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                                                           P I T A G O R I S M O

                                                             Frammenti morali

                                                                        2^ parte

Presentiamo qui una parte di ciò che Maria Timpanaro Cardini ha tradotto sotto il titolo "Acusmi e Simboli", nel terzo volume della sua traduzione, ampiamente citata.

Della traduttrice:
"Aristotele, come fu il primo raccoglitore della leggenda pitagorica, così anche lo fu della tradizione etico-religiosa in prontuari di "Acusmi e Simboli", cioè di massime e precetti che dovettero circolare nei vari gruppi pitagorici, a disposizione degli adepti (e probabilmente ognuno aveva con sè il suo formulario).
Queste raccolte, pur avendo a fondamento un repertorio comune, sembra però che non avessero una rigida stesura canonica, che ammettessero varianti, ed anche aggiunte. Infatti, mentre alcuni precetti rivelano un carattere arcaico di vero e proprio tabù di origine superstiziosa ed oscura, altri mostrano un prevalere di esigenze etiche circa il mondo della natura e i rapporti sociali, segno di tempi meno antichi e di una evoluzione di concetti etici.
Altre sillogi, dopo Aristotele, raccolsero Anassimandro il giovane, contemporaneo di Aristotele, che scrisse di "esegesis simbolon pitagoreion"; Andreocide, medico contemporaneo di Alessandro Magno, e poi Aristosseno, e Alessandro Polistore, dal quale poi derivano le sillogi di Diogene Laerzio, di Porfirio, di Giamblico".

Come si vede, e si vedrà meglio leggendo i frammenti, esistono molte "anime" del pitagorismo.
Quello arcaico del sesto secolo a.C., che riguarda le prime classi di alunni, e si riferisce alla morale dell' "ipse dixit"; quello (sempre del sesto secolo) che riguarda le prime sperimentazioni, le prime scoperte aritmo geometriche, gli studi di fisiologia e l'orfismo.
Quello "scientifico" del quinto secolo, nei quali troviamo Alcmeone, Ippaso, Filolao, Teeteto, Archita, Aristosseno, ovvero studiosi di astronomia, matematica, geometria (non più aritmo-geometria), musica, legislazione, ed altro, i quali si staccano, non solo dallo spirito di coloro che li avevano preceduti, ma anche dagli scienziati di oggi, in quanto mantengono, rispetto a costoro, un carattere profondamente religioso-naturalistico, oggi praticamente scomparso, o comunque ufficialmente negato, non riconosciuto, ignorato non solo dalle Chiese, anche dalla cultura accademica.
Un diverso carattere mostreranno i frammenti, soprattutto quelli riferiti a Giamblico, nei quali trapela lo spirito di tempi di grandi sconvolgimenti storici, ove lo spirito dell' ultima grande filosofia religiosa occidentale, quella pitagorica, già inquinata da Platone, mal condivisa da Aristotele, impallidirà sino a scomparire per sempre, sommersa dall' entusiasmo con cui furono accolti, nel basso impero romano, i riti misterici orientali, e le nuove morali, tutte di carattere contraddittorio: mansuete e contemporaneamente intolleranti, fra le quali il cristianesimo fu ancora l'unica, fra le culture nuove, a superare il suo tempo.
Però, da allora, la grande cultura religiosa dell'Occidente scomparve per sempre.
Le parti terza e quarta di questi frammenti, ricavate da Aristosseno, ovvero da un autore del quarto secolo a.C., abbastanza vicino al tempo di Filolao e contemporaneo di Archita, riflettono un modo più che attuale di intendere la psicologia umana e l'arte dell'educazione.

                                                         ACUSMI E SIMBOLI

IAMBL. V.P, 82-86. – T.C. c 4, 50.

La filosofia degli Acusmatici consiste in Acusmi privi di dimostrazione e senza la ragione per cui si debba agire in un dato modo; e quanto ai detti di "lui", essi si studiano di conservarli come "divine sentenze", ma non presumono di enunciarne essi stessi, nè creedono che sia lecito farlo; ritengono invece che siano superiori in saggezza quelli di loro che sanno a mente il maggior numero di Acusmi.
Tutti questi che chiamano Acusmi sono distinti in tre specie; alcuni insegnano il "che cos'è"; altri il "che cos'è più di tutto"; altri "che cosa si deve fare o non fare".
Quelli che insegnano il "che cos'é" sono, per es. così: "che cosa sono le isole dei beati?" Sole e Luna. – "Che cos'è l'oracolo di Delfi?" Tetractys, cioè l'armonia.
I precetti che insegnano "che cos'è più di tutto" sono, p. es. così: "qual'è la cosa più giusta?" Fare sacrifici.
"Quale è la più sapiente?" Il numero, e in secondo luogo chi dette i nomi alle cose.
"Quale è la più sapiente delle cose umane?" La medicina.
"La più bella?" L'armonia.
"La più potente?" L'intelletto.
"La migliore?" La buona sorte.
"Quale l'affermazione più vera?" Che gli uomini sono malvagi; onde anche si dice che Egli lodasse il poeta Ippodamante di Salamina, che aveva cantato così:

O dèi, donde siete, donde tali nasceste?
O uomini, donde siete, donde sì malvagi nasceste?

Tali, ed altri simili sono gli Acusmi di questo genere, cioè ciascuno insegna quale cosa supera le altre di una data specie. Ed è, questa sapienza, la stessa di quella detta "dei Sette Savi"; i quali anch'essi ricercavano, non "che cos'è il bene" ma "qual'è la cosa più buona". Non "che cos'è il difficile" ma "qual'è la cosa più difficile?" Che è il conoscere sè stesso. Ne' "che cos'è il facile" Che è il seguire l' usanza.
Pare anzi che a tale sapienza si conformassero questi Acusmi, dato che costoro vissero prima di Pitagora.
Quanto poi agli Acusmi "su ciò che si deve fare o non fare" erano di questo genere: "bisogna procreare figli per lasciare dopo di noi chi onori la divinità"; "bisogna calzare per primo il piede destro"; "non bisogna camminare per le strade maestre, nè immergere la mano in un'urna lustrale, nè lavarsi in un bagno pubblico", perchè non si sa se le persone che frequentano tutti questi luoghi siano pure.
Ed altri aspetti simili: "Non bisogna aiutare alcuno a levarsi un fardello" per non esser causa che egli eviti la fatica, ma si, aiutarlo a portarselo sulle spalle.
"Non unirsi a donna ricca per aver figli". "Non parlare senza luce". "Non libare agli dèi dall'ansa del calice" per buon augurio e perchè poi non si beva dalla stessa parte.
"Non portare impressa nell'anello la figura di un dio" perchè non si contamini. Essa infatti è immagine sacra e come tale dev'essere custodita nella casa.
"Non si deve maltrattare la propria moglie" perchè è supplice; per questo anche la conduciamo via dal focolare prendendola con la mano destra.
Neppure sacrificare un gallo bianco, perchè è supplice e sacro alle Muse, e perciò segue l'ora.
A chi chiede consiglio non consigliare se non il meglio; cosa sacra è un consiglio.
Un bene sono le fatiche, i piaceri invece sono, per ogni verso, un male, perchè, venuti al mondo a scontare una pena, dobbiamo scontarla.
"Bisogna sacrificare e accostarsi alle vittime a piedi nudi." "Non andare al tempio deviando strada": dio non dev'essere considerato come cosa accessoria.
"Bello è morire combattendo e con ferite al petto". Turpe il contrario.
L' anima umana non entra soltanto in quegli animali che è permesso sacrificare, perciò bisogna cibarsi soltanto dei sacrificabili, quelli che sia possibile mangiare, e di nessun altro

Tali erano, dunque, alcuni di questi Acusmi; altri erano lunghe e prolisse prescrizioni sui sacrifici, come debbano farsi, secondo le varie circostanze.
Le altre riguardavano l'emigrazione da questa vita; così pure del rituale da seguirsi per la sepoltura.
In alcuni Acusmi viene aggiunta la ragione per cui si deve agire in un certo modo; per es. si devono procreare figli per lasciare al nostro posto un altro ministro degli dèi; in altri, non è data alcuna ragione.
E alcune di queste spiegazioni sembrano avere una giustificazione immediata; altre, invece, lontana nel tempo, come il fatto che non si deve spezzare il pane, perchè questo nuoce al giudizio che avrà luogo nell'Ade.
Ma le spiegazioni verosimili aggiunte a tali precetti, non sono pitagoriche, bensì di alcuni ingegnosi commentatori estranei alla Scuola, che cercavano di adattarvi una ragione verosimile, come nel caso, ora detto, della proibizione di spezzare il pane.
Alcuni spiegano, perchè non bisogne spezzare ciò che unisce; infatti, nei tempi antichi, gli amici, secondo un uso straniero, si riunivano tutti intorno a un solo pane. Altri invece pensano che non sia di buon augurio il cominciare rompendo e spezzando.

ARISTOT. Occ. A 4, 1344 a 8. – T.C. c. 5, 123.

Anzitutto, dunque, ci siano leggi in difesa della moglie, e che vietino di recarle offesa; così, neppure il marito deve ricevere offesa.
Questo, del resto, insegna anche la norma comune, secondo il detto dei Pitagorici: "Non si deve offendere minimamente la moglie, che è come supplice e condotta via dal suo focolare."

SUDA – T.C. c. 6, 129.

Anassimandro, il giovane figlio di Anassimandro, nativo di Mileto, storico: visse al tempo di Artaserse, detto il memore; scrisse una "Interpretazione dei "Simboli Pitagorici", di cui ecco qualche esempio:
"Non squilibrare la bilancia", "Non attizzare il fuoco col coltello" "non mangiare da un pane intero", ecc.

DIOG. L. II. 2 – T.C. c. 136.

Ci fu anche un altro Anassimandro, storico, anche lui di Mileto, scrisse in dialetto ionico.

PORPH. V. P. 43-45. -:: T.C. c. 138.

C' era anche un'altra specie di Simboli, come questo: "non squilibrare la bilancia", cioè, non prevaricare. "Non attizzare il fuoco col coltello", cioè, non eccitare con parole taglienti chi è già gonfio d'ira.
"Non sfrondare la corona", cioè, non violare le leggi, che queste sono corone delle città.
Altri ancora di questo genere: "Non mangiare il cuore", cioè, non ti tormentare con affezioni.
"Non star seduto sul moggio", cioè, non vivere da fannullone. "Non ti voltare partendo", cioè, nel momento di morire non ti sentire attaccato a questa vita.
"Non camminare per le vie maestre", col quale precetto ordinava di non seguire le opinioni dei molti, ma quelle dei pochi e dotati di cultura.
E "non accogliere rondini in casa", cioè non coabitare con uomini ciarlieri e incontinenti,
"Aiutare a caricarsi un fardello, non a deporlo", col quale esortava a cooperare, non in favore dell' ignavia, ma della virtù e della fatica.
"Non portare immagini degli dèi negli anelli", cioè, non aver sempre in bocca ciò che pensi e credi della divinità, nè divulgarlo.
"Far libagioni agli dèi dall'ansa del calice", e con ciò ordinava allusivamente di onorare gli dèi, e di celebrare la musica, che questa passa per le orecchie
"Non mangiare ciò che non è lecito" nascita, crescita, principio, fine, nè ciò da cui proviene il primo fondamento del tutto", pertanto ordinava di astenersi da lombi, testicoli e pudende, midollo, piedi e testa delle vittime. Raccomandava poi di astenersi dalle fave, ugualmente come da carni umane.
Anche da altre cose esortava ad astenersi: matrice, triglia, ortica di mare, e da quasi tutti gli altri prodotti marini.

IAMBL. Protr. 21 p. 106, 18, Pist. – T.C. c. 173.

I "Simboli" da insegnare siano questi:
1. Avviandoti al tempio, inchinati, nè t' occupare, con parole e con fatti, d'altra faccenda lungo il cammino.
2. Non devi entrare nel tempio, e nemmeno solo inchinarti occasionalmente nel tuo cammino, neppure se ti trovi a passare proprio davanti alle sue porte.
3. Sacrifica e inchinati scalzo.
4. Evita le vie maestre, cammina per i sentieri.
5. Astieniti dal melanuro, è sacro agli dèi sotterranei.
6. Frena la lingua davanti agli altri, per deferenza verso gli dèi.
7. Quando i venti spirano, venera Eco.
8. Non attizzare il fuoco col coltello.
9. Allontana da te ogni ampolla d'aceto.
10. Aiuta l'uomo che si carica un fardello, non aiutare chi lo depone.
11. Per calzarti, avanza prima il piede destro, per il pediluvio, il sinistro.
12. Non parlare di cose pitagoriche al buio.
13. Non squilibrare la bilancia.
14. Partendo dalla patria, non voltarti indietro, perchè le Erinni ti seguono.
15. Non orinare rivolto al sole.
16. Non nettare la latrina con la fiaccola.
17. Alleva il gallo, ma non ucciderlo, perchè è sacro alle Muse e al Sole.
18. Non sedere sul moggio.
19. Non allevare animali con artigli ricurvi.
20. Per strada, non dividere.
21. Non accogliere rondini in casa.
22. Non portare anello.
23. Non incidere l'immagine di un dio in un anello.
24. Non specchiarti a lume di lucerna.
25. Non negar fede a cosa anche strana riguardo agli dèi e alle divine sentenze.
26. Non abbandonarti a riso incontenibile.
27. Durante un sacrificio, non tagliarti le unghue.
28. Non porgere con facilità la destra a chiunque.
29. Quando ti alzi, arrotola le coperte e riordina il luogo.
30. Non masticar cuore.
31. Non mangiare cervello.
32. Sui tuoi capelli ed uinghie tagliate, sputa.
33. Non cibarti di eritimo.
34. Cancella l' impronta della pentola dalla cenere.
35. Per aver figli, non unirti a donna ricca.
36. Preferisci il motto "una figura e un passo" al motto "una figura e un trobolo".
37. Astieniti dalle fave.
38. Coltiva la malva, ma non mangiarne.
39. Astieniti dal cibarti di esseri animati.

IAMBL. V. P. 103. – T.C. c. 7, 204.

Oltremodo necessario era ritenuto nella sua scuola il metodo d'insegnamento mediante simboli; e questo stile, non solo era coltivato presso quasi tutti i Greci, in quanto aveva origine antica, ma era tenuto in speciale conto presso gli Egizi, in forme allusive piuttosto involute. Nelle stesse forme fu adottato anche nella Scuola di Pitagora, con un intento molto serio qualora si interpretino nel modo esatto le forme esteriori e gli arcani significati dei simboli pitagorici, mostrando quanto di retto e di vero contengono quando siano svelati e liberati dalla forma enigmatica e adattati in schietto ed ingenuo insegnamento agl'ingegni di questi amanti del sapere.
Che, se dopo aver raccolti questi simboli, non si spiegano e non si riuniscono in una seria interpretazione, potranno sembrare ai lettori detti ridicoli, e da vecchierelle, non altro che sciocche ciarle.
Quando però siano spiegati secondo lo stile proprio di questi simboli, in modo da apparire ai più come oscuri, ma chiari e intelligibili, essi somigliano ad alcuni vaticini ed oracoli di Apollo e rivelano un mirabile significato, e ispirano un che di divino negli studiosi che vi hanno meditato sopra.
Vale la pena di ricordarne qualcuno per chiarire meglio il tipo dell'insegnamento:
"Non devi entrare nel tempio e nemmeno solo inchinarti occasionalmente nel tuo cammino, nemmeno se ti trovi a passare proprio davanti alle sue porte."
"Sacrifica ed inchinati scalzo" "Evita le vie maestre, cammina per i sentieri". "N on parlare di cose pitagoriche al buio".
Tale, in via d'esempio, era il suo modo d'insegnare questi simboli.

                                                                        °°°

Qui, non solo non lo si trova, ma lo spirito pitagorico viene proprio ammazzato.
Intendiamo: la conseguenza logica dello spirito del pitagorismo del quinto secolo, dal quale noi abbiamo ricavato quello del nostro Nuovo Pitagorismo, non può conciliarsi con lo spirito dello "ipse dixit", che invece presuppone una cultura, magari parzialmente utile e saggia, ma che nell' insieme mira alla obbedienza cieca e può condurre al fanatismo.
Quale differenza con la filosofia pitagorica del "numero", il quale non è Dio, ma l'unico strumento razionale che abbiamo per conoscerlo nelle sue concrete manifestazioni, e che pertanto presume la conseguenza logica della religione libera.
La quale, tuttavia, per i Pitagorici non può risolversi nel disordine, essendo la sacralità perfettamente individuata nella totalità della emanazione universale della quale noi stessi facciamo parte.
Il concetto di "tolleranza" nella ricerca diventa quindi una conseguenza logica totale, non una concessione, non un accordo fra istituzioni.

                                                                 (continua)

 

  
      
      
      
      
      
      
     

     

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