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CAPITOLO NONO

 
Filosofia dello sport
 
Lo sport può essere interpretato, da chi non lo pratica, in due modi almeno: quello psicologico popolare, determinato dalla immedesimazione verso un campione che si considera “proprio”; quello intellettualistico, che interpreta lo sport come fenomeno psico-sociale e lo giudica come tale.
 
La vittoria di Icco nel pentatlon, in Olimpia, avvenuta nel 472 a.C., durante la 77^ edizione di quei giochi, scatenò l’entusiasmo della popolazione magnogreca della città di Taranto, che vide rappresentata in quella impresa la propria bellezza psichica e fisica, la propria capacità d’impegno, il proprio grado di forza.
 
Ci si può entusiasmare anche per campioni non nostri, che vengono da lontano, come ad esempio per Nurmi, eroe della volontà; o per Zatopek, miracolo di potenza fisica prolungata, o per Lewis e Bubka, supremazie sportive ottenute senza apparente sforzo, per dono naturale. Sono queste le categorie di campioni che il pubblico inconsciamente più stima e verso le quali si immedesima più volentieri. Quando è spontanea e ben contenuta, la immedesimazione è una forma sana di giudizio acritico.
 
Citius, altius, fortius: più presto, più in alto, più fortemente; il giudizio spontaneo che la gente comune dà dei campioni sportivi implica sempre una relazione individuale, il desiderio di perfezione del sé.
 
Anche l’arte, la storia, la tecnologia, la scienza, producono desideri d’immedesimazione di natura analoga, e i giovani che non ne hanno stanno forse, dal punto di vista della loro futura utilità sociale, un passo all’indietro.
 
Che poi il desiderio umano d’immedesimazione nelle virtù possa essere massificato e utilizzato per particolari interessi di natura plebea, questo è affare del quale non converrà occuparci qui.
 
Un secondo modo di interpretare lo sport “da fuori” è quello intellettualistico coubertiniano. In questo senso il campione realizza gli ideali teorici della rivoluzione liberale, i quali impongono che il merito vada a chi realmente ne è degno, senza inquinamenti e indipendentemente dallo interesse di uno establishment.
 
Dal punto di vista di chi lo pratica, lo sport è una lotta contro sé stessi, la cui vittoria si può ottenere, non soltanto superando un avversario, ma semplicemente gareggiando. Il proprio impegno è già giustificazione sufficiente all’impresa, ed il perfezionamento fisico sarà sufficiente compenso, anche arrivando ultimi.
L’uso di droghe, prese al solo scopo di migliorare le prestazioni, implebeisce lo sport perchè costringe poi altri a seguire l’esempio, con danno fisico generale e senza risultato visibile. Perchè, quando in una tribuna da stadio uno spettatore si alza per vedere meglio, e poi si alzano tutti, la visione rimabe quella di prima, se non peggio.
 
Tutto questo, comunque, non è filosofia, ma psicologia dei rapporti sociali. La filosofia, almeno quella pragmatica, presuppone che ci si ponga la domanda: – A che serve lo sport?
 
La risposta, come sempre, sarà plurivalente, e dovremo adattarla al nostro particolare sistema di misura morale, per definirla.
 
C’è differenza tra chi lo sport lo pratica, chi lo segue da fuori, e chi magari lo usa per scopi che con lo sport non c’entrano.
Lo sport possiede in sé un valore positivo, poiché aiuta a produrre, in chi lo pratica, miglioramenti di natura fisica, intellettuale e morale; in questo senso, ho già scritto, non occorre arrivare primi per ottenerne i benefici.
 
Se uno sport, o cosiddetto tale, presuppone statisticamente una percentuale più o meno costante di morti in chi lo esercita, non è vero sport, ma può rappresentare spregiudicatezza commerciale o esaltazione esibitoria. Sono tali tutte le manifestazioni individuali “estreme”, sia motoristiche che libere, le quali, nello spirito,  (quando non si avvicinano alle imprese dei vecchi saltimbanchi i quali attraversavano le pubbliche piazze su funi stese dai tetti senza rete di sotto), presuppongono forse, in chi le esercita, un bilancio psichico individuale, che converrebbe esaminare profondamente.
 
Gli esercizi dei “volanti” del circo, ad esempio, si avvicinano di più al vero sport proprio in quanto vengono normalmente eseguiti con una rete di protezione; e proprio in ciò quei professionisti rivelano la loro maturità.
 
Per essere tale, lo sport deve consentire l’attività di chiunque vi sia portato, al solo prezzo della fatica necessaria a condurre l’impresa, fatica che dev’essere sempre ricompensata da un ritorno in virtù.
 
La rispondenza aristocratica allo sport, presume il praticarlo, od anche il semplice desiderio di raggiungerne i benefici in modo ipostatico. Quella plebea si ferma al fanatismo del risultato altrui.
 
Primi cugini dello sport sono il gioco e il lavoro, i quali meriterebbero un discorso assai lungo. Siccome, però, sul lavoro ho già scritto altrove, mi soffermerò su una categoria sportiva, definita comunemente “gioco”, la quale presuppone, per essere praticata in modo competitivo, anche capacità di lavoro intellettuale preparatorio.
 
Mi riferisco al gioco degli scacchi, rappresentato in Italia nel CONI, e quindi “sport” a pieno titolo quando vien praticato a livello agonistico.
Il gioco d’impegno, con limiti d’orologio, nel quale la durata di una partita, può superare le cinque ore (senza sospensioni), presuppone un notevole impiego di energie psicofisiche, non inferiori a quelle che si consumerebbero in un incontro di pugilato o in una gara di corsa.
 
Particolarità degli scacchi è consentire un’attività, anche ad alto livello qualitativo, sino ad età molto avanzata, intendo, oltre gli ottanta, e per le persone particolarmente dotate e in buona salute, anche oltre i novant’anni.
 
Ne fa fede il campionato italiano over 60, organizzato sino all’anno 2000 dalla Unione Scacchistica della città di Trento per merito, soprattutto, dell’entusiasmo e dell’impegno del suo patron Gastone Golini. Il suo albo d’oro conta firme prestigiose dello scacchismo italiano, quali Federico Norcia ed Enrico Paoli, per non aggiungere i nomi dei titolati attuali.
 
E’ stato detto (senza alcun dubbio da non scacchisti), che questo gioco sarebbe il più violento in assoluto, mirando a distruggere, più ancora che il corpo, proprio la personalità intellettuale di chi lo pratica. In realtà, a nessun giocatore vero manca mai profondità di giudizio, e quindi capacità di saper trarre utilità dalle proprie sconfitte. Se, ad esempio, Fiorentino Palmiotto gioca meglio di me (e continuerà sempre a farlo), ciò non significa che la mia personalità intellettuale ne sia distrutta.
 
Besides this fear of danger
There’s no danger here;
And he that fears danger
Does deserve his fear.  (14)
 
Quando, nella città di Taranto, privatamente giocavo contro il compianto campione italiano per corrispondenza Edoino Busetto, e perdevo, o quando, nel campionato over 60 perdo contro il maestro Enzo Lucin, non me ne proviene distruzione, ma insegnamento. Certo, ad altissimo livello si gioca anche su condizionamenti di carriera, ma questo è poco il caso italiano. Per lo più, in Italia, almeno in questo settore, si fa la parte dei mecenati.
 
A che serve dunque lo sport?
Serve all’autogiudizio. Non penso esista un sincero sportivo che non sia anche un galantuomo, una persona non pericolosa per i suoi simili.
 
La contraddizione reale alla violenza sportiva si realizza, sovente, nella vita di società, ove si contrappongono amore, comprensione, umanità, bon-ton.
 
I risultati, alla fine, appaiono però capovolti, e lo sa bene chi abbia un po’ d’esperienza e qualche anno d’età.
 
La società è organizzata, da migliaia d’anni, per ottenere ciò che dice di non volere. Non è, infatti, adattata alla sfida, ma al vincere senza giocare. Per questo motivo le crisi, quando avvengono, sembra avvengano per forza maggiore, senza che alcuno le abbia volute. E così, stranamente, sul più bello di una grande edificazione, qualche aggancio teorico all’improvviso si spezza, e senza responsabilità alcuna apparente, per forza di cose “si scatena Verdun”, persone umane entrano nei forni o sono seppellite nelle foibe, bombe atomiche cadono su Hiroscima e Nagasaki, viene ammazzato Aldo Moro.
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