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Religione  dCaffé
2.
 

 
 
 
CAPO  SECONDO
 
Filosofia della religione.
 
 
 Avrei desiderato iniziare questo capitolo con una definizione corretta del termine "religione", ma confesso che, per quanto mi sia sforzato di consultare enciclopedie e dizionari, anche filosofici e teologici, non sono riuscito a trarne una definizione univoca. Va bene il latino relegare (rileggere – Cicerone), od ancor meglio religare (legare – Lattanzio), ma se poi si continua affermando che i gruppi da legare son tanti, e vi si aggiungono anche i selvaggi moderni, allora forse potrebbe sorgere il dubbio che il termine sia contraddittorio e che, probabilmente, ci sarebbe bisogno di chiarirlo attraverso una teologia applicata alla religione stessa.
Rammento al lettore ciò che è stato scritto nella prefazione del "Filosofo da caffé", ovvero che questo è un testo d'esplorazione e non d'insegnamento, e che il suo scopo è quello di indurre a proseguire, non a concludere.
"La religione è nel cuore", così il Tommaseo, e vi si potrebbe aggiungere "la religione è nella mente", ma non troppo di più.
E', infatti, soltanto intuizione di una verità superiore a quella che le limitate possibilità offerte dall'ambiente fisico del nostro pianeta consentono.
Il sentimento religioso può penetrare in noi dalla profondità dei millenni allorché, rammentando Kant, ammiriamo un cielo stellato, o quando ci rendiamo consapevoli della esistenza di una legge morale dentro di noi.
 
Ma ritorniamo alla religione intuitiva degli antichissimi così come l'abbiamo lasciata nel capitolo precedente; superiamola soltanto di un passo e raggiungiamo un periodo nel quale la organizzazione della società tribale è consolidata, ed esistono una religione ufficializzata ed un'autorità di governo.
al-Tabari, quasi contemporaneo raccoglitore di notizie sulla vita di Maometto, racconta che, presso le tribù del deserto arabo, vigeva l'usanza di seppellire, ancor vivi, i neonati di sesso femminile nati da relazioni incestuose. Tale usanza (come ogni altra che avesse carattere ufficiale), era protetta dal rinforzo di un rituale e risaliva a secoli, e forse a millenni. Ogni tribù aveva il suo dio il quale giustificava i diversi rituali, e il tutto giustificava una forma tribale di politeismo contro la quale Maometto poi combatté.
Così nella Sura n. 81: L'oscuramento:
8, 9.   "E quando verrà chiesto alla neonata sepolta viva
             per quale colpa sia stata uccisa.
 
Lo scopo della esistenza del dio era, pertanto, quello di rendere insuperabile e indiscutibile la legge (o alcune parti di essa), sacralizzandola. In tal modo il dio diveniva il simbolo di un popolo, il sacerdote il custode della parte sacra della legge della propria tribù.
Vi era, tuttavia, nell'Arabia pagana, una certa libertà  di adorare idoli di altre tribù, oltre al proprio, come dimostra l'idolo di Hubàl, che rappresentò i coreisciti nella grande battaglia di Uhud, dalla quale Maometto scampò a stento.
 
Nell'Egitto pre-alessandrino (o pre-ellenistico) i numerosi templi agli dèi erano dedicati, non solo alle divinità rappresentanti i vari popoli di quella terra, ma soprattutto a rappresentazioni di esoterismi e ipostasi di forze naturali. La conoscenza di queste ultime richiedeva la padronanza del sapere matematico-fisico e storico, la cui custodia era affidata ai sacerdoti.
La storia dell'antico Egitto, sappiamo da Erodoto, risaliva da una memoria ereditaria che si riteneva più profonda di quella di ogni altra nazione del tempo. Alle cognizioni astronomiche dei sacerdoti egiziani attinse Talete, insieme ai filosofi ionici, e poi certamente Pitagora, e più tardi Platone. Dopo l'impresa di Alessandro e la costruzione della grande biblioteca, il clima culturale cambiò in tutto il Mediterraneo orientale, il sapere divenne diffuso e sopravvennero grandi astronomi quali Eratostene e Aristarco di Samo.
Nella Grecia classica o, diciamolo pure, nell'Atene di Pericle, i filosofi, paragonabili oggi a liberi ricercatori, o liberi professori, erano gerarchicamente sopraffatti dai sacerdoti, ai quali era affidata, come in Egitto, la competenza sul sapere fisico e sulle leggi morali della città. Ne fa fede Anassagora, filosofo pluralista, sostenitore del nous (intelletto universale) inteso come materia nobile dotata di moto e conoscenza. Condannato a morte per empietà, fu salvato con l'esilio, soltanto grazie all'interessamento personale di Pericle.
 
"E Samuele prese un vasetto di olio e lo versò sul corpo di lui, e baciollo, e disse: – Ecco che il Signore ti ha unto come principe sopra la sua eredità, e tu libererai il suo popolo dalle mani dei suoi nemici che gli stanno all'intorno.
E questa sarà la prova che avrai dall'averti unto il Signore, perchè sii principe". Già Libro primo dei Re, X, 1 (10).
 
Presso gli ebrei, la legge sacrale (ovvero la classe sacerdotale, gli "uomini di Dio") era più forte dei Re, i quali provenivano dagli unti del Signore e ai quali si richiedeva, come si evince dal passo citato, anche un adempimento, una prova che li confermasse.
 
E' interessante notare che, dapprima che Maometto iniziasse la sua missione profetica, quelle che oggi noi definiamo "usanze islamiche" erano di già tutte presenti nell'Arabia idolatra del tempo, e certo non per acquisizione recente.
Esisteva già il tempio della Caaba, fondato, diceva la tradizione, da Abramo e Ismaele, entro il quale i componenti delle varie tribù si radunavano per onorare, liberamente e in pace, i propri dèi ivi raccolti.
al-Tabari descrisse la vita nella moschea, nella quale ad ognuno era concesso di pregare rispettosamente il proprio dio e predicare la propria fede. Si compivano di già i giri intorno al tempio della Caaba e, nella Mecca, si potevano onorare almeno 360 idoli diversi, tutti di pietra e di forma umana, ornati di vesti colorate, fiori, e fragranti di odori.
Anche il pellegrinaggio era di già un dovere consolidato che gli arabi dovevano compiere almeno una volta nella vita, e che Maometto compì sia prima che dopo l'inizio della propria predicazione, reimponendone, in seguito, l'obbligo.
La genuflessione, all'inizio si rivolgeva verso Gerusalemme; solo in seguito, per volere di Maometto, verso la Caaba.
Già in quel tempo le donne nascondevano la propria capigliatura agli uomini, costituendo essa un'attrazione sessuale, e quindi causa di distrazione durante lo studio e la preghiera. Altrettanto dicasi per l'usanza del velo.
Anche la legge poligamica in favore maschile antecede Maometto. Altrettanto quella di iniziare il conto degli anni rifacendosi a un avvenimento particolarmente importante, cosa esistente anche nella nostra cultura occidentale: da qui l'importanza dell'égira (la migrazione di Maometto dalla Mecca a Medina, corrispondente all'inizio della parte attiva della propria missione), dalla quale ha inizio l'anno islamico: venerdì, 16 luglio 622 d.C.
Dicasi ancora del mese ragab, durante il quale era proibito agli arabi fare la guerra, come pure il mese ramadan, durante il quale era ordinato il digiuno. Altrettanto per ciò che riguarda il taglione, anch'esso di uso pre-maomettano.
Il profeta, naturalmente, migliorò i costumi, portò la fede in un Dio unico facitore della Terra e del Cielo, ed alle donne fece recare, da Gabriele, il seguente versetto: "Le credenti si obblighino con giuramenti…a non associare a Dio alcuna cosa, a non rubare, a non commettere adulterio, a non pronunciare calunnie inventate, a non uccidere i propri figli" (11). Quest'ultima frase si riferisce, anche, alla vecchia usanza araba di sotterrare vive le figlie nate da incesto.
Alcune usanze arabe pre-islamiche raggiunsero anche l'Italia, certamente dalla Sicilia, come le tenzoni d'onore, che si svolgevano fra campioni di tribù diverse e consistevano in prove di canto, declamazioni di versi o prosa elegante, cui ogni canzonato doveva poi rispondere studiandosi di superare l'avversario in qualità d'arte. Ne è un esempio la "Cantilena di Ciullo" (Vincenzo d'Alcamo), già ritenuto il più antico documento della letteratura italiana, la quale è una tenzone, o dialogo, fra Amante e Madonna, e certamente Federico II trovò in Sicilia un ambiente predisposto e favorevole allo sviluppo del proprio genio; si veda, in genere, la storia della nostra Letteratura.
Più popolarmente, da qui, anche la provenienza delle "battaglie di stornelli" tuttora vive (anche se, purtroppo, assai in decadenza), soprattutto nel Sud e nel Centro Italia.
Infine, fu il rinforzo sacrale indirettamente dato dalla legge islamica a questi usi (o anche attraverso la mancanza di proibizione), che poi li portò a sussistere tali e quali sino ai tempi nostri e determinò quella specie di stasi della civiltà araba che, nel tempo in cui si scrive era, per molti aspetti, più evoluta di quella europea, anche per merito del contatto con la civiltà alessandrina e nordafricana.
 
Contrariamente che in Maometto, la cui missione profetica mirò direttamente alla modificazione della figura fisica della divinità attraverso la sostituzione del Dio unico alla idolatria, l'azione di Gesù fu assai più complessa e tecnicamente difficile (ci volle, infatti, molto più tempo per realizzarla), in quanto era mirata alla modificazione dell'ethos universale, al tempo ufficialmente fondato sulla giustificazione legale della violenza sopraffattiva, modificazione che non si sarebbe potuta ottenere senza dare alla nuova morale il necessario rinforzo sacrale.
La divinizzazione di Gesù ha fatto poco riflettere sull'eroismo "umano" di una persona che, pur di raggiungere lo scopo indiretto della sacralizzazione di un suo progetto ideale, in un momento in cui ogni destino era incerto, e mentre avrebbe potuto ancora facilmente cavarsela, insistette nel provocare i giudici allo scopo preciso di ottenere una sentenza di condanna, la quale soltanto avrebbe potuto, in seguito, giustificarlo.
Oggi la probabilità storica di Gesù è messa in dubbio, ma è fuori discussione che, o a livello di verità, o a livello di mito, il valore della morale evangelica, in concreto, rimanga.
Se poi la morale cristiana abbia realmente vinto, questo è un discorso che non importa far qui. Certo, un po' ha vinto, almeno in quanto ha costruito le fondamenta per un discorso sulla necessità di un riequilibrio morale del mondo, nonostante tutto sempre rinnovantesi e sempre necessario.
 
Ma veniamo alla domanda filosofica: – A che serve la religione?
La religione rappresenta un valore solo indirettamente collettivo: diviene tale soltanto dopo che ogni credente, singolarmente, l'ha accettata e riconosciuta.
Nell'inizio dei tempi essa è servita a stabilire un rapporto personale, limitato al pensiero, fra la persona umana individua e l'ambiente fisico naturale che la circondava ed entro il quale essa e Dio vivevano insieme.
In seguito, al meglio, alcune individualità più elevate, sacerdoti, profeti, uomini ispirati, hanno saputo trarre dalla meditazione su Dio, delle serie di imperativi morali di valore universale. Questa è stata, da sempre, una operazione di coerenza logica: Mosè ha portato dal Sinai le tavole dei comandamenti; Buddha dalle foreste dell'India, i quattro nobili sentieri… etc.
Tutto ciò, alla fine, ha portato però a una contraddizione non necessaria: la diffidenza delle religioni ufficiali verso la libertà dello Spirito.
La contraddizione proviene dal fatto che, quando le grandi religioni, ancor oggi esistenti, fecero la loro apparizione nel mondo, la cosiddetta "società civile" non aveva ancora un'idea chiara su ciò che si sarebbe potuto intendere col termine "libertà". Infatti, in quei tempi, l'uomo "libero" era colui che aveva il potere di rendere legalmente schiavo l'uomo non libero, e ciò era nell'ordine delle cose.
Le religioni, nel genere, si adoperarono per la liberazione dell'uomo fisico, ma, avendo esse, comunque dovuto lottare per questo, rimase in esse in gran sospetto la stessa parola "libertà", in favore della quale, in fondo, avevano lottato. La si poteva bene accettare per i corpi, non per le anime, delle quali il Dio antropomorfo rimaneva l'indiscusso padrone.
Non si attribuì mai, al concetto di "libertà", il significato di valore morale completo.
La libertà per tutti è stata  considerata, da tutte le religioni,  nel senso che, ad esempio, Calvino ne dà nell' operasui "Libertinis qui se nomment spirituels"  Non si accettò mai che la libertà, entro sé, fosse capace di creare  un valore morale giustificato nella causa finale di tutte le manifestazioni della natura, intesa essa come creazione, come storia, come provvidenza, come redenzione. 
La "libertà dello Spirito", nel nostro libro, la intendiamo  piuttosto, un limite, o se si vuole un traguardo, fuori del quale Dio non esiste più.
Se pensiamo che "libertà" sia soltanto la facoltà concessa al genere umano, di "poter scegliere a piacimento fra il bene e il male", allora non so più come ci ritroviamo a sostenere che Dio sia bontà infinita.
Esiste il problema della responsabilità, d'accordo, ma essa, anche all'interno del valore di libertà, c'è, ed é principalmente rivolta verso noi stessi.
Sembra normale che, una volta resici conto del significato del termine "libertà", il parametro "libertà dello Spirito" non possa essere considerato altro che come il principale dei valori etici.
Fuori della "libertà dello Spirito" non c'è necessariamente il diavolo: c'è   la vita spiritualmente selvaggia dalla quale le società umane del mondo non hanno saputo ancora emanciparsi. E forse sarebbe vano pensare che potrebbero riuscirci fra breve.
La libertà, intesa nel suo senso più logico, è una forma di vita che da sé sola, giustifica, ripeto, conformità alla natura, e pertanto creazione, storia, provvidenza e redenzione.
Pensare che Dio sia libertà dello Spirito, significa pretenderne un po' anche nel nostro privato, e non si può non capire che anche altri non debbano poter sostenere una tale pretesa.
Noi qui vogliam dire che una sola persona religiosa e libera debba avere lo stesso diritto al rispetto e al riconoscimento di un'altra qualsiasi persona rappresentante, o facente parte, di una religione comprendente un miliardo di anime.
 
Dio non può essere contraddittorio alle leggi fisiche, né può essere limitativo: se Dio è, dev'essere qualcosa di concreto, non un parto di fantasia sia pure giustificato da una qualche situazione di necessità etica. Dev'essere, sino alla nostra misura umana, comprensibile e raggiungibile in modo almeno dialetticamente riproducibile. Se il territorio di Ker, il fatto cioè di essere mortali, impedisce di compiere tale raggiungimento, ebbene allora, delle cose che non si sanno, si dica: – Non lo sappiamo. Ci si accorgerebbe con sorpresa di saperne un poco di più di coloro che affermano "lo sappiamo".
Dal punto di vista del contraccambio etico al pensiero su Dio, ci si potrebbe limitare a considerare che la vita è imperfetta per sua propria conformazione strutturale. Soltanto il rapporto kantiano fra la  imperfezione che ci circonda e la legge morale dentro di noi, può indurci a riconoscere la necessità di una visione più estesa, sia pure forzatamente limitata dalla nostra umanità.
In breve, occorre accettare di riconoscere che la nostra incompletezza è pur essa un principio di verità, ed è il grado che ci spetta nel nostro momento di vita.
Se ci soffermiamo su quanto abbiamo appreso sinora dagli antichissimi, ed anche su quanto le nostre esperienze più elementari ci suggeriscono, dobbiamo convenire che Dio è più antico di Noé, del patriarca Abramo, del paradiso terrestre, del brodo primordiale e del Sole. Potrebb' essere contemporaneo, in termini rigorosi, soltanto all'inizio della formazione del nostro universo. In questo senso ne dovrebbe conseguire la inutilità della polemica "Dio – Non Dio" perchè, comunque fosse, la nostra natura umana ci impedirebbe di conoscerlo completamente e di spiegarlo per bene. 
Abbiamo già dedotto, nel primo capitolo, che scopo etico della vita del genere umano dev'essere quello di conservare, ad un livello quanto più possibilmente elevato, la propria gerarchia intellettuale e morale. Tutto ciò potrebb' essere sufficiente a giustificare una religione individuale e universale, non alternativa, non competitiva, non gerarchica, giustificata sopra un diritto fondato sulla capacità individuale a distinguere fra ciò che si intuisce provenire da Dio e ciò che è segno di riconoscimento, legge sacralizzata, usanza, alla quale si deve, ben inteso, rispetto, ma che non potrà mai aspirare alla universalità dei consensi.
Scrisse Benjamin Constant:
 
"La libertà completa e intera di tutti i culti è parimenti favorevole alla religione e conforme alla giustizia.
Se la religione fosse stata sempre perfettamente libera, non sarebbe mai stata altro, penso, che un oggetto di rispetto e d'amore. Non si concepirebbe il fanatismo bizzarro che rende la religione in sè stessa un oggetto di odio e malevolenza.
L'uomo ha delle relazioni con il suo Creatore; su queste relazioni si fa o riceve idee di un tipo o di un altro, e questo sistema di idee si chiama religione. La religione di ciascuno è dunque l'opinione che ognuno ha dei suoi rapporti con Dio.
La religione è di ogni tempo, di ogni luogo, di ogni governo, il suo santuario è nella coscienza dell'uomo, e la coscienza è la sola facoltà che l'uomo non possa mai sacrificare a una convenzione sociale" [nota 12 al "Politicante da caffé"].
 
Ora è chiaro che qualcuno potrebbe, per sè, interpretare la religione in modo criminale. Tuttavia abbiamo anche scritto che ciò sarebbe impossibile, in quanto, intendendo la religione "libertà dello Spirito", noi otterremmo automaticamente la universalità del riconoscimento reciproco e tutto ciò che poi convogliasse in una legislazione coerente adattata agli usi e costumi dei vari popoli.
 
E' evidente che ogni religione attualmente esistente ha la sua propria giustificazione storica e la sua propria ragion d'essere oggettiva. Si può ammettere che Londra possieda segni di riconoscimento  diversi da quelli di Dublino; che Tel Aviv li abbia differenti da quelli di Teheran; Zagabria da quelli di Belgrado; Roma da quelli di Mosca: New Delhi da quelli di Islamabad; ma che c'entra Dio in tutto ciò? Perchè la possibilità di una libera identificazione individuale con il divino (necessariamente semplice) dev'essere, di fatto, negata da tutte le religioni del mondo?
Dio partecipa dello spirito comune di ogni popolo e di ogni individuo; il pensiero a lui rivolto è un diritto che si determina come un impulso, un desiderio di conoscenza di cose che, a torto, sono ritenute innaturali e superiori alla nostra capacità di ragione. La intuizione umana è già sufficiente a ciò, anche se non può (ed è giusto che non debba) far legge. Noi ignoriamo soltanto i particolari di Dio, che invece le religioni ufficiali propinano a iosa e ai quali danno lo stesso valore che a Dio.
Può darsi che questo discorso appaia ingiustificato, o inattuale, per alcuni fors'anche blasfemo, ma il cammino del mondo (specialmente oggi che i pericoli atomici sono incombenti), richiede il controllo delle conseguenze logiche delle azioni morali, le quali devono porre tutti sullo stesso piano di responsabilità.
Per essere chiari, nessuno intende far critica alle religioni esistenti, anche perchè una religione individuale – universale, giustificata su ciò  che vi è di più primitivo, e priva di dogmi e rituali o di altre forme di riconoscimento, non smentirebbe certo Gesù, né Maometto, né Abramo, né Buddha, né alcun altra cultura. Tuttavia, la utilità di una tale religione sarebbe da prendere seriamente in considerazione in quanto esiste, in tutte le religioni monoteiste, come pure in quelle induiste e buddhiste, un logo, la consapevolezza di una ragione primigenia comune a tutti.
La divisione comincia quando noi, lasciato ciò che compete alla natura umana (la quale era già nella comprensione degli antichissimi), pretendiamo di raccontare ciò che non conosciamo e di esibirlo come verità, traendo poi da ciò la conseguenza logica della nostra natura e dei nostri comportamenti.
In questo senso anche la mitologia degli antichi era giustificata, anche se non bastava, così come oggi non basta la mitologia delle nostre religioni incomplete.
 
 

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