loro forze al potere ed occupavano contemporaneamente le cariche, ma potrebbe anche voler dire che le cariche erano sorteggiate fra tutti i cittadini ritenuti in precedenza idonei a ricoprirle, sì da impedire, per quanto possibile, gli antagonismi.

         La scienza di Archita non si discosta affatto dal filone pitagorico e conserva, in genere, i temi di studio peculiari alle scuole greche e magno-greche del quinto e quarto secolo a.C. La geometria antica, della quale ci offre un mirabile sunto il libro degli Elementi di Euclide (che già nel 1780 l’abate Guido Grandi consigliava ai cultori di storia e filosofia) (19) era giunta a notevoli risultati nei secoli precedenti, per merito soprattutto degli studiosi pitagorici i quali avevano proseguito oltre le scoperte degli orientali, soprattutto egiziani, ebrei, babilonesi e indiani, iniziate, per quanto ci consta, oltre un millennio e mezzo avanti l’era volgare. Nel celebre Papyrus Rhind, dell’egiziano Ahmes, sono contenute soluzioni d’aree del quadrato, del rettangolo, del triangolo isoscele e del cerchio (20).

         Il genio greco ricorda Talete, Euforbo il frigio, Apollodoro, Ippia, Pitagora (intendendo con questo nome tutto il gruppo di studiosi che a lui si collegano), Anassagora di Clazomene, Enopide ed Ippocrate di Chio (al quale si deve la risoluzione della quadratura della lunola), Teodoro di Cirene, Laodamante di Taso, Teeteto ateniese e Archita, i tre ultimi contemporanei (22) e molti altri. Gli argomenti trattati interessano soprattutto le aree delle figure piane, e ciò sembra naturale in quanto, fin dai primordi, questa scienza servì nell’agronomia, per misurare i terreni. In particolare il genio greco ottenne successi interessanti nella risoluzione dei triangoli, iniziando una scienza, la trigonometria, che, fra le discipline matematiche, è rimasta una fra le più pratiche e popolari, servendo soprattutto alla navigazione piana, ortodromica, aerea e all’astronomia (21).

         I primi sei libri degli Elementi  di Euclide sono dedicati alle figure piane, i tre successivi alle proporzioni dei numeri, il decimo alle grandezze commensurabili e incommensurabili, gli ultimi libri ai solidi. Sappiamo poi che la geometria, sino al tempo di Archita, era tutt’uno con l’aritmetica. Il contributo dato da Archita alla separazione delle due scienze è determinante, e proviene, in parte, dalla soluzione da lui trovata al problema, cosiddetto, di Delo, ovvero della duplicazione del cubo. Questo problema, famoso assieme a quelli della quadratura del cerchio e della trisezione dell’angolo, presenta la caratteristica di non essere risolvibile con riga e compasso (22).

         Un secondo contributo, forse ancora più decisivo, diede Archita alla emancipazione delle scienze matematiche, attraverso una sua originale risoluzione del problema degli irrazionali. Il merito di avere correttamente interpretato il passo di Boezio che ne parla, va ad Antonio Maddalena, che tratta l’argomento alla pagina 222 del suo libro I Pitagorici (23 – v. anche nota 22).

         In relazione con il problema di Delo è il teorema che tratta la inserzione fra due grandezze di due medie proporzionali in proporzione continua. La dimostrazione, riportata da Eutocio e tradotta più volte nelle varie raccolte dei presocratici, è riportata alla nota (24).

         In campo musicale, Archita perfezionò il lavoro svolto dalla scuola di Filolao, proponendo una nuova divisione dei tetracordi, e costruendo tre gamme di rapporti che denominò: enarmonico, cromatico e diatonico. Alla nota (25) è un passo di Ptolomeo contenuto nella raccolta del Dühring e tradotto da Antonio Maddalena, nel quale sono presentati i valori. Trattando di musica, non bisogna naturalmente dimenticare che Taranto, nella prima metà del quarto secolo a.C. pullulava di ottimi musicisti, fra i quali è da menzionare Spintaro, il padre di Aristosseno, il quale fu certamente in relazione con Archita e trasmise al figlio gli aneddoti e le testimonianze che poi servirono a quest’ultimo per scrivere intorno al pitagorismo del V e IV secolo a.C., e per formarsi un suo bagaglio mentale sul valore del quale molto la critica ha discusso. Non è perciò escluso che i molti progressi ottenuti in questo, e in altri campi, si debbano a lavoro di scuola.

         Si occupò anche Archita di Fisica, ed Eudemo (26) ricorda un argomento sulla origine del movimento, nel quale Archita stesso si discosta dalle opinioni di Platone.

         Aristotele, nella Metafisica (27), intrattenendosi intorno al significato di definizione, ricorda Archita.

         L’astronomia è trattata da Archita in un passo di Eudemo (28) nel quale si discute il problema della dimensione dell’universo. Per Archita l’universo è infinito, poiché, egli dice giunto al limite del cielo delle stelle fisse, potrei allungare la mano, o un bastoncino, ancora oltre. Il Maddalena, in una nota a questo frammento, pone in rilievo la differenza fra l’opinione di Archita (che giudica l’universo infinito) e quella di Filolao che voleva l’universo circoscritto dalle stelle fisse, e quindi sferico e finito. A parte il fatto che dal passo stesso sembra che anche Archita giudichi il sistema planetario inscritto entro il cielo delle stelle fisse, al limite del quale egli figura di porsi, nulla ci induce a ritenere che Filolao giudicasse l’universo “finito” solo per questo motivo. Ma anche accettando l’opinione del Maddalena, penso non resti infirmata la derivazione di Archita stesso da Filolao. Che in Archita si avverta un miglioramento, un superamento di certe vedute, e non solo in astronomia, pare naturale, visto che i due personaggi cronologicamente si succedono.

         Del resto, una stretta connessione fra le opinioni di Archita e quelle della scuola di Filolao le abbiamo ancora riguardo al problema della definizione del  tempo.

         Normalmente, i testi di fisica newtoniana elementare collocano nei primi capitoli le note relazioni fra tempo, velocità e spazio, che gli studenti medi imparano a memoria. Anticamente si collegava il tempo al movimento della sfera celeste. Secondo una testimonianza di Giamblico, (29) Archita definiva il tempo una specie di numero del movimento, od anche, in senso generale, un intervallo della natura dell’universo (30). Maria Timpanaro Cardini, che propone accettabile questo passo, ne pone in rilievo l’accostamento alla scienza di Filolao…direi che l’identificazione tempo – moto  della sfera sia da riferirsi particolarmente alla concezione geocentrica dei pitagorici. Nel sistema filolaico anche la Terra assume la funzione misuratrice del tempo, determinando il giorno e la notte.

         Un altro argomento di fisica trattato da Archita e riportato questa volta da Apuleio (31) tratta la natura della riflessione della luce sopra uno specchio.

         Fra i tre filosofi nominati, Epicuro, Platone e Archita, nessuno sembra capace di dare una spiegazione plausibile del fenomeno. Secondo Epicuro, un uomo vedrebbe la propria immagine su di uno specchio in virtù della sua stessa emanazione, che oggi definiremmo di natura corpuscolare. Platone (32) ritiene che i raggi di luce che partono dai nostri occhi si uniscono alla luce esterna. Archita pensa invece che i raggi partano sì dai nostri occhi, ma senza combinarsi con alcuna cosa.

         Più felice fu invece Archita allorché constatò che il rumore proviene dalle vibrazioni prodotte dall’urto dei corpi nell’aria (33). Da tale scoperta proveniva, per ipotesi conseguente, che anche i corpi celesti, dotati di continuo movimento, dovessero produrre rumore. Questo rumore, però, non sarebbe udibile ai sensi umani, essendo non intervallato, ovvero continuo nel tempo. Molto interessanti sono gli studi di carattere sperimentale che condussero a conoscere le cause che diversificano i suoni acuti dai gravi, diversità che sono in funzione della rapidità delle vibrazioni stesse, ovvero di ciò che noi oggi definiamo “lunghezza d’onda”. Tanto più rapida è la vibrazione, tanto più acuto è il suono che ne proviene, e viceversa. Esperimenti furono eseguiti con flauti, zufoli, tamburelli, e si constatava che anche la voce umana segue questo principio.

         Un passo di Porfirio (34) che si può collegare agli studi musicali compiuti da Archita, e che condussero alla separazione della matematica dalla geometria, si riferisce alla scoperta delle medie proporzionali:

         Ci sono tre medie proporzionali nella musica; la prima è quella aritmetica, la seconda quella geometrica, la terza quella subcontraria detta armonica. La media aritmetica si ha quando tre termini si susseguono separandosi l’uno dall’altro di una medesima quantità: e cioè, di quanto il primo supera il secondo, di tanto il secondo supera il terzo. In questa proporzione il rapporto fra i termini maggiori è uguale a quello fra i termini minori.

         La media subcontraria, che diciamo armonica, si ha quando i termini stanno così: di quanta parte di sé il primo termine supera il secondo, di altrettanta parte del terzo il secondo supera il terzo. In questa proporzione il rapporto dei termini maggiori è maggiore del rapporto dei termini minori (35).

         Aristotele, nel Problemata (36) ricorda Archita su un argomento peculiare alle scuole pitagoriche italiche: la morfologia animale e botanica. Ci si chiedeva perché mai le parti più vitali dei vari esseri, come il busto, il tronco, i rami, le cosce, il capo, risultano arrotondate, e non invece simili a poligoni, o triangoli, o altre figure spigolose:

         Forse perché, come diceva Archita, nel movimento naturale è il rapporto dell’identico (giacché tutto, per natura, si muove di moto uniforme) e questo è il solo movimento che ritorna su sé stesso, si che dà origine a cerchi e ad altre figure rotonde.

          Un passo di Giambico che cita il libro Sulle scienze matematiche di Archita, ci illumina infine sulle opinioni etiche del medesimo, che sono molto simili a quelle contenute nel passo di Stobeo (37) e che si riferiscono a Filolao:

         Bisogna che tu, o apprendendo da altri, o trovando da te stesso, impari a conoscere le cose che ancora non sai. Si apprende, o da altri, o con l’aiuto altrui; si trova da soli e con le sole proprie forze. Trovare senza cercare è difficile e raro, trovare cercando è facile e pronto; ma se non si conosce, cercare è impossibile. La scoperta del calcolo ha fatto cessare le discordie ed ha accresciuto la concordia. Non è possibile che ci sia sopraffazione da che esso è stato trovato; c’è, invece, parità.

         Per esso, infatti, ci accordiamo nelle relazioni d’affari. Per mezzo suo i poveri ricevono dai ricchi e i ricchi danno ai poveri, avendo fiducia gli uni e gli altri di avere la parte loro. Il calcolo è strumento di giudizio ed impedisce i torti, trattenendo dalla colpa quelli che sanno contare, col mostrare che la loro colpa non rimarrà celata quando si ricorra ad esso; e impedisce del pari quelli che non lo conoscono, mostrando che in esso fanno torto altrui (38).

         Come si vede, questo passo rende fede della comune mentalità e della stessa origine culturale esistente fra Archita e Filolao.

          Cercheremo ora di valutare la personalità di Archita sotto il profilo della politica estera svolta dalla città di Taranto e delle guerre che essa condusse fra il quinto e il quarto secolo a.C. Abbiamo già scritto intorno alla guerra contro Turio e sulle battaglie, croniche, che la città doveva sostenere contro le popolazioni italiche confinanti. Fortunatamente, a paragone di molte altre città di Magna Grecia e Sicilia, Taranto, almeno sino al terzo secolo, all’epoca cioè del suo scontro con la potenza romana, non sopportò drammi bellici di particolare gravità, né tragedie simili a quelle che colpirono popolazioni di altre città italiote e siceliote.

         La situazione delle polis all’inizio del quarto secolo a.C. era precaria per tutte, ad eccezione proprio di Taranto, favorita dalla sua posizione geografica e dalla propria esperta marineria che avrebbe reso sconsigliabile, a qualsiasi nemico, ogni avventura sulla città.

         Riguardo ai rapporti con le popolazioni indigene, il dissidio, purtroppo, almeno all’epoca, sembrava inguaribile, ed era da addebitarsi, parte alla borghesia mercantile (gli schiavi erano, per la maggior parte barbari, ovvero italici), parte alle comuni differenze di carattere linguistico, religioso, di costume, etc., maggiormente rimarchevoli in quei popoli antichi.

         Verso l’inizio del IV secolo a.C. la dinamica degli avvenimenti aveva condotto le popolazioni italiche meridionali a espandersi a spese delle fiorenti città greche del versante tirrenico, di modo che, nel volgere di pochi anni, Cuma e Napoli erano cadute sotto il dominio, o la forzata tutela, sannita; così Posidonia, Sidro, Lao e Pixunte erano state prese dai lucani, mentre i bretti, verso il 356 a.C. avevano occupato Terina, Hipponio ed altre località (Diodoro), e probabilmente ad essi si deve la distruzione di Sibari sul Traente. La stessa Turio che, come dicono le storie, era stata fondata per essere una diramazione della potenza ateniese in Italia, aveva avuto vita stentata nel quinto secolo, per colpa dei crotoniati e di Taranto, mentre nel quarto la libertà stessa della città era stata seriamente messa in pericolo, prima dai lucani, che le avevano inflitto, presso Lao, una durissima sconfitta, e in seguito da Alessandro il Molosso, che aveva tentato di incorporarla nel proprio fugacissimo impero.

         In Sicilia, dopo la fine della spedizione di Atene, i cartaginesi avevano conquistato Selinunte, Imera e Agrigento, ed erano anche giunti sotto le mura della più forte città dell’isola, Siracusa, nella quale era giunto al potere, dopo un periodo di confusione demagogica, il primo Dionisio.

         Alla guerra fra siracusani e cartaginesi si ha ragione di credere partecipassero molti soldati italioti, in particolare locresi e tarantini, richiamati, questi ultimi, anche da motivi etnici, essendo le due città di comune origine dorica. Si attribuisce a questo periodo l’invio, da parte di Taranto, di grosse macchine d’assedio e di un gruppo di maestri di quella scuola di meccanica alla quale è stato accennato in precedenza. La battaglia di Gela, che ne seguì, fu perduta dai greci che, di soli italioti, lasciarono sul campo oltre 1000 morti (39).

         Dopo questa avventura i rapporti fra Taranto e Dionisio si guastarono, causa la minaccia che il tiranno, dopo aver fugato i cartaginesi dalle mura di Siracusa, portò alle città greche intorno allo stretto e nella parte meridionale della Calabria. Per avvantaggiarsi in questa nuova guerra Dionisio si procurò l’alleanza di bretti e lucani dai quali (specie dai primi) traeva la grande massa dei suoi mercenari. In definitiva, si venne a creare un gioco di conflitti di questo genere: da una parte Siracusa e le città siceliote a lei sottomesse o alleate (più Locri, in Magna Grecia), insieme a bretti e lucani; dall’altra le città della Lega Achea che, di fronte al pericolo, si era ingrandita e trasformata in Lega italiota. Capitale di questa lega divenne Eraclea, e per vari decenni Taranto ne tenne la direzione. Se la città non portò mai grandi forze nella lotta contro Dionisio (la grande battaglia dell’Elleporo fu comandata dai crotoniati, che primeggiavano in fanterie), ciò avvenne perché Taranto, in quegli anni, era continuamente tormentata da japigi , messapi e lucani. Da questi nemici, molto forti, come testimonia la vittoria da essi ottenuta nella battaglia di Lao contro i turini, la città si salvò grazie al genio multiforme di Archita, che all’occasione seppe versarsi anche nell’arte militare.Per merito suo la città vinse, come è stato già scritto, tutte le battaglie, eccetto una nella quale egli non fu presente. Per questi meriti, e data la eccezionale gravità della situazione, Archita fu rinnovato nella strategia ben sette volte, nonostante la costituzione della città non ammettesse la elevazione a tale carica per più di un anno.

         La cronologia di Archita non è perfettamente nota. Nato, secondo la testimonianza di Aristosseno (40), da Estieo, egli vide la luce, probabilmente, intorno al 430 a.C., e visse una settantina d’anni. Fra il 390 e il 370 a.C., nel periodo cioè nel quale più gravemente premeva Dionisio contro le città della Magna Grecia meridionale e centrale, egli dovette vivere il periodo epico della sua vita, quella che lo volle generale vittorioso e stratega in ben sette legislature.

         I frammenti di Ateneo e Cicerone (41) che riferiscono i suoi discorsi morali, ci presentano invece un filosofo piuttosto maturo, e probabilmente si ambientano nel periodo della successiva pace.

         La morte di Archita avvenne nel tempo in cui a Siracusa governava Dionisio il giovane, quasi certamente prima del 345 a.C., ovvero nel tempo della ribellione di Locri, una delle città, appunto alleate del tiranno, la quale approfittò di una sua guerra contro i lucani (42) per liberarsi dalla tutela. A quel tempo Taranto non dirigeva più la Lega Italiota, e si può ritenere che Archita fosse morto circa una decina d’anni prima. Del resto, il periodo aureo della potenza militare di Taranto finì già prima del 338 a.C., nell’anno cioè della battaglia di Cheronea, che fu anche quella in cui morì Archidamo, ad opera degli japigi. Siccome la supremazia militare non si perde dall’oggi al domani senza che intervengano grosse catastrofi, si può ritenere, per controprova, che la morte di Archita fosse avvenuta una ventina d’anni prima. Queste, almeno, sono le congetture più probabili; purtroppo mancano elementi per determinare date sicure.

         Riguardo ai particolari della sua morte, gli storici citano di solito una ode di Orazio (43) che lo vuole naufrago. Il Pais, ad esempio (44), ritiene si possa parlare di una spedizione tarantina, via mare, nel Gargano, luogo ove operarono anche Alessandro il Molosso, Agatocle di Siracusa e Pirro. Una interessante teoria è anche proposta da Luigi Cantarelli e Agatino D’arrigo (45) secondo la quale Archita sarebbe naufragato nei pressi del lido di San Giovanni, lungo la spiaggia meridionale di Gallipoli, a 9 km dall’odierna Matino, se si pon mente che Noto (Ostro) è vento di traversia per questo litorale, e non per quello del Gargano. In effetti, la costa ionica neretina è oggi assai pericolosa, specie per imbarcazioni non a motore, quando soffiano forte i venti dei quadranti meridionali, Scirocco, Ostro e Libeccio. I bassi fondali che, come ad es. nelle secche di Ugento, si estendono sino a qualche chilometro dalla costa, formano frangenti pericolosissimi, assai temuti dai pescatori. Non so, però, se esistano studi di geologia che confermino tale situazione anche a due millenni e mezzo da oggi.

         Dopo la morte di Archita, la precaria superiorità che Taranto aveva ottenuta nei confronti degli indigeni italici, non tardò molto a scomparire. I Lucani, grazie alla guerra condotta da Dionisio, avevano tratto molto vantaggio dal generale indebolimento delle città greche, ed alla fine avevano anche tenuto a bada l’intraprendenza di Dionisio il giovane, col quale avevano sostenuto una guerra che era finita, potremmo dire, in parità. Purtroppo, ripetiamo, era la polis nella sua struttura ad essere inadatta alla lotta contro le grandi nazioni agricole che la circondavano. Rispetto a queste nazioni, essa aveva lo svantaggio di non poter trarre i propri effettivi militari dalle campagne, coltivate, per lo più, da schiavi appartenenti, per nazionalità, alle terre nemiche. Da qui proveniva la necessità di richiedere mercenari. Gli italici, al contrario, afflitti dal problema del superpopolamento, ricavavano facilmente i propri soldati dalla massa dei contadini. Quando la necessità lo richiedeva, alcuni messi battevano le campagne e reclutavano la gente necessaria; ciò avveniva, ad esempio, abitualmente fra i lucani (46). La stessa Roma dovette la propria supremazia sull’Italia al fatto di non essere esclusivamente urbe, ma un vero e proprio Stato contadino, comprendente il Lazio.

         Con pericoli di questo genere, non sarebbe certo bastata qualche vittoria di Archita per raddrizzare una situazione che, già dalla metà del quarto secolo, ammetteva ben poche varianti alla prospettiva dominante: la Magna Grecia vacillava; sia le città della costa tirrenica che quelle del versante ionico erano tutte esposte al medesimo pericolo:  lucani, bretti, japigi, sanniti, cartaginesi, romani, ormai si contendevano fra loro queste città. Allo stesso modo, in Grecia, la polis stava ugualmente per cedere di fronte alla potenza di una sola nazione contadina unita: la Macedonia.

         Passate le vicende di Alessandro il Molosso (47) in Taranto, la mentalità ed i costumi erano andati gradatamente evolvendo in favore della filosofia epicurea. Riguardo a giudizi sul valore etico, a mio parere occorre tenersi lontani dagli eccessi di apprezzamento negativo propri della storiografia locale, nei riguardi del terzo secolo a.C..

         L’affermarsi dell’epicureismo a Taranto è dovuto a due principali fattori: primo, la situazione internazionale che vede i tarantini consapevoli della propria precarietà e fanno apparire inutili i sacrifici e la severità di vita legati al pitagorismo. Il secondo fattore è rilevato dall’essere, in campo etico, l’epicureismo una quasi logica continuazione del pitagorismo. La cosa non sembri azzardata, poiché, in effetti, il pitagorismo misterico (che riapparve poi in Roma verso gli inizi dell’età imperiale), già da tempo era stato sostituito da quello scientifico che, parimenti all’epicureismo, di fatto diffidava del mito. In questo momento siamo, comunque, in una situazione di trapasso, della quale, la figura più caratterizzante sembra essere Aristosseno, uno studioso emigrato che si distinse nella scuola aristotelica sino a trovarsi a un passo dal diventarne il direttore. Da lui provengono interessanti testimonianze intorno al periodo pitagorico e sulla evoluzione della cultura musicale nel quarto secolo a.C..

         Riguardo infine a "Pitagorismo" ed "Epicureismo" di per sè stessi, consigliamo al lettore di non disdegnare le note, che sono, nel nostro caso, più importanti di questo testo.

 

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