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Religione  dCaffé
4.
 

 
 
 
CAPITOLO QUARTO
 
Conclusione.
 
Sarà forse utile, allo scopo di migliorare la comprensione di questa directory, riassumere quanto si è inteso affermare nei tre file precedenti.
E' stato scritto che la intuizione di Dio, nella mente degli uomini antichissimi, aveva acquistato consapevolezza in conseguenza della scoperta dei fenomeni naturali che ancor oggi possiamo considerare "Leggi di Dio". Tali fenomeni non erano necessariamente stupefacenti, nè sublimi, ma si rifacevano a qualsiasi genere di scoperta (di "alterazione delle cose", di "movimento"), e riguardavano gli accadimenti normali della meteorologia, della biologia, della fisica, della chimica, del corpo dell'uomo stesso, e di tutto il resto. 
L'essere umano, infatti, considerava sè stesso partecipe di tali fenomeni, e realizzava in tal modo un rapporto personale fra sè medesimo e la natura divina ch' egli intuiva esistente, ma non poteva conoscere.
E' stato inoltre sostenuto che l'avvento e lo sviluppo di società tribali composte di un numero di individui più grande delle primitive unità familiari, o amicali, abbia portato, attraverso la costruzione degli idoli rappresentativi delle varie comunità, alla modificazione del valore etico da attribuirsi alla divinità. Nel senso che, ciò che nel tempo più antico era ritenuta intuizione di un Dio "parte di noi", era poi divenuto valore di un Dio considerato "altro da noi". 
Il Dio, in breve, fu conosciuto, descritto, legalizzato, istituzionalizzato, e in tale modo tolto alla libertà della intuizione del singolo. Naturalmente, non in tutti i tipi di società allo stesso modo.
Tale tipo di modificazione è stata, in questa directory, definita "regresso", ed il motivo di tale giudizio si deve al fatto che la descrizione del Dio tribale non può giungere alla evidenza di verità non contraddittoria e riproducibile. In questo senso, la legge che ne consegue non può aver altro fondamento che una giustificazione etica relativa, o parziale.
 
Rocco Fedele, del quale abbiamo qui pubblicato un libro postumo che lui, probabilmente, avrebbe ancora risistemato, perseguiva proprio questa via di ricerca. Lui ch'era – meglio che divulgatore o "filosofo della scienza" – reale conoscitore di scienza e filosofia intese in forme distinte, aveva capito che le relativamente recenti scoperte della fisica legate alle teorie della "relatività" e dei "quanta" stavano conducendo alla conseguenza logica di profonde modificazioni nei campi della filosofia e delle religioni "usuali".
 
Riporto, di Rocco Fedele, dal Capo 1°, 1:
 
…Quando si confronta quest'ordine con le più vecchie classificazioni che appartengono ai primi stadi della scienza naturale, si vede che il mondo è stato ora diviso, non in diversi gruppi di oggetti, ma in diversi gruppi di connessioni.
In un periodo più antico della scienza si distinguevano, ad esempio, come gruppi diversi, minerali, piante, animali, uomini.
Tali oggetti venivano assunti secondo i vari gruppi, come di comportamento da forze diverse. 
Noi sappiamo ora che si tratta sempre della stessa materia, degli stessi vari componenti chimici che possono appartenere a qualsiasi oggetto, a minerali come ad animali o a piante; anche le forze che agiscono fra le diverse parti della materia sono infine le stesse in ogni genere di oggetti. Ciò che può essere distinto è il tipo di connessione che principalmente importa in un certo fenomeno.
Per esempio, quando parliamo di azione di forze chimiche, noi intendiamo indicare un tipo di rapporto più complicato, ed in ogni caso diverso da quello espresso nella meccanica newtoniana.
Il mondo appare così come un complicato tessuto di eventi, cui rapporti di diverso tipo  si alternano, si sovrappongono e si combinano determinando la struttura del tutto".
 
La teoria dei quanta suggerisce che la materia "formante" le forme corporee, dalle più forti e materiali, sino alle viventi e precarie, alle quali possiamo aggiungere la materia intuitiva di tutto ciò che non vediamo e non conosciamo, è realizzata dalla natura attraverso le connessioni delle sue parti minime di materia ed energia.
Tutto ciò, abbiamo visto, invita la società moderna a riappropriarsi della comprensione delle forme più antiche di religiosità.
 
Non possiamo comunque recriminare se, ad un certo momento (pre-storico) dello incivilimento umano, il concetto del Dio personale sia scomparso e sia stato sostituito da quello del Dio rappresentativo di un certo grado di civiltà di un popolo, o di molti popoli. Ciò fu certamente inevitabile.
Un tale Dio è tuttora ampiamente giustificato in termini di civiltà, ma non ancora in termini di verità. 
La cosa dovrebbe condurre a riconoscere, ad ogni modello di civiltà nel mondo, un grado di imperfezione, e quindi ad ammettere – per tutti – la possibilità di miglioramento e la non giustificabilità di ogni tipo di  fondamentalismo.
In breve, la ricerca di Rocco Fedele conduce a un risultato evidente: così come la religione degli antichissimi si sviluppava dalla scoperta graduale delle leggi della natura e si manifestava attraverso il rapporto diretto "Dio – persona singola umana", (divenuto soltanto in seguito rapporto "Dio – Società"), di altrettanto la acquistata consapevolezza che tutta la costruzione universale si debba alla modificazione di una stessa base quantica di materia, può condurre al riconoscimento del valore etico primitivo.
Diciamo: anche altri affermano di credere in questo, ma poi sono contraddetti dalla stessa limitazione dogmatica, spaziale e culturale della Società in cui vivono. Soltanto il rapporto individuale e libero della persona umana raffrontata alla propria divinità naturale può garantire il raggiungimento della comprensione universale fra gli uomini.
 
Traducendo il tutto in termini morali, ne ricaviamo che non dovremmo più considerare il vetusto concetto di "valore di civiltà" (occidentale, orientale, socialista, liberale, cristiana, islamica…) ma il concetto  di "tipo d'uomo" orientato sulla ricerca di un Dio più forte e sulla scoperta delle conseguenze logiche e pratiche derivanti da ciò.
Sono convinto che, da questo punto di vista, la cultura istituzionalizzata (ed anche quella anti-istituzionale, provenienza diretta della prima), rimarranno sempre di qualche passo all'indietro nella comprensione di tali problemi. Piuttosto, spetterà all'uomo attivo, immerso nel proprio ambiente di lavoro, comprenderli e spingere autonomamente la società a  risolverli. 
Per farlo, non avrà bisogno di grandi rivoluzioni, ma di pretendere che sia aggiunto, senza imbroglio, al significato sociale di libertà, il piano etico.
Per ottenere questo, il sistema democratico nel quale viviamo, è habitat sufficiente. Grave errore sarebbe innestare la marcia indietro.
Occorre rendersi conto che se il miglioramento della democrazia "dall'interno" richiederà delusioni, perdita di tempo e sconfitte, quello "da fuori" (ci sono molte forze che lo perseguono) richiederebbe tragedie.
 
Come ho già scritto altre volte, per la mia competenza ho finito.
 
 Enrico Orlandini
 Osimo, 31 dicembre 2003.
 

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